C’è stato un tempo in cui la Stazione era il centro del mondo.
Prima che le distanze implodessero e si accorciassero, quando ci si affacciava all’ebbrezza della velocità e alla potenza del treno.
Nel nostro mondo fatto a pezzi dai jet lag restano poche tracce di questo primo mito futurista. Un esempio lo si trova ancora nel linguaggio, dove prendere un treno, o per contro perderlo, ci porta a evolvere o restare ancorati ad un passato pericolosamente statico.
Pericolo, la stasi, corso anche dalla cultura italiana di questo periodo.
Non parliamo della cultura ufficiale, forte dei milioni di euro di finanziamenti, capace di muovere il business ma incapace tuttavia di assicurare stabilità ai suoi molti lavoratori precari.
Non trattiamo di dirette streaming sui siti di agenzia di stampa e molto rumore sui social, prime pagine patinate e richiami dai giornali esteri.
Si tratta qui di quell’arte ai primordi che rischia grosso perché muove i primi passi non assistiti in un periodo pericolosissimo e che è comunque capace di accordare professionalità diverse in tempi di rapporti umani scarni, sulla lunga distanza.

Una visione dei ragazzi romani in stazione


Nasce così Accademie in stazione, iniziativa coordinata da Grandi Stazioni Retail, e voluta da due tra le maggiori scuole di formazione artistica in Italia, le Accademie di Belle Arti di Napoli e Roma.
Un’operazione bifronte che si traduce in Visioni d’istanti, esposizione di 11 opere inedite nella Stazione Termini e in PopNapoliPop, un murale dal forte impatto visivo, affacciato per 400 metri quadrati su corso Novara. Dediche multicromate alle icone delle due città, in quartieri non facilissimi.
Un modo di dare centralità al territorio e, al contempo, possibilità per giovani artisti di superare i limiti imposti dalla pandemia.
Così si scopre il coordinamento sulla grande distanza di autori e professori, gli uni innovando il modo di cooperare, gli altri rendendo possibile una iniziativa che riscrive le regole dell’approccio con l’arte nel momento in cui questa resta chiusa al pubblico, salvo rari casi.
L’arte va incontro alla persona e la costringe a comprendere come un classico non-luogo  possa trasformarsi in mostra gratuita, come spiega Cecilia Casorati, direttrice dell’Accademia capitolina. L’evento rappresenta un’occasione importante in un Paese dalla tradizione artistica millenaria ma con una carenza nei confronti dell’arte contemporanea. 
Uno slancio verso il fuori che è molte cose. Non solo per la già citata analogia con la ripartenza di un settore che nel caso specifico vede l’emergere di nuovi talenti, gli studenti delle due accademie, capaci di esprimere un momento di felice scenografia urbana, carica della loro propria visione di artisti, come ricorda Renato Lori, direttore a Napoli.
Per il buon esito del progetto, è stato fondamentale il coordinamento dei professori: su tutti Sabina Alessi, professoressa di decoro a Roma, Marco Gallo, docente di applicazioni digitali per le arti visive per l’Accademia di Napoli  e Rino Squillante, coordinatore della scuola di pittura dell’Accademia napoletana.

Qui sopra e in evidenza, due opere degli studenti napoletani

Per quest’ultimo Accademie in stazione rappresenta una grande mostra autoriale, capace di esprimere l’intimità di artisti giunti al culmine di un percorso atto a sublimare la loro sensibilità espressiva. Un’iniziativa che rafforza il legame con il territorio e con il terzo settore nell’epoca della street art commissionata dalle grandi città. 
Ma come si esprime tutto questo nello spazio?

Visioni d’istanti prevede un percorso di undici opere inedite, in cui si racconta e si reinterpreta la Stazione Termini. I linguaggi espressivi si rifanno allo scibile delle pratiche artistiche digitali, esplorando e sfruttando una miscellanea di luoghi comuni, materiali, sensazioni, legate alla dinamicità, al viaggio. Le opere strappano questo movimento alla stazione, se ne nutrono, ridonandolo in forma di esposizione.
PopNapoliPop invece ha visto 9 studenti operare all’unisono, in un tributo alla città costruito intorno alle sue icone più peculiari: personalità, monumenti, tradizioni culinarie, colori, moltiplicati e reinterpretati in un variegato e frizzante capolavoro di arte digitale.
La stazione è quindi rinnovata conservando la caratteristica di luogo da cui partire, in cui tornare per ripartire. Il luogo ideale per ricominciare, in un momento in cui l’incertezza viene ribaltata, resa feconda. E le regole di un gioco potenzialmente asfissiante per la creatività vengono sfruttate per divenire nuova linfa artistica.
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