Esiste una dinamica sociale capace di attraversare i secoli, per ritrovarsi identica in tutte le epoche.
Non occorre perizia da memetista per arrivare a definirla. Si tratta della tendenza dei gruppi di potere ad annichilire, invece di integrare, le forme culturali che, sfuggendo al controllo , possono minacciare l’ideologia maggiormente diffusa di un popolo.
La storia di Ipazia ( Hypàte), rievocata al Napoli Teatro Festival per la sezione Osservatorio sotto la regia di Aniello Mallardo, rientra senza mezzi termini in questo tipo di modello sociale reiterato.
Figlia di un filosofo, filosofa a sua volta e guida di una scuola in Alessandria d’Egitto capace di ospitare pacificamente uomini ebrei cristiani e islamici, sottraendoli alle lotte sanguinose che avrebbero visto poi il dominio della chiesa di San Cirillo e dei suoi monaci sicari.
Presa di forza, sottratta alla storia e fatta a pezzi insieme alla sua opera, Ipazia arriva a noi attraverso le testimonianze dell’epoca, in una vicenda sempre attuale perché animata da contrasti presenti in tutta la storia umana.
Patrimonio culturale di ogni tempo che le varie società hanno riproposto a seconda delle ideologie di volta in volta correnti.
La lettura che ne dà Mallardo ci mette di fronte a uno spettacolo in linea con i tempi, che spazia dalla più immediata declinazione femminista alla più velata rivalutazione della scienza che attraversa il 2020 segnato da un crisi sanitaria globale. 
La produzione targata Teen Thèatre, Teatri di seta, ha molti meriti.  In primo luogo quello di aver saputo rievocare una storia che è sì dolorosa, per la vicenda umana della filosofa greca e il vuoto intellettuale che deriva dalla distruzione dei suoi scritti, ma che è fregio di chi riconosce alla scienza un ruolo non solo tecnico ma fondamentale nella costruzione di una coscienza critica condivisa.
L’interpretazione di Serena Mazzei dà alla figura di Ipazia, passata alla storia come vittima sacrificale, una tenacia e una pienezza che pure dovettero essere reali. Un carisma capace di trasformare in presenza una storia di assenza, incarnando un personaggio che manca in principio proprio di fisicità, umana o culturale che sia.
Se da un lato la scena nero-dorata mette in luce una donna totalmente assediata dal triangolo Oreste-Cirillo-Sinesio, dall’altro ci rende una Ipazia svincolata da un’azione espressa a turni, ma della quale detta tempistiche e dinamiche.
L’Ipazia di Mallardo comunica attraverso vibranti monologhi e immagini palpitanti, un punto luminoso nell’opaco che avvolge gli altri personaggi. La passione intellettuale che consuma Ipazia parla di una visione del sapere completamente alieno alle dinamiche di potere, pure espresse sul palco.
Potere della benevolenza machista di Oreste ( Andrea Palladino), potere dello spietato calcolo politico di Cirillo (Luciano dell’Aglio), potere dell’indifferenza del sapere di Sinesio (Giuseppe Cerrone).
La scena corale rende perfettamente timori e debolezze del potere e la tranquillità sapiente di una donna conscia del destino scelto.
In questa serata lo spettacolo si fonde totalmente con la sua cornice: una Napoli di cui si intuiscono frenesia e difficoltà, non ostile, discreta, in una rievocazione che non è solo di contenuti ma anche di espressione, capace di ricordare le origini storiche del teatro.
La vicenda di Ipazia, persona che la storia non è riuscita tuttavia a cancellare, ben si lega anche al momento delicato di un lavoro che rischia di passare sotto silenzio nelle pieghe di una crisi che ha colpito drasticamente i professionisti del palco.
Emblematico il messaggio fatto ascoltare prima dello spettacolo e che ricorda il ruolo fondamentale delle figure precarie che quotidianamente mantengono in vita il settore, la cui sopravvivenza è minacciata alla crisi economica derivata all’emergenza sanitaria. 
Un mondo cui non manca talento e spessore, fatto anche di un teatro giovane capace di proporre tematiche sempreverdi che ben si prestano a ridare alla messa in scena il suo ruolo centrale nella realtà sociale e culturale del suo tempo. 
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Qui sopra, Ruggero Cappuccio, direttore del Napoli Teatro Festival, fotografato da Salvatore Pastore. In alto, Una scena di “Ipazia”, scatto di Giorgia Bisanti


IL BILANCIO/UNA SFIDA VINTA. IN AUTUNNO, LA SEZIONE INTERNAZIONALE

Calato il sipario alla fine di luglio, Napoli teatro Festival vince la sfida della ripartenza: circa 10 mila spettatori, 1500 lavoratori dello spettacolo coinvolti, oltre 500 artisti sul palcoscenico durante un mese di programmazione a cielo aperto Si chiude con successo la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il forte sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival.
Sono circa 10.000 gli spettatori che hanno risposto con entusiamo ai 130 appuntamenti distribuiti per tutto il mese di luglio in luoghi all’aperto, configurando così il NTFI come la prima grande manifestazione culturale  in Campania a superare la sfida della ripartenza postlockdown.
La sezione internazionale, che negli anni passati ha portato a Napoli grandi nomi della scena contemporanea, è stata invece riprogrammata a partire dall’autunno . A settembre lo spettacolo di Ruggero Cappuccio settembre con la regia di Jan Fabre: Resurrexit Cassandra. Una Cassandra contemporanea che racconta gli uomini come lei si sia reincarnata in diverse epoche.

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