La storia della lingua napoletana ha origini molto antiche. Rappresenta un idioma romanzo che, assieme all’italiano, è correntemente parlato, non soltanto nel meridione del nostro paese, ma anche all’estero dove ci sono migliaia di emigrati che vogliono ancora sentirsi vicini alla propria terra d’origine.
A partire dagli inizi di giugno 2020, la Regione Campania ha istituito un comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano. A comporre il Comitato scientifico esponenti dell’immenso patrimonio artistico e culturale partenopeo, che hanno il compito di tutelare e proteggere questa immensa ricchezza in tutto il mondo. Tra loro, lo scrittore Maurizio De Giovanni, il prof di linguistica italiana della Federico II Nicola De Blasi, la linguista de “L’Orientale” Rita Enrica Librandi, la ricercatrice dell’ateneo salernitano Carolina Stromboli. Un passo importante per la lingua napoletana. Una lingua neogreca e neoromanza riconosciuta anche dall’Unesco come tale, anche se non come patrimonio dell’umanità al momento.
Quatto, li luoche de la Sarracina: Puortece, Crumano (San Giorgio a Cremano), la Torre (del Greco) e Resina”. Un proverbio antico che indicava i luoghi nei pressi di Napoli dove si stanziarono gli arabi. Avreste mai pensato che la bella lingua napoletana, fonte di ispirazione per poeti, scrittori e cantanti, debba una parte del suo vocabolario all’arabo?
Il napoletano è stato esposto a svariate influenze durante i secoli a causa dei contatti con la Campania, e il Mezzogiorno d’Italia. Non ci deve meravigliare se ha nel suo lessico una sorprendente presenza della lingua araba (foto).
Talvolta, napoletani e arabi sembrano essere due popoli così distanti – geograficamente e culturalmente – eppure, l’incontro tra gli arabi e la città di Napoli che risale al IX secolo D.C. ha prodotto i suoi frutti. Due lingue che possono sembrar lontane anni luce ma presentano similitudini. Questo perché al tempo del Regno di Napoli – periodo enormemente florido dal punto di vista economico – avvenivano numerosissimi scambi commerciali con i paesi del Nord Africa. Queste riportate qui di seguito sono solo alcune delle parole. E basta dare uno sguardo per rendersene conto.
Partiamo, però, dall’italiano. L’espressione comune a bizzeffe. Significa “in quantità”; la parola bizzeffe deriva dall’arabo bizzēf, cioè “molto”. È considerata una locuzione polirematica della lingua italiana, cioè composta da due parole ma con un solo significato, che viene utilizzata come un tutto unico.
Poi c’è la parolaguallera” o “uallera”. Deriva dalla terminologia araba “wadara”. Anticamente questa parola veniva utilizzata per indicare l’ernia scrotale. Una serie di associazioni l’hanno portata al concetto di gonfiore, di pesantezza fisica e morale, di svogliatezza e di inferiorità. Espressioni napoletane colorite come “sei una uallera”, che sta ad indicare una persona lenta che non si sbriga a fare una determinata cosa; oppure “par’ ‘a uallera” per dire che hai un comportamento pessimo.
E voi sapete cos’è ’o spiritello maligno? È il napoletanofarfariello”. Persino il sommo Dante si riferiva al diavolo, e da noi si è diffuso con lo stesso significato. “’O farfariello” deve quindi la sua origine all’arabo “farfar”, demonio, spirito maligno.
E che dire poi delmammone”? Noto temine con il quale le madri terrorizzavano gli esuberanti bambini napoletani, simboleggiante un mostro rapitore. Questa parola deriva dall’arabo “maymūn”, riferendosi semplicemente a un grosso scimmione.
E la parolapaposcia”? Una parola che oltre a indicare una semplice pantofola vecchia e consumata, ed essere sinonimo di ernia scrotale, deriva dall’arabo “bābūğ”, la calzatura orientale con la punta all’insù.
E la “vaiassa” invece? In origine, donna volgare, incivile, sguaiata. Un significato totalmente diverso da quello attuale. Infatti, in origine la “vaiassa” non era altro che la serva di casa ed etimologicamente la parola deriva dall’arabo “bargaš” che indica la giovane schiava straniera, fatta preda di guerra o di razzia.
Insomma, il napoletano conferma l’enorme fascino che l’ha reso famoso anche in Medio Oriente. E tenete in mente queste parole perché se andate nei paesi arabi, potrebbero tornarvi utili.
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