Le disobbedienti/Donne della Rive Gauche: americane, francesi e inglesi che scelsero di vivere a Parigi (1900-1940)

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Ci sono libri che vanno letti, anche se la mole e l’argomento possono apparire impegnativi. Ho trascorso l’estate in compagnia di un bel gruppo di donne, leggendo delle loro vite, sogni, paure e idee. Storie di donne scritte da altre donne affinché la loro memoria, il loro lavoro, la determinazione, la tenacia e il coraggio delle scelte contro corrente non vada perso.
Chi scrive riannoda i fili ripercorrendo il cammino di qualcun altro con delicatezza e rispetto per raccontarne, interpretandola, l’essenza. Tra le donne della mia estate ci sono quelle presentate da Somara! edizioni nella traduzione di Manuela Faimali del saggio di Shari Benstock dedicato alle donne della Rive Gauche nella Parigi della prima metà del ventesimo secolo.
Chi erano queste donne che scelsero un luogo per vivere, scrivere, creare legami, costruire relazioni, avviare imprese e sperimentare nuovi mondi? Margaret Anderson, Djuna Barnes, Natalie Barney, Silvia Beach, Kay Boyle, Winifred Ellerman (Bryher) Colette, Caresse Crossby, Nancy Cunard, Hilda Doolittle (H.D.), Janet Flanner, Jane Heap, Maria Jolas, Mina Loy, Adrienne Monnier, Anaïs Nin, Jean Rhys, Solita Solano, Gertrude Stein, Alice B.Toklas, Renée Vivien ed Edith Wharton.
Nel percorso di lettura-scoperta ho inserito sulle pagine così tante annotazioni portando il libro con me a respirare la salsedine del mare, prendere la forma di una sedia nella sala d’aspetto di un medico, riposare nella poltrona preferita, condividere lo spazio con i documenti, gli appunti, gli altri libri e gli oggetti sacri dello scrittoio e ingannare l’attesa sul comodino accanto al letto che, adesso presentarlo al meglio, è cosa ardua.
L’argomento sul tavolo è: le donne e il modernismo. «Tutte loro alla fine superarono gli ostacoli all’indipendenza e all’auto-realizzazione, separandosi psicologicamente e fisicamente dagli uomini che le stavano intrappolando, e rivolgendo le loro energie collettive verso la scrittura come mezzo di liberazione. Spesso queste opere riguardavano le vite di donne come loro ed esaminavano il rapporto delle donne con la scrittura, ponendolo in relazione alla biografia delle rispettive autrici».
Il sotto argomento è: una squadra formata da donne – l’autrice e le editrici – trae dalla polvere delle pieghe della storia altre donne che vale la pena conoscere, persone la cui vita è stata occultata, nascosta e sepolta. Già le biografie, chi erano queste persone?
Donne americane, francesi e inglesi che scelsero di vivere a Parigi, in particolare sulla Rive Gauche. Fondarono riviste letterarie, aprirono librerie, furono corrispondenti giornalistiche per testate estere, critiche letterarie e teatrali, all’occasione furono anche tipografe, illustratrici e scrissero saggi, romanzi storie e parole in forme letterarie d’avanguardia perché erano innovatrici, sperimentarono nella vita e nel lavoro.
Molte erano in fuga da un modello sociale in cui gli uomini erano il nemico – temuto e subito – da cui allontanarsi. Cercavano a Parigi quel che mancava loro nel luogo da cui venivano: la possibilità di essere loro stesse senza doversi piegare alle convenzioni sociali. Ruppero le regole compiendo scelte considerate ardite nella vita sessuale, in politica, nella letteratura, nel modo di abbigliarsi.
Crearono circoli privati in cui riunire scrittori, poeti, artisti e pensatori  -come nel caso di Edith Wharton che studiò a fondo prima di aprire la sua elegante casa e proporsi nel ruolo di salonnière  – e diedero vita a luoghi di aggregazione dove i libri erano il fulcro.
È il caso di Adrienne Monnier ne La maison des amis des livres:  «Anziché imitare le connazionali, Monnier si ripropose di minare i principi stabiliti che imponevano alle donne di diventare ancelle del genio maschile, celando le loro aspirazioni intellettuali per stare dietro agli uomini, e accettando gli assunti maschili che vedevano le donne capaci di leggere e scrivere solo la letteratura più banale» e Silvia Beach con la libreria Shakespeare & Company.
Di quest’ultima va menzionata anche la veste di “levatrice letteraria” con la quale sostenne, incoraggiò e finanziò il lavoro di James Joyce – senza di lei l’Ulisse sarebbe arrivato fino a noi? – stessa veste, indossata in maniera differente, da Hilda Doolittle per Ezra Pound.
Queste donne furono – nel quarantennio esaminato nel testo – dinamiche, innovatrici, imprenditrici, investitrici e talent scout ma, in virtù di tali scelte, considerate ragazzine ricche e viziate in cera di avventure o disadattate, folli e sessualmente invertite.
Dall’inizio del secolo alla prima guerra mondiale fino al secondo conflitto, passando per la crisi economica del ’29, il modernismo si arricchisce delle idee e del lavoro di donne tra loro diverse accomunate da una esigenza: vivere la vita a modo proprio sottraendosi alle regole sociali convenzionali che le volevano asservite e soggiogate.
Alcune dettero vita a luoghi fisici retti da regole diverse, Natalie Barney nel giardino in rue de Jacob, fondò una Lesbo dove celebrare la bellezza classica e negare in radice il potere dell’eterosessualità.
 Ma perché quest’attenzione alla cultura classica? Per diversi motivi. Perché era il ritorno a una civiltà in cui si erano creati i canoni dell’estetica, perché era l’epoca in cui visse Saffo e per altri motivi ma anche – perché attraverso lo studio di essa e delle lingue che ne sono espressione – il latino e il greco – si preparavano i ragazzi dell’upper class all’accesso al potere della civiltà occidentale.
Le donne che ne erano consapevoli – come Virginia Woolf e Natalie Barney –  elaborarono percorsi di studio informali per non rimanere escluse dall’apprendimento. Esiste un rapporto  tra le donne della Rive Gauche e l’omosessualità? La scrittura a volte esplicita la scelta lesbica altre la cela, per alcune: “il lesbismo significava non solo un orientamento sessuale ma anche una posizione femminista, un rifiuto radicale del dominio eterosessuale” per altre era passione segreta da nascondere.
«Per tutte queste donne Parigi rappresentava un luogo in cui scrivere, affrancandole dal copione culturale patriarcale di matrimonio e maternità imposto in altre città del mondo. E in questi anni la stessa Parigi fu sottoposta a una revisione culturale da parte  delle donne […] Rifiutando l’immagine di Parigi come oggetto di lascivi desideri maschili, queste donne riscrissero il copione culturale attraverso le loro vite, facendone una complice del loro tentativo di stabilire una cultura femminile sullo sfondo di una città che era stata femminilizzata e sessualizzata da una poetica letteraria maschile».
Alzando lo sguardo dalla pagina prende  forma una riflessione: città è un sostantivo femminile in quante lingue? Quante volte abbiamo incontrato in poesie, racconti, romanzi, novelle, sonetti e poemi una città descritta come donna assalita, violata, stuprata, sedotta, abbandonata, conquistata, presa, piegata e vinta?
Sullo scrittoio, quello dal quale mi guarda dritto negli occhi Djuna Barnes dalla copertina del tomo che mi son portata dietro nella canicola estiva, è posato un biglietto per Parigi. Ci andrò tra non molto per incontrare donne francesi e di altri quattro paesi, sarà un incontro di studio per scambiare buone prassi sull’accelerazione del processo della parità di genere.  Questa volta la rituale passeggiata alla Rive Gauche la farò in compagnia, volti del passato e del presente.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Shari Benstock
Donne della rive gauche. Parigi 1900-1940
Somara! edizioni
pagine 571
euro 32
L’AUTRICE
Shari Benstock docente universitaria, studiosa della letteratura modernista, scrittrice e teorica femminista nata in America nel 1944 e scomparsa nel 2015.

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