Buon 2020. Iniziamo la nostra rubrica Tutti i colori del mondo firmata Blu Angels con un artista e drammaturgo che ha fatto la storia del teatro di sperimentazione,  denunciando emarginazione e discriminazione.
Erano gli anni ’70 quando Alfredo D’Aloisio, che scelse poi il cognome della madre per la scena e la vita pubblica, debuttava a Torino con lo spettacolo di cabaret Dove vai stasera amico? proponendo vari personaggi omosessuali.
Le sue interpretazioni furono un successo,  così negli anni successivi mise in scena altre pièce con le stesse tematiche, fino al 1977 con “Il signor pudore”. Poi, tolti i panni del cabarettista, indossò quello dell’attore impegnato proponendo “Mezza femmena e zi’ Camilla”, monologo teatrale con il quale riscosse un lusinghiero successo, approdando infine a veri  teatri. In tutte le città italiane e in special modo a Napoli, in spazi come il Sancarluccio e il Nuovo, dove venne accolto calorosamente, con gran successo di pubblico e di critica.
I napoletani amavano questo interprete che proponeva spettacoli nuovi, freschi con una recitazione cruda, aspra,  un linguaggio diretto,  forte, d’impatto. Aggiungiamo che erano i primi spettacoli a tematica omosessuale che sfioravano il diritto all’accettazione e alla visibilità, di persone che vivevano la loro condizione in paesi dove venivano scherniti, insultati, offesi, emarginati.
Il suo nome oggi può essere annoverato tra i pochi di coloro che hanno fondato in Italia il teatro politico omosessuale.
«Non ho mai portato sulla scena l’omosessuale metropolitano: non lo sento, non lo sono. Mi interessa la “mezzafemmena”, come venivo chiamato io in paese. Vorrei farne un nuovo tipo teatrale, che so, come Pulcinella o Colombina. Sono molto legato alla mia terra. Sono un “cafone”; un “provinciale”, ma come scelta» dichiarava Alfredo, che fu tra i primi attivisti del Fuori (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano), la prima associazione in Italia attiva nella lotta per i diritti degli omosessuali.
E fu anche redattore dell’omonima rivista, dove scrisse interessanti articoli. Compagno e amico di uno degli storici fondatori del movimento, Angelo Pezzana, con cui aveva militato nel Partito radicale proprio a Torino.
Dalla sua dichiarazione si evince che i testi da lui scritti erano esperienze vissute sulla propria pelle. Cohen descriveva sul palcoscenico i malesseri di un popolo considerato “diverso” e lo faceva con una forza attoriale e drammaturgica importante, quasi aggressiva ma naturalmente naturale.
Anche i titoli delle sue performance erano emblematici: Salve signori sono normale, Mezza femmina monachella, Una donna, Mammagrassa, Filomena l’Africana, All’albergo della Palomba, si mangia si beve e si pomba, Mezzafemmena’s lovers…
La  parola mezzafemmena veniva usata per dare rilievo alla sua abruzzesità, utilizzata liberamente nei suoi spettacoli in dialetto della sua regione, che lui stesso definiva una lingua,  facendo riferimento non tanto alla figura dell’omosessuale moderno, urbano, bensì a quello meridionale e tradizionale, appunto della mezzafemmena abruzzese, parola spesso rivolta in modo dispregiativo, sessista, accompagnato spesso da altri termini volgari.
Cohen combatteva questo stato di cose, trasformando il proprio dialetto in una lingua barocca e visionaria, rendendo il tutto affascinante: anche se sul palcoscenico si esibiva da solo, riusciva a riempirlo di personaggi reali e surreali.
In una intervista sottolineava che la sua solitudine sul palco derivava da «…un bisogno… di crescita, di narcisismo, se vuoi di affermazione. Ora questa fase di “maturazione” la sento superata. Progetto di iniziare nuovi lavori con altre persone, andare sulla scena non più come monologhista».
Alfredo era anche un ottimo musicista. Nel 1977 firmò i testi e le musiche dell’ album  Come barchette dentro un tram (il primo Lp italiano interamente, o quasi, dedicato alla tematica gay da un’ottica liberazionista) prodotto da Franco Battiato e Giusto Pio, con musiche di  Juri Camisasca.
L’album conteneva testi come I vecchi omosessuali, Non ho ricchezze non ho paesi non ho tesori non ho città, La mia virilità, Edipuccio e li briganti psicoanalisti  che potrete ascoltare su youtube.
Con questi autori scrisse ancora due canzoni: Roma e Valery Mi fermo più volte a guardarti / coi miei occhi di ragazzo invecchiato, / Valery… Valery! // Valery, i tuoi occhiali alla Minnelli, / il rimmel ben riuscito / sui tuoi occhi di quindicenne. /  // Valery, la solitudine / ha le ore troppo corte: / noi saremo catturati, / tra poco, dal dio crudele / che alza i cieli / per sapere se i ragazzi / hanno scippato la tua anima / nella salumeria, / o sognano di arricchirsi / sfuggendo alla loro età / da quattro soldi. / Sì, sì, proprio così!»  Valery era dedicata alla transessuale Valérie Taccarelli che Cohen conobbe a Bologna dove lei era attivista del Circolo di cultura omosessuale 28 giugno, uno dei primi in Italia, divenuto poi Cassero Lgbt Center. La canzone divenne un grande successo della straordinaria Milva, con il titolo di Alexanderplatz.Milva ok
Riportiamo fedelmente un dichiarazione postata da Valérie su Facebook, tre giorni dopo la morte di Alfredo. «Ho avuto la fortuna di incontrarlo da giovanissima, uno dei miei ideali, tristemente divenuti idoli. Sapevo chi fosse: uno dei fondatori del F.U.O.R.I. Cantautore omosessuale, termine che non amava: “Sa di malattia, non mi piace”, mi diceva. Come mi ha detto tantissime altre cose, mi raccontava di tutto: “Il tuo fissarti sulle labbra è restarci appiccato”, dice in “Valery”. Certo che rimanevo appiccicata: mi raccontava la storia, la sua, a modo suo. Solo chi l’ha visto in scena può capirmi: mi aiutava ad aprire la mente, la mia vita.
 Prima parlavo di fortuna: Alfredo è stato… ma continua ad esserlo, una fortuna: quando penso alle cose belle e fortunate che mi son capitate nel corso della vita, penso anche ad Alfredo. Credo che averlo conosciuto che avevo 16 anni abbia voluto dire molto. Mia madre e mio padre si fidano molto di lui, non hanno mai dovuto pentirsene.
Dopo aver fatto un tour in Sicilia con Come barchette dentro un tram, andai a vivere a Roma da lui.
A Roma si abitava in via della Pace, nell’ex casa della grandissima Adele Faccio. Alfredo non c’era quasi mai, abitava da una delle sorelle, quella che cantava come coro, sempre, in Valery. Ascoltavo i suoi Lp: Mina, Milly, Marlene. Milly cantava Brecht e Alfredo mi raccontava che prima di Milva, in Italia, lo cantava lei.
Debuttò con Mezza femmena e zi’ Camilla: quante volte l’ho visto! A Napoli la gran parte della scenografia arrivava da casa di mia madre: il teatro Sancarluccio è sotto casa sua. Poi scrisse la canzone “Valery, le fortune della vita”. La musicò Franco Battiato con Giusto Pio, i quali due anni dopo scrissero per Milva il primo loro lavoro. Alfredo venne da me, portando come testimone Porpora Marcasciano , a chiedermi se poteva dare a Battiato la canzone, che l’avrebbe riadattata per Madame Milva. Non potevo crederci, Madame avrebbe cantato una canzone scritta per me dal mio amico Cohen.

Qui sopra, Franco Battiato. Al centro, Milva e in alto, Alfredo Cohen
Qui sopra, Franco Battiato. Al centro, Milva e in alto, Alfredo Cohen

Gli dissi che per me sarebbe stato un onore; al resto ci doveva pensare lui. Così è diventata Alexanderplatz. Grazie Alfredo, buon viaggio. Firmato  Valery/e».
Cohen nacque a Lanciano nel 1942. Era professore di lettere con l’ambizione del teatro educativo, dopo aver conseguito la licenza liceale partì per Torino, raggiungendo le sorelle,  lavorò  subito come operaio per mantenersi agli studi universitari.
Nel 1968 ottenne la laurea in Lettere all’Università di Urbino e cominciò a insegnare prima nelle scuole medie di vari centri dell’entroterra poi sempre a Torino, dove tornò a stabilirsi nei primi anni ’70.
Incontrò l’ambiente di sinistra simpatizzante per il Partito radicale: il suo attivismo era stimolato da una aria di post sessantottini ribelli pieni di ideali con un unico slogan “Libertà”.
 Negli anni ottanta, Alfredo cambiò registro abbandonando le tematiche sul sessismo e portando in scena opere sulla società, prima di ritirarsi a vita privata.
Nel 1992 partecipò al film Parenti serpenti di Mario Monicelli interpretando la parte di Osvaldo detto “La Fendessa”. Norì in Tunisia nel 2014, i funerali si tennero, però, nella sua città d’origine.
Chiudiamo questo omaggio con le parole di una sua canzone: Dolce ragazzo, vai, componi prati. / Forse di gioia c’è da queste parti / qualcuno che darà carezze gioia. / Qualcuno sa impugnare abbracci baci / come due rossi fiori di battaglia, / come dei grossi baci mai pensati.
Pensiamo che il mondo Lgbt italiano debba molto a personaggi come lui. Grazie, Alfredo Cohen.
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