C’è una canzone di Giovanni Truppi che si intitola L’unica oltre l’amore che afferma una grande verità; c’è qualcosa che parla a chiare lettere di noi, dicendo chi siamo realmente, ovvero “è quella cosa che ci divide tra chi simpatizza con chi vince, e dall’altra parte, ovunque, da sempre e per sempre, chi simpatizza con chi perde“. Questo sentimento di simpatia nel senso etimologico di syn pátheia ( “patire insieme”) verso gli sconfitti, verso gli ultimi, verso chi tenta e ce la mette tutta, è il sostrato su cui Marco Melillo edifica il suo Nuova canzone felice, edito da Marco Saya e con la prefazione di Enzo Rega.

Qui sopra, la copertina, in alto, l’autore,
Marco Melillo

Già dal titolo Marco si pone in maniera critica verso la società; il poeta, infatti, ha vissuto infanzia e adolescenza, animati da un’autentica felicità, a stretto contatto con il mare. Ora, però, quello stesso mare è diventato qualcos’altro, un luogo tetro dove annega la speranza.
Marco, con la sua opera, va oltre lo schierarsi dalla parte degli ultimi; si mette al loro fianco, spalla a spalla, si mischia e si confonde tra le schiere di migranti e, infine, si immerge con loro in quello stesso mare che ora scioglie la carne e gli organi, che si impossessa di quella disperata ricerca di libertà.
I versi di Marco sanguinano dello stesso sangue che macchia le spiagge, le sue grida di dolore solcano i cieli accanto ai versi dei gabbiani, non per vezzo d’eloquenza, ma perché (leggete bene) tra noi e gli ultimi non c’è alcuna differenza. Non dovrebbe essere così necessario specificarlo, eppure eccoci qua. Il poeta lo dice e lo ribadisce nei suoi versi di un’autenticità nuda, carnale e vibrante, abbandonando ogni retorica.
Dalla sezione Dalle case d’altri, dedicata ai suoi maestri, tocchiamo con mano la vasta e solida cultura poetica del poeta; potreste incontrarlo a un bar del centro storico di Napoli, assorto nella lettura e nel vociare della città.
Marco, però, non è un poeta da salotto, anzi è una di quelle coscienze critiche invita all’azione sia il lettore che la stessa comunità poetica. Un invito all’azione e a non abbandonarsi alla speranza che qualcuno o qualcosa di non specificato venga a migliorare le nostre esistenza, un invito a prendere coscienza di uno specifico stato di cose che anima le nostre vite, che non sono scollegate tra loro.
Semicitando Brecht: “Beata la terra che non ha bisogno di [poeti]”.
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