Da molto tempo vivo a Posillipo. Più della metà della mia lunga vita l’ho trascorsa in questo quartiere. Abito nella zona alta del promontorio, dopo la grande curva del Capo quando tutto cambia: la strada si allontana dalla costa, le correnti del mare prendono una diversa direzione e sembra che anche il colore dell’acqua cambi forse per una diversa morfologia dei fondali.
Da questo punto in poi, ossia dalla Piazza Salvatore Di Giacomo, ricavata all’inizio del secolo scorso interrompendo il vallone che dalla montagna scendeva giù fino alla marina, anche il verde dei giardini si confonde con quello degli ultimi, pochi fazzoletti di terra ancora coltivati.
Piccoli orti è tutto quanto resta di quando la collina era ancora abitata, quasi esclusivamente, da contadini e da pescatori, negli antichi casali inseriti fra le grandi aree verdi proprietà di pochi nobili e di molti ordini religiosi.
Una realtà che ancora sopravvive in alcuni luoghi posillipini e nel nome Santo Strato con il quale è indicato l’ultimo tratto della strada. Il cambiamento della organizzazione spaziale e abitativa del quartiere è avvertito anche dagli abitanti i quali, nel dichiarare il proprio domicilio, dopo aver detto di vivere “a Posillipo” aggiungono: abito a donn’Anna oppure a Piazza San Luigi o, infine, a Posillipo alta.
Località, oltre alla già ricordata Piazza Di Giacomo, che s’incontrano lungo la murattiana strada che da Mergellina sale dolcemente fino alla punta del promontorio dalla quale, poi, la città si affaccia sull’ampia pianura flegrea. Luoghi, inoltre, dove si concentrano le attività commerciali e la densità abitativa aumenta.
Una volta ho letto di un posillipino, mi sembra di ricordare che fosse uno sportivo, il quale a un giornalista che gli chiedeva se fosse napoletano, rispose che era nato e vissuto a Posillipo alto aggiungendo, subito dopo, “lato mare”; una distinzione che francamente potrebbe sembrare snobismo ma che, in realtà, era solo un modo affettuoso di dichiarare l’amore per il proprio luogo d’origine.
Per quanto mi riguarda, volendo essere più preciso, posso aggiungere che abito nei pressi del cinema Posillipo, l’ex mitica sala del quartiere nella quale molte generazioni, alle poco nitide immagini che scorrevano sullo schermo ed al suono altrettanto incerto della colonna sonora, hanno scoperto i primi desideri d’amore lasciando per sempre la propria infanzia su quelle sgangherate sedie.
La lunga introduzione sulle caratteristiche urbanistiche e sugli abitanti del quartiere è stata necessaria per meglio comprendere il mio legame con la zona. Dunque, per anni, molti anni, per recarmi al lavoro, ho utilizzato i mezzi pubblici. Il che voleva dire, come del resto ancora oggi, servirmi dell’unico pullman a disposizione, ossia il numero 140, il cui percorso, negli anni, ha subito non poche modifiche costringendomi a riorganizzare la mia trasferta giornaliera.
In un primo tempo, infatti, questo mezzo, partendo dal Capo, dopo aver attraversato la zona ovest della città, giungeva fino a piazza del Gesù passando per Via Monteoliveto dove io ero diretto.Quando poi il percorso del 140 è stato ridotto, una volta giunto in piazza dei leoni a Mergellina, sono stato costretto a continuare il mio viaggio con l’R3 il quale completava il percorso fino alla zona di Monteoliveto.Poi questa nuova linea è stata soppressa, per cui volendo raggiungere sempre la stessa meta, una volta giunto con il 140 in Piazza Vittoria, era necessario servirsi del C25 che arrivava fino alla piazza della Posta Centrale attraversando Via Monteoliveto.
E oggi? Sinceramente ho perso il conto delle continue trasformazioni della linea la quale, giunta in via Santa Lucia, ritorna indietro attraversando il tunnel della Vittoria.
Nel corso della mia vita lavorativa, a parte la difficoltà di trovare un parcheggio in centro e il relativo costo elevato, per onestà devo confessare che, ebbene sì, io non guido, non ho mai guidato ed ora ho anche superato l’età del rammarico.
Devo aggiungere, e non so quanto questo gioverà alla mia reputazione, che ho anche frequentato una scuola guida ma, senza vergogna lo confesso, mi annoiavo e ho deciso di lasciar perdere il giorno in cui, essendomi distratto, ho risposto all’istruttore, che forse già di sua iniziativa avrebbe volentieri fatto a meno di questo allievo, che la “coppa giratoria” era una “gara ciclistica”.
Tra le risate generali, non fu necessario invitarmi a uscire dall’aula perché io ero già fuori, su Via Caracciolo, a godermi uno splendido tramonto. (Per completare l’informazione dirò che pochi amici patentati sapevano cosa fosse questa benedetta “coppa”).
Ora che ho definito, più o meno, la mia persona e il luogo dell’azione, ossia Posillipo, posso entrare, come si dice, nel vivo del discorso. Dunque, come ho già detto il percorso da Posillipo a Via Monteoliveto ha caratterizzato le mie giornate per molti anni. Un percorso che per i miei impegni di lavoro e, soprattutto, per le caratteristiche urbanistiche della città, non consentiva alternative.
Salire sul mezzo pubblico all’altezza del cinema per scendere in Via Monteoliveto, era diventata la prima parte della mia giornata la quale si concludeva, finiti gli impegni di lavoro, con il percorso inverso. Sommando i tempi impiegati si può dire che, quasi ogni giorno, circa settanta minuti erano spesi lungo la strada percorsa nei due sensi di marcia.
Avendo, oggi, il doppio di quando avevo quarant’anni, mi rifiuto di calcolare quanta parte della mia vita è trascorsa in questo modo. Questa necessità giornaliera, ossia i tempi trascorsi sui mezzi pubblici, era diventata un’abitudine, oltre che una necessità, alla quale facilmente sarebbe potuto subentrare la noia; pericolo che, almeno in parte, sono riuscito a scongiurare con un minimo di organizzazione; ossia trovando il modo di impiegare il tempo, impiegato per il viaggio, in maniera costruttiva.
Organizzarsi, dunque, era diventato necessario; direi una preoccupazione per la quale occorreva trovare una risposta valida. In realtà le cose che si possono fare su un pullman non sono molte; escludendo telefonare, considerando l’assenza di ogni forma di privacy, o scrivere, almeno di non essere dei patiti di ogni nuovo modello di smartphone, tutte cose, comunque, rese possibili solo in questi ultimi anni, la cosa più logica resta leggere previo un piccolo accorgimento.
È necessario, infatti, scegliere un posto comodo in modo da non subire troppi scossoni che ti farebbero perdere, molto spesso, il segno con grave danno degli occhi costretti ad inseguire il rigo che sfugge continuamente. Se uno conosce l’età media dei mezzi di trasporto napoletani e le condizioni delle strade cittadine si rende conto che trovare un posto adatto non è facile considerando, inoltre, che il percorso, in particolare nella sua parte collinare, è caratterizzato da innumerevoli curve.
Risolti tutti questi condizionamenti in ogni caso solo pochi, e certo dopo un po’ di tempo, riescono nell’impresa. Naturalmente l’oggetto della lettura deve essere un libro o un fascicolo, insomma un formato A4 e non certo un giornale che richiederebbe un’abilità nel ripiegarlo senza abbracciare il tuo vicino la cui distanza sfida ogni legge della prossemica.
La mia fermata, cioè quella di cui mi servo, oggi meno spesso, data la sopraggiunta età della pensione, per andare o, come diciamo noi, per “scendere” in città è una delle prime, subito dopo la partenza dal Capo di Posillipo dove i mezzi sostano prima di riprendere una nuova corsa (sulla durata della sosta non azzardo numeri certi) per cui quando salgo le possibilità di scelta del posto sono ancora molte. Ciò nonostante data la frequenza con la quale gli abitanti del quartiere si servono dell’unico mezzo a disposizione dopo non molto tempo gli incontri degli utenti assumono le caratteristiche, sia pure tacite, di un vero e proprio appuntamento quotidiano cosa che consente di commentare avvenimenti, più o meno importanti, secondo tempi che non è esagerato definire “a puntate”.
Sarà normale, allora, incontrandosi il giorno dopo, salutarsi dicendo:” dunque dove eravamo rimasti”. Certo uno può decidere di non “frequentare” gli altri utenti limitandosi solo ad un cortese saluto e poi continuare la propria lettura o distrarsi guardando dal finestrino. In tal caso pretesti per guardare “fuori” il panorama ne offre moltissimi (ma sulle bellezze del golfo è necessario, semmai, ritornare; per ora è il caso di restare all’interno del mezzo).

Qui sopra, un’immagine di Napoli notturna da Posillipo. In alto, Palazzo Donn’Anna


In conclusione se uno non è uno scontroso, un superbo o, peggio, uno che finge di essere costretto a prendere il mezzo pubblico solo perché quello è il giorno di riposo dell’autista personale, il viaggio di andata e ritorno da casa al luogo di lavoro può diventare un piacevole modo per iniziare e concludere la giornata.
Si sa, la simpatia dei napoletani, di solito, è partecipativa, direi contagiosa con situazioni che hanno poco da invidiare ad un vero e proprio spettacolo con personaggi che cambiano di volta in volta e trame improvvisate con esiti imprevedibili. Può anche capitare, allora, che qualcuno salti la propria fermata per non perdere la conclusione della “sceneggiata”. Almeno così mi piace credere.
Ma la simpatia, in alcuni casi, può anche diventare una incontrollata invadenza nella vita degli altri. Se, ad esempio, uno straniero chiede informazioni su un luogo della città da raggiungere, sarà normale assistere ad un concitato confronto fra le varie soluzioni proposte da quanti si sentiranno in diritto di intervenire il che vorrà dire dalla quasi totalità dei passeggeri ossia di quelli che, per quanto già detto, utilizzano quella linea quotidianamente e che potremmo definire “centoquarantisti”.
A questo punto, quasi sempre il povero turista, per un comprensibile disagio, se ne starà in silenzio non osando intervenire e semmai, dopo aver ringraziato tutti per la cortesia e la disponibilità, superiori ad ogni aspettativa e che, giurerà meravigliato, smentiscono tutti i luoghi comuni sulla pericolosità con la quale, di solito, la città viene raccontata, preferirà scendere dal mezzo per cercare, in altro modo, di raggiungere la propria meta.
Come ho già detto, un’alternativa valida per trascorrere il tempo impiegato nel viaggio (la durata ha troppe incognite difficili da prevedere per essere calcolabile) è quello di guardare il panorama. Attività che non stanca mai, basta avere occhi e soltanto una discreta sensibilità per ammirare lo spettacolo del golfo con i continui cambiamenti dei suoi colori. Allora è possibile che un’improvvisa luce che squarcia le nuvole o una brezza che cambia la corrente del mare increspando le sue acque, ti regaleranno una nuova visione, un “quadro” che non ricordavi di aver mai visto e che, mentalmente, cercherai di ritrovare nell’immagine che tanti autori hanno lasciato del celebre panorama.
E se nel pullman, come capita spesso, ci saranno turisti, con orgoglio ti presterai a fare da cicerone. Parlatene pure male, penserai in cuor tuo, ma una città così bella voi non l’avevate mai vista. Sorriderai alla loro palese ammirazione cercando, con fare discreto, di inserirti nei loro discorsi e quando, giunti all’altezza di palazzo donn’Anna, li vedrai meravigliati per le condizioni di evidente fatiscenza dell’edificio tu, con garbo, spiegherai che quelle mura cadenti e quelle aperture vuote non sono la conseguenza di un lontano bombardamento ma testimoniano lo stato in cui fu lasciato dal suo architetto quando il Viceré che lo aveva commissionato, morta la moglie per la quale lo aveva voluto, aveva preferito ritornare in Spagna abbandonando la città.
Del resto, dirai tu, anche in questo suo stato di apparente degrado l’edificio conserva un suo notevole fascino alimentato da noti scrittori e da leggende che per protagonisti hanno personaggi fantastici.I turisti guarderanno ed ascolteranno, anche se non saprei dire con quanta convinzione, tutte le storie che si raccontano sul palazzo ma forse non pochi penseranno che, in ogni caso, completare la costruzione significherebbe aumentarne il valore immobiliare.
Ma a questo punto tu avrai smesso il tuo ruolo di cicerone per riflettere sul significato simbolico che noi napoletani dovremmo trarre dalla storia dell’edificio.Anche la città, come quel monumento, infatti, ha in sé una struggente bellezza ed un abbandono che troppo spesso sconfina nel degrado; anche la città ha una sua vita incompiuta, anche la città, a ben vedere, è un “non finito”.
Nei secoli e nei millenni della sua lunga storia, infatti, Napoli poche volte ha vissuto momenti di libertà o una sua autonomia politica, per molto tempo; una città che ha sempre visto fallire quei tentativi, anche se maldestri, intrapresi da pochi coraggiosi per liberarsi di ogni gioco straniero; una città i cui abitanti, molte volte, ancora stentano a ritenersi cittadini preferendo considerarsi sudditi; una città che nel referendum costituzionale, nonostante tutte le nefandezze dei regnanti, votò per la monarchia a grandissima maggioranza; una città che ancora vede nella sua pietanza più famosa, nel santo protettore o nel mito di un calciatore la sua unica identità possibile ed aspetta sempre il Masaniello di turno che sarà festeggiato per essere, semmai poco dopo, abbandonato in attesa del prossimo.
Penserai tutto questo con animo amareggiato ma quando il pullman, che continua la sua corsa, giungerà alla curva del Parco Ruffo, allora davanti ai tuoi occhi, lontana, la città ti apparirà sfavillante nelle sue luci che si riflettono nelle acque del golfo con il Vesuvio, sullo sfondo, che stempera il viola dei suoi verdeggianti fianchi confondendosi con l’imbrunire della sera che avanza.
Un panorama sempre uguale, ma che ogni volta indossa, solo per te, un abito nuovo. E allora tu penserai di essere fortunato perché abiti nella più bella strada della più bella città del più bel paese del mondo e ti sentirai ripagato anche per tutto quanto non sempre funziona come vorresti.Se ho esagerato vi prego non ditemelo o almeno aspettate domani.

P.S. Oggi, la storia è tutta un’altra: i nuovi piccoli pullman, attivi sulla linea, non sono comodi mentre il distanziamento ti costringe a acrobazie non facili.
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L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).

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