Lasciata decantare la ricca offerta di concerti, mostre d’arte, feste storiche che fanno di Anacapri nelle settimane tra l’estate e l’autunno la protagonista dell’isola, torniamo oggi nella Anacapri di fine agosto a un incontro del quale sarebbe stato impossibile tacere.
Siamo in un giardino un po’ particolare dove i residenti sono molto particolari e dove si parla di cose decisamente particolari, tanto  che ci riportano, inaspettate, quelle vibrazioni che non irroravano solo la nostra giovinezza, ma i tempi, ‘quei’ tempi del mondo.
Solo per caso l’incipit del convegno è il latino, come le due lapidi di benvenuto ai lati del cancello  dove il tono categorico che c’invita a sostare diventa poi esortativo nel ricordarci la nostra condizione umana, polvere e ombra, col sottinteso che ogni giorno va afferrato perché dopo è peggio: un Orazio meno esplicito, ma come sempre fiducioso nell’attimo fuggente che, nel nostro caso, è l’ultimo possibile.

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In alto, uno scorcio anacaprese. Qui sopra, l’ingresso della villa di Alex Munthe

E su tale premessa ecco il nostro ospite che ci parla di egregie cose e di sistemi supermassimi non dimenticando  di dichiararsi, ancora una volta, figlio di questa terra, del suo famoso padre detto ‘o Riccio secondo l’ anagrafe dei contranommi del paese e che affida senza esitazioni il figlio alla Maestra Emilia Gubitosi che col suo magistrale intuito e la generosa dedizione ai giovani apre al ragazzino “che canta bene nel coro in latino” la strada che egli saprà percorrere brillantemente, oltrepassandone gli obiettivi.
L’incontro di questa sera con Monsignor Vincenzo De Gregorio nel cimitero di Anacapri è di guida e di confronto, di esortazione e di appello. Con persuasive motivazioni, egli ci espone l’importanza delle memorie come dei ricordi e delle tappe fondamentali della vita: una continuità che non interrompa il grande cerchio che ci comprende, punti distanti tra loro anche millenni, ma tutti alla stessa distanza dal centro, la casa comune, il punto caldo verso il quale convergono i raggi della circonferenza, il nostro spirito, il nostro cuore.
Insieme alla grande Storia scorrono sullo sfondo le piccole storie del luogo, l’età del cimitero, sorto sulla cinquecentesca chiesa di Santa Maria delle Grazie, si cita l’Editto di Saint Cloud che volle i cimiteri fuori dalle mura anche per evitare che i privilegi di classe venissero evidenziati con la propensione  allo sfarzo che, tuttavia, non si è mai del tutto interrotta.
Ma qui, in questo giardino che sembra dar prova stasera di essere veramente una delle forme del sogno come la poesia, la musica, l’algebra, il bisogno di identificare con i segni esteriori le classi sociali non ha niente a che vedere con le lugubri cappelle dei cimiteri cittadini, modulandosi su una distesa di lapidi fiorite con Angeli e Madonnine dolenti appoggiati alle piccole croci: qualche cappella verso la parete di fondo conserva la grazia stilistica dell’architettura isolana.
La luce radiosa dei lunghissimi tramonti anacapresi è in sintonia con le parole del nostro Monsignore dove la coerenza di contenuto e l’espressività della forma non perdono mai d’occhio la sintesi: una lezione non da retore, ma da chi voglia far riflettere sulla vita, su quanto si cela alla superficie apparentemente limpida e quanto si addensa nei fondi inesplorabili della mente e del cuore. Con chiarezza, semplicità e soprattutto speranza egli parla stasera ai tanti di noi assorti ad ascoltare, molti seduti sulle lapidi dei padroni di casa. E mentre le sue parole ci portano a meditare e a porci domande nel loro percorso intrecciato tra la storia  del luogo, le dinastie che vi alloggiano, il loro rapporto col divenire del paese, il prossimo avvento della Settembrata che, come la Festa dell’Uva, bacchica o religiosa che sia, assume qui una sacralità ormai conclamata da un secolo, ecco avanzare il sentimento del tempo.

Anacapri| ilmondodisuk.com
Una suggestiva immagine del faro

Intorno a noi il Castello, la Migliera, il Solaro, le campagne e le piccole terre ataviche dove molti  di quanti qui oggi riposano hanno coltivato le insuperabili chicherchie, i piccoli vigneti, gli ulivi e i pomodori di ogni forma e sapore tra i roveti carichi di more: un intero mondo scomparso e ignoto a molti, un’ Anacapri scelta da scienziati per guarirvi, per studiare, per radicarvisi apportando un enorme valore aggiunto alla bellezza del paesaggio, l’Anacapri  dove Vittoria di Svezia si fece una casa e dove un medico svedese, che aveva combattuto al fianco dei giovani eroi della Grande Guerra e  curato i colerosi di Napoli, appagò il suo bisogno di Sole e di luce sotto le ali di un Arcangelo trionfante  con la sua luce sui culti esoterici precedenti: San Michele, nel cui nome il libro-testimonianza di Axel Munthe continua a diffondere, da oltre un secolo, il nome di Anacapri nel mondo.
Questa piccola isola nell’isola non è solo la terra coltivata da chi vi è nato e vi è rimasto senza varcare oceani, ma è stata lambita da onde di mare aperto che hanno arricchito di nuovi sensi la sua bellezza paesaggistica.
Quest’incontro così particolare  ci presenta stasera anche una storia che appartiene a un tempo perduto perché fin dall’inizio, nel parlarci della Maestra Emilia Gubitosi, insegnante di diverse generazioni di studenti del Conservatorio di San Pietro a Majella, De Gregorio ci ha parlato di un mecenatismo culturale esercitato spontaneamente, e inavvertitamente, da visitatori e da residenti dell’isola per vie d’amore.

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Edwin Cerio

E ci lascia sempre più convinti che non solo alla sua bellezza, ma alla sua storia un luogo dura nel tempo. Qui ad Anacapri la letteratura, la musica, la poesia, l’architettura e iniziative di ogni genere  sono state opera per la maggior parte di quei mecenati che, senza sapere di esser tali, hanno dato il loro contributo al paese diffondendone la fama e consegnandolo all’eternità.
Se l’architettura ci ha dato la squisita  chiesa di Santa Sofia e il miracolo della Chiesa di San Michele col suo Paradiso perduto, identificò in Anacapri l’ultimo paradiso Edwin Cerio, appartenente a una dinastia forestiera,  difendendo lo stile rustico dell’architettura anacaprese e contribuendo a dare all’isola quella cifra identitaria di luogo unico al  mondo per validissimi e sperimentati motivi. E fu uno scrittore inglese, Graham Greene, che nella villa di Cerio, il Rosaio, scrisse molti dei suoi libri tra i quali Il Terzo Uomo, attirando visitatori da tutto il mondo e ricevendone in premio la cittadinanza onoraria.
Per intrecciare tra loro i tempi della storia di Anacapri si dovrebbe partire dal suo primo costruttore abusivo, l’imperatore Augusto che scelse di  vivere alla greca nella piccola polis senza praxis dove dedicarsi a quell’otium  che Virgilio definì dono di un dio. Millenni dopo un reduce dalla guerra di Secessione, il colonnello MacKoven, edifica ad Anacapri una casa non costringendola in uno stile perchè li rappresentasse tutti, una Casa Rossa che dà tuttora il suo benvenuto inciso in lettere greche sul portale d’ingresso e che oggi espone nella sua pinacoteca quadri tuttora vibranti delle suggestioni che il paese esercitò su pittori di tutto il mondo.
L’Isola dipinta ne è  l’avvincente catalogo, degno di figurare nei musei di tutto il mondo, dovuto alla sagacia dell’iniziativa, delle scelte  e della collaborazione di Giovanni Schettino che, cittadino anacaprese per generazioni, si potrebbe definire un intellettuale se il termine non contenesse in sé una deminutio. Traducendo la sua vastissima cultura e il suo senso di appartenenza ad Anacapri in una fertile e instancabile attività di diffusione e di arricchimento della memoria storica dei luoghi, Schettino ne potenzia l’evoluzione e scende in campo, unico mezzo perché il sapere non si inaridisca in vane elucubrazioni teoriche.
Tra le opere de L’isola dipinta ci limitiamo a citare il Matrimonio anacaprese del francese Edouard Sain, gruppo di famiglia in un interno d’epoca dove l’armoniosa composizione degli spazi, dei personaggi, degli abiti, delle luci diventa lezione di sintonia spirituale, di equilibrio e di armonia.
Tutto l’operato degli stranieri sull’isola rivela la loro immedesimazione nel luogo e sembra quasi che ne voglia ricambiare i doni con i mezzi espressivi dei quali dispone: scritti, studi, ricerche, poesie, musica, canzoni, opere d’arte.
Claude Debussy dedicò alle Colline di Anacapri uno dei suoi incantevoli Preludes e un filosofo svedese, Gunnar Adler Karlsson, edificò su una di queste colline, la Migliera, a sue spese e con maestranze esclusivamente locali un Parco filosofico unico in Europa: una vasta superficie di macchia mediterranea sottratta alla speculazione edilizia dove tracciare i percorsi sapienziali del mondo e della vita.
Vialetti da percorrere come in un rito, ultime spiagge dove ritrovare, forse, quella ragione e quei sentimenti che ancora conservano alla vita la sua ostinata voglia di durare. Ma anche il filosofo-eremita, che ha vissuto a lungo qui di fronte in una baracca aperta a tutti i venti, vi ha lasciato qualcosa, forse la parte più segreta del suo sogno e tutte le illusioni…
Accanto, a far da ristoro al corpo dopo aver ampiamente ristorato lo spirito, ecco Gelsomina: definirlo un ristorante, o altro del genere, sarebbe fuorviante. Gelsomina è la prova che se tutto si rinnovella su quest’isola non dimentica di portarsi dietro, come un lievito-madre, la memoria e le esperienze di chi l’ ha preceduto e che in quel cibo attualizzano una ritualità preziosa assicurandole il futuro.
Nella vegetazione profumata di un’altra delle collinette anacapresi, Cetrella, Compton Mackenzie celò i nomi dei protagonisti delle sue Vestali del Fuoco che va ad arricchire la già vastissima letteratura su Capri.
Il nostro mentore ci riconduce al presente, a quanti tra quelli che scelsero Anacapri come approdo definitivo e vi hanno soggiornato a lungo, lasciandone il segno, dalle famiglie forestiere radicatesi nell’isola  ai suoi appassionati frequentatori come il professore  Francesco Cedrangolo, i maestri Emilia Gubitosi e Franco Michele Napolitano che  riposano da decenni nel loro piccolo monumento disegnato da Roberto Pane nel quale il pentagramma con le due note uguali sovrastato dal punto coronato indica che la durata della nota può continuare finchè non incontrerà l’altra alla quale si potrà congiungere: e qui l’allusione è teneramente, appassionatamente chiara.
Il nostro Monsignore non solo ci prende per mano per istradarci lungo questi vialetti seguendone la geometria formale e sostanziale, ma a un certo punto ci dà il capo in mano, liberi di lasciarci condurre dove ci porta il pensiero.
E se restiamo avvinti a quanto qui ci viene detto in questa luce radiosa che sembra passare come in volo sugli alberi e sui fiori, il pensiero è in un attimo alla costa a fior d’onda dove il sole sta ancora indugiando, al Faro di Punta Carena, un altro dei confini naturali che circoscrive Anacapri come le sue colline, come l’ex ninfeo imperiale, quella Grotta Azzurra scoperta al momento giusto perchè il flusso del Gran Tour, dal privilegiato Miglio d’oro, fluisse anche verso le poche miglia di mare fino all’isola distesa all’orizzonte come una sirena, l’Isola divenuta tutta Azzurra, forse per l’occasione.
Oggi i tesori che quel Ninfeo nascondeva tornano utilissimi al nostro paese. Ma tutta la zona di Damecuta, che potrebbe definirsi forse una villa imperiale  suburbana, è gremita di testimonianze che, accortamente, Amedeo Maiuri fece ricoprire perché non venissero trafugate dagli ‘amatori’.
Questo errante vagabondare al quale ci ha spinto l’incontro di stasera ci fa riflettere come il mecenatismo culturale nell’isola in qualunque campo, di qualunque entità e in qualunque tempo sia stato esercitato soprattutto da forestieri con i quali molti isolani collaboravano a edificare queste meraviglie, a decorare ville e giardini e forgiare cancelli e foglie d’edera rampicanti sulle ringhiere di scale e di terrazze. Lavoravano con le mani, con la mente e col cuore: erano a loro volta artisti, secondo la definizione di San Francesco.
Anche i giovani anacapresi di oggi  hanno quella versatilità che li rende capaci di accedere alla variegata offerta di lavoro che l’isola offre, dalla fabbricazione dei profumi alla moda alla lavorazione della ceramica alla accorta gestione delle piccole attività imprenditoriali aperte in proprio e all’affannosa gestione dell’ospitalità dei nostri giorni, tra  bed e breakfast, case-vacanze e altri sempre nuovi modelli di ricezione turistica.
Sono anche abili nel campo dell’accoglienza, non quella isolana, che non fa certo parte della politica economica dell’isola – basta sbarcarvi da luglio a ottobre per constatarlo – ma di quella  voluta  a corollario degli eventi dei turisti doc che ingentiliscono le loro feste -souvenir con alcuni di questi valletti, che apprendono rapidamente a ricoprirne il ruolo.
Ma nonostante i privilegi di tutto ciò, come degli spazi messi a disposizione dei giovani dalla lungimirante amministrazione cittadina, della creazione dell’insula che comprende i vari rami delle scuole superiori e dall’ottima scuola media magistralmente diretta che ne è il prezioso prodromo, mancano ad Anacapri  prospettive a lungo termine per i giovani che non decidano di lavorare o di continuare gli studi sul continente.
Le nuove generazioni d’isolani trovano facilmente, e per buona parte dell’anno, lavoro offerto dall’afflusso turistico, ma intanto le vecchie botteghe hanno ceduto il posto alle grandi firme e l’isola va perdendo ogni giorno il suo stile del quale Edwin  Cerio fu un artefice e un sostenitore, insieme a tutti quanti in quei tempi vi vissero o vi soggiornarono a lungo collaborando allo sviluppo delle sue potenzialità.
E’ la sua memoria storica  che va scolorandosi fino a dissolversi e gli stessi isolani non si chiedono a che cosa debbano la vasta offerta di lavoro stagionale e lo sviluppo commerciale che consentono al paese benessere e ai giovani una precoce autonomia, né sanno che non sarà questa la qualità di turismo che potrà rinnovarne la linfa.
Quanto agli intellettuali, tra i quali rendiamo merito a Raffaele Vacca e al suo Premio Capri San Michele che ha portato il nome dell’isola nel mondo facendo, nel nome stesso, da ponte col passato perché non vada perduto, nella loro grande maggioranza e anche se residenti stagionali del paese si limitano a un mordi e fuggi poco diverso da quello del turismo di massa al quale aggiungono, quasi per spirito di appartenenza: e critica, ma senza pensare nemmeno lontanamente di far qualcosa perché il cambiamento sull’orlo del quale vive oggi il paese non diventi una deriva…

Anacapri| ilmondodisuk.com
L’interno della chiesa di San Michele

Eppure Anacapri ha ancora infinite riserve di possibilità che potrebbero consentire ai giovani attività forse meno lucrative al presente, ma proiettate verso il futuro. E’ il momento che studino la loro storia e si organizzino, negli spazi messi a loro disposizione, per incontri d’arte, di letteratura, di scrittura, di teatro in modo da poter essere a loro volta artefici di rinnovamento, come pure è venuto il momento di  scrivere essi stessi della loro isola, svecchiando le vetrine delle librerie dove il déjà vu si alterna solo al déjà lu.
Basta guardarsi intorno per trovare, nell’Anacapri di oggi, fonti di crescita e di ricadute culturali ed economiche, a cominciare da tutto il percorso dei Fortini  che andrebbe riletto come una pagina di storia dove la sagacia strategica di un re francese innamorato del suo regno napoletano seppe compiere un miracolo. E così il percorso del Parco filosofico, da inserire nei circuiti turistici internazionali.
E una campagna di scavi e un museo archeologico permanente a Damecuta richiamerebbero ad Anacapri studiosi, visitatori e un turismo anche culturale  ben più proficuo il paese. Ma basta guardarsi intorno anche per capire  che non è certo il turismo attuale quello sul quale puntare le proprie speranze di futuro, a meno che i giovani anacapresi non si accontentino di raccogliere la frutta piantata da altri senza rinnovare la piantagione, come i lavoratori stagionali fanno nelle campagne durante la stagione del raccolto.
Il mecenatismo culturale del quale ci ha parlato Monsignore va incoraggiato attraverso le molte attrattive che Anacapri presenta e che sono ancor più valide della sua bellezza e della sua promessa d’otium che innamorarono un imperatore.
Ed è bene che i giovani imparino che, senza quel tipo di mecenatismo, non vi sarebbe stato il Mosè né le Logge del Vaticano né la Cappella Sistina. E nemmeno la storia di San Michele, e buona parte le della storia della quale abbiamo avuto una lezione talmente sottintesa ma talmente penetrante da averci ispirato questi pensieri.
Il convegno è finito, il giardino impallidisce nell’avanzante crepuscolo e il paese ci accoglie con le sue belle stradine quasi campagnole che sboccano all’angolo dell’Hotel Paradiso, un altro Paradiso, una volta Faro riverberante la sua luce non meno di quello di Punta Carena: un Paradiso  che il mai abbastanza rimpianto Cavaliere Nicola Farace rafforzò, a scanso di equivoci, con un Eden che ci induce a pensare, a ritornare alla circonferenza della quale ci parlava il nostro Monsignore che ci allontana secoli e millenni gli uni dagli altri e sulla quale forse tutti questi Paradisi, sia pure perduti, ci tengono saldi, sempre alla stessa distanza dal centro al quale siamo diretti: il nostro credo, la nostra fede, il nostro Dio.
Percorrendo all’indietro i corridoi del tempo circolare si può tentare di ricostruire lo spirito di questi Eden della bellezza e della grazia del vivere che improntarono la vita del paese facendone modello nel mondo.
Quel che conta è risvegliare queste memorie, senza basare il futuro su eventi volatili dei quali non resterà niente. Se lasceremo avanzare l’epoca immemore, già alle porte, si perderanno anche le parole usate per celebrare i vivi e i morti e quella continuità che ci consente di restare, tutti, alla stessa distanza dal nostro centro di luce.
E in tale speranza e in tale prospettiva  cominciamo dall’inizio, accettiamo l’invito della Casa Rossa con la sua alfa privativa avanti a praxis e che ci sembra consonante con i pensieri di un poeta che ci è caro mettere a conclusione di questo lungo vagabondare forse un po’ doloroso, possibile solo in un luogo che si ami: …e il tempo non procedeva, si spandeva  largo tra i nostri gesti, sul cuore di Maria… i giorni trascorrevano infiniti, fuori dal tempo assoluto, nel tempo relativo che su un foglietto a forma di santino ci porge un’elegia per l’ozio, solo tempo divino. E’ lui che mette in tavola canti di primavera grandi, con lui navigherai l’ottavo mare.( Lucio Mariani. Del tempo, ed. Crocetti, gennaio 2001).

Un seggiovia, sul monte Solaro
Un seggiovia, sul monte Solaro