In un momento storico particolare mondiale inteso come relazioni tra popoli e nazioni, tra culture e religioni, dove tutto pare essere cambiato solo per raccontarci la solita triste storia, quando sembrava che potessimo essere migliori e che la Natura, matrigna e indifferente  potesse darci una nuova possibilità, noi abbiamo avuto la brillante idea di fregarcene altamente. Continuando sulla nostra vecchia strada fatta di soprusi e schieramenti, di una finta tifoseria da stadio che in un senso o nell’altro ci fa sentire parte di qualcosa e così, con l’anima in pace nella tasca dei pantaloni, andiamo spavaldi verso una fine che sembra l’unica possibile.
Lo schianto è vicino, il disastro è imminente e continuiamo a guardare la pagliuzza nell’occhio di nostro fratello, tralasciando la trave che portiamo con noi.
Per nostra fortuna hanno inventato Napoli, baluardo cosmopolita dove le culture si intrecciano e le tradizioni si fondono, dove riti pagani e religiosi sono un tutt’uno. Luoghi dove accanto alla figura dei santi troviamo i protettori della casa, antichi spiritelli che abitano i nostri appartamenti.
Come iniziare, non dico a cambiare rotta, non sono così ingenuo anche se a volte mi piacerebbe pensarlo, ma almeno a rallentare questa corsa sull’ottovolante? Come fare a capire che l’unica forza che abbiamo è nell’amore come sentimento universale e non nell’accumulo sfrenato e spasmodico di cose e denari? Potremmo iniziare dall’arte che ci insegna e ci eleva, che porta a pensare e scavare e a guardarci dentro?
E potremmo partire proprio da Napoli con una mostra importante , una mostra, nata l’anno scorso in piena pandemia, che parla di Nigeria e di Africa, delle tavole del corano, parla di amore e mette insieme suggestioni che vengono dal passato in relazioni a oggetti realizzati oggi.
Nonostante non parli dell’ultimo periodo è un ottimo antidoto alla chiusura che ha portato noi tutti a isolarci sempre di più, andrà tutto bene ci dicevano, abbiamo perso le motivazioni credo. Ecco perché una mostra che parla di integrazione e interazione diventa fulgida speranza per riavvicinarci attraverso la scoperta di una cultura, quella nigeriana, che non è poi così lontana dalla nostra.
All’inaugurazione ho sentito dire che per conoscere l’Africa contemporanea e le sue manifestazioni artistiche e culturali dobbiamo spogliarci di tutte le nostre convinzioni, dobbiamo disimparare quello che crediamo di sapere e solo così possiamo essere abbastanza pronti e nudi da poter ricominciare a imparare la contemporaneità di questo continente.
Nudi, spogliati dai nostri preconcetti e pregiudizi, solo così possiamo capire dove e come andare. Magari è la volta buona che scendiamo dai nostri piedistalli di cittadini occidentali della parte migliore. “Sai per avere il campionato più bello del mondo cosa ci vuole? Centinaia di campionati che fanno schifo”.
Grazie ad Andrea Aragosa di Black Tarantella in collaborazione con il Centro Studi Archeologia Africana di Milano per la prima volta in città, nella cappella palatina del Maschio Angoino fino al 10 luglio, un’esposizione curata da Andrea Brigaglia e Gigi Pezzoli con il sostegno della Regione Campania, del Comune di Napoli Assessorato all’Istruzione Cultura e Turismo, della Scabec – Società campana beni culturali e con il patrocinio dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e del Ministero degli affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Una mostra dal titolo importante e a tratti ingombrante Nel nome di Dio Omnipotente. Nella Cappella Palatina del Maschio Angioino ritroviamo le pratiche di scrittura talismani dal Nord della Nigeria.
Una mostra che parla di religione, di superstizione, di talismani. Un progetto che porta alla luce aspetti anche estetici della cultura e della scrittura di un Islam africano moderno dove le pratiche culturali di quei popoli mischiano sacro e profano.
Le tradizioni attraverso degli oggetti accattivanti, dalle forme sinuose da una scrittura che si fa disegno e decoro ci insegnano che la Nigeria e i suoi molteplici mondi non sono poi così lontani, scopriamo che tutti abbiamo il nostro munaciello e una bella ‘mbriana a protezione della casa , a curare le nostre paturnie familiari.

Antiche pratiche protettive e divinatorie che ricordano i nostri amuleti, i nostri talismani. Una capacità che poteva sembrarci tutta napoletana di unire la religione e la magia scopriamo essere del mondo, come se la Cabala ebraica, l’alchimia medievale , il Medio Oriente e il mondo greco romano fossero una cosa sola.
Tra la cultura hausa del Nord della Nigeria e quella napoletana non c’è alcuna differenza, non siamo mai stati così vicini e questa mostra ce lo ricorda con un corpo di oltre ottanta opere tra manoscritti coranici e poetici, tavole in legno metallo e pelle, vere opere d’arte con pezzi che rievocano lavori di Burri.


Una prima parte liturgica con tavole per lo studio intrise di elementi decorativi che riportano le prime sure del Corano apre la mostra. Si arriva poi, passando per talismani, ricettari popolari e oggetti per la divinazione, a elementi decoratici e iconografici con animali della savana, figure zoomorfiche che richiamano alcuni pezzi di Keith Haring. 
Napoli ancora una volta si presta a essere crocevia di culture e religioni, unico posto adatto a candidarsi come luogo di dialogo tra il mediterraneo occidentale e l’Africa. Benvenuta Nigeria, benvenuto Mondo.
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In pagina, immagini della mostra

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