Coprifuoco seconda stagione, è iniziata di nuovo l’era del lockdown. Forse non era mai finita e ci siamo soltanto illusi. E così ancora una volta abbiamo restrizioni pesanti. Zone gialle, rosse e arancioni. Ironia della sorte, sono i colori usati per ridipingere le pareti del Madre in questi giorni, per celebrare, a un anno dalla sua scomparsa, il designer milanese Alessandro Mendini.
Molte persone purtroppo non potranno godere delle meraviglie da lui progettate perché nei vari rimpalli tra un decreto e l’altro ci sono finite questa volta gallerie e mostre d’arte. Ancora una volta la cultura resta a casa e i musei chiusi. Del resto, si sa che sono luoghi d’assembramento al pari di bar, pizzerie , sale scommesse e centri sportivi. Mente sana in corpore sano, malati dentro e fuori, forse è così che ci vogliono.
Per fortuna ci sono artisti come Alessandro Mendini che rompono ogni schema e categoria, che escono fuori da ogni catalogo e confezione precostituita.
Stando comodamente e tristemente a casa nelle ore serali, quando si sa che il virus del momento è più aggressivo, possiamo ammirare il suo lavoro realizzato in collaborazione con i Mattia Bazar negli anni 80, una raccolta di brani curata dal designer con l’intento di provare a slegare la sua materia dal contesto industriale e consumista, trovare dei suoni e delle immagini come di esperienze architettoniche complesse.
Alcuni di questi video musicali aprono per l’appunto al Madre questa retrospettiva a cura di Gianluca Riccio e Arianna Rosica su Alessandro Mendini per celebrare una delle figure più importanti nel panorama internazionale del design e dell’architettura del secondo dopoguerra.  
E se proprio non vi basta restare a casa la sera a guardare i video su youtube potete girare la mattina per Napoli e incontrare l’opera di Mendini in giro per la città.
Il rapporto tra Partenope e l’uomo Alessandro è ben spiegato nella mostra al Madre che non potrete vedere almeno fino agli inizi di dicembre.  L’architetto ha progettato la stazione della metropolitana di Mater Dei e di Salvator Rosa e nelle sale del museo sono presenti i disegni e gli schizzi dei progetti. Le due fermate sono concepite come opere estetiche, spezzoni di teatro che coinvolgono gli abitanti e diventato così palcoscenico per i cittadini .
Le stazioni come le piazze e i mercati riportano all’idea di Mendini di una città magica che racconta il miraggio di un’architettura fatta di atmosfere e luce, come la villa comunale riprogettata dall’architetto milanese.


In questa mostra troviamo i bozzetti preparatori delle cancellate della Villa. Una cancellata che, più che chiudere, accompagna i fruitori del parco ai varchi d’ingresso come delle lunghe collane con dei muretti continui di pietra lavica che all’occorrenza diventano panchine. Una lunga linea modulare scandita da pali a fuso di colore oro. Delle geometrie che dialogano con l’ambiente circostanze.
Alessandro Mendini aveva pensato a tutto e così in un periodo di lockdown frammentario è possibile ammirare i suoi progetti a Napoli, una città che amava molto, che partecipava attivamente, come dovrebbe essere in un’utopica città del sole.
In questa città ideale i musei resterebbe aperti e sarebbe così possibile continuare a scoprire il lavoro di un designer che ha sempre sperimentato e cavalcato i suoi tempi, realizzando lavori con i più importanti artisti del tempo , anche in contrapposizione con le mode imperanti.
Nella prima sala del Madre realizzata da Francesco Clemente, ritroviamo delle opere-sedie del periodo Radical Design, vere e proprie sculture ispirate per l’appunto all’arte povera. Dei lavori che integrano design e arte , togliendo invece di accumulare per un’architettura effimera piuttosto che permanente, contrapposta al movimento funzionalista. 
Oggetti architettonici realizzati con materiali poveri dove traspare anche l’aspetto giocoso e ironico dell’artista, sedie che diventano monumenti, magari inutilizzabili ma belle da vedere.
La mostra continua seguendo un percorso cronologico della sua avventura artistica con l’esperienza di Alchimia dove recupera la tradizione futuristica, altro esempio di espressione italiana artistica nel mondo insieme all’arte povera, tra progettazione spaziale e produzione industriale con la sedia tavolo, gli arazzi e i mobili in serie che diventano dei veri totem simbolo di un’architettura interna non funzionale ma espressiva e di avanguardia.
Un architetto, un designer, un animatore culturale. uno sperimentatore mai fermo, quasi un direttore d’orchestra che organizzava il suo lavoro in una forma collettiva, che collaborava con artisti quali Clemente, Sandro Chia e Enzo Cucchi nella progettazione, per esempio, del mobile infinito, ancora una volta un’utopia , un sogno che esce dal cassetto da lui stesso disegnato.
Un’opera presente in parte in una sala della mostra, un mobile dove ogni artista può aggiungere o togliere qualcosa, formato da un gruppo indefinito di elementi come corpi nudi che si decorano pronti ad avere infinite forme e narrazioni.



Un sistema di arredi componibili all’infinito. Un’opera che si pone come modello concettuale di un’architettura che supera ogni limite estremo di non ritorno, che non ha più confini.
Un sogno che può superare le barriere stesse del sogno e diventare tutto e il suo contrario. Un sogno che continua e che per fortuna potremmo continuare a guardare anche dopo e oltre questo periodo di restrizioni perché la mostra durerà fino ai primi mesi del 2021.
Una mostra simbolo di un artista, tra sperimentazione concettuale e design, che conosceva i confini e proprio per questo era in grado di superarli , come succederà a noi tutti, dopo questo periodo difficile.
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In foto, alcune opere esposte al Museo Madre

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