«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario» (Primo Levi)

Giornata della memoria nelle scuole. Per non dimenticare l’Olocausto e farlo conoscere ai giovanissimi. In questa occasione, la scuola media statale Illuminato-Cirino ha organizzato un incontro con lo scrittore Nico Pirozzi che firma il libro “Italiani imperfetti, storie ritrovate di una famiglia di ebrei napoletani”. All’incontro con l’autore, introdotto dal dirigente Scolastico Raffaele Romano è intervenuto anche il sindaco di Mugnano, Luigi Sarnataro.

Nico Pirozzi, scrittore, saggista, giornalista professionista, ricercatore, esperto di cultura e persecuzioni razziali. Lo scrittore è andato in cerca delle storie vissute da tanti italiani, in particolare napoletani ai tempi delle leggi razziali, durante il ventennio fascista.
Durante la conversazione con gli studenti, sottolinea: «La memoria è qualcosa di fondamentale per farvi crescere, per crescere non solo sé stessi, ma chi verrà dopo di voi, e chi dopo di voi verrà ancora, quindi un passaggio delle generazioni. Io spesso quando parlo di memoria, uso un termine a me molto familiare “passaggio”: io racconto a te affinché tu possa raccontare a chi verrà dopo di te e quello che verrà dopo di te potrà raccontarlo a sua volta. Quindi, questa memoria è un qualcosa di continuo, come una macchina in movimento. Quando parliamo di memoria, non parliamo solo di memoria della shoah, ma di memoria della storia, di ciascuno di voi, di quello che siete, di quello che siete stati, di quello che sarete perché quella memoria si può trasferire ai vostri figli, ai vostri nipoti affinché continui a vivere e perché loro saranno sempre parte di quella storia, che è la vostra storia anche quando non ci sarete più. Vi racconto una parte di quella storia, vorrei partire da quella di una bambina, Luciana Pacifici. Aveva appena otto mesi quando fu deportata ad Auschwitz. Assieme a lei, c’erano anche il cugino Paolo Procaccia di quattro mesi più grande, i genitori, gli zii e i nonni. In tutto nove persone. Nove ebrei provenienti da Napoli, la città dalla quale erano fuggiti nell’agosto 1943 a causa dei devastanti bombardamenti».

Qui sopra, da sinistra verso destra: il dirigente Scolastico Raffaele Romano; il sindaco di Mugnano Luigi Sarnataro; il prof Salvatore Salatiello; il giornalista e scrittore Nico Pirozzi

Pirozzi, quando e come nasce il suo interesse per la storia degli ebrei nel mondo e in particolar modo per la shoah?
«È una storia che parte da lontano. Si capisce anche dalla mia inflessione dialettale che non sono un napoletano doc, ma sono figlio di una veneta. Mio padre era napoletano, io stesso sono nato a Padova e mia madre era padovana. Mia mamma era del ’22. Quando succedevano queste cose, lei aveva 21 anni e a me che ero bambino mi raccontava di qualcosa che a lei era rimasto molto impresso, di quei bigliettini che trovava lungo la massicciata. Padova è un nodo ferroviario molto importante che collega, ha due diramazioni, una verso il Brennero e l’altra verso l’Austria, la Polonia, la Jugoslavia e lì a Padova paradossalmente si decideva anche la sorte degli ebrei. Chi proseguiva per il Brennero, sostanzialmente andava verso un campo di concentramento. E con questi bigliettini, che ovviamente non erano solo di ebrei ma soprattutto di militari che partivano per un viaggio ignoto, si chiedeva di avvisare le famiglie che si trovavano su un treno che viaggiavano verso una destinazione ignota. La prima volta che cercai qualcosa sugli ebrei e sullo sterminio che subirono (ero un ragazzino) mi guardavano come si guarda un marziano, perché interessava poche persone. Io riuscii a trovare un solo libro “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei” di León Poliakov, il primo che lessi e da qui è nato questo mio interesse, o forse non so, è il mio destino».
Si parla di sterminio degli ebrei durante la II guerra mondiale, ma non si conosce del tutto la legislazione antisemita italiana che risale a qual periodo. Cosa è accaduto in Italia?
«Basta seguire il percorso storico che ha una forma abbastanza lineare fino al primo dopoguerra, quando si decide e si instaurano i primi processi. Però poi cosa succede? Arriva la amnistia Togliatti “chi è stato è stato, chi ha avuto ha avuto”, ma c’erano i responsabili dei crimini nazisti. A quel punto sorge un altro problema: la guerra fredda. E dal momento che la Germania doveva essere inglobata nell’area atlantica dove c’eravamo anche noi, che facciamo, ci mettiamo a processare i nostri? Succede una cosa assurda, un obbrobrio giuridico. Su dei processi – e sono migliaia di processi – viene apposto un timbro di provvisoria archiviazione. Non esiste nel diritto italiano la provvisoria archiviazione: vengono messi in un armadio all’interno della procura militare di Roma e scoperti solo durante il processo Priebke, quindi alla fine degli anni ’90. Ciò ha permesso la nascita di quelli che sono i miti italiani».
Quali?
«Sono i miti del buon italiano e il cattivo tedesco perché i crimini li hanno commessi i tedeschi ma noi non li abbiamo nemmeno processati. Gli italiani erano brava gente, ci hanno applaudito, ma dimenticano che noi siamo stati responsabili di stragi nei Balcani e soprattutto questa memoria subisce una falsa narrazione storica dove porta il nome di un personaggio – ma io ne potrei elencare decine – personaggi come Gaetano Azzariti che 13 anni dopo essere stato presidente del tribunale della razza divenne presidente della Corte costituzionale. E quando ho scritto di Azzariti sono andato a vedere tutti i giornali dell’aprile 1956 per verificare se qualcuno riportava che quel signore era stato presidente del tribunale della razza. Quando ho aperto la delibera che nel 1970 titola il comune di Napoli una strada a Gaetano Azzariti lì è stato ancora più bello perché Azzariti diventò antifascista, un salvatore degli ebrei, tutto e di più e gli si dedicò anche una strada…».
L’Italia non ha mai fatto i conti con il suo passato. Nel suo libro racconta di Luciana Pacifici, la bimba della shoah napoletana tra le piccole vittime delle leggi razziali italiane. Aveva otto mesi quando fu catturata dai fascisti vicino Lucca dove si era rifugiata la sua famiglia.
«A Luciana Pacifici fu dedicata una strada. Lei era nata a Napoli il 28 maggio 1943 da Loris ed Elda Procaccia. Luciana Pacifici aveva appena otto mesi quando da Milano fu deportata ad Auschwitz e fu uccisa dai nazisti. Se fosse rimasta a Napoli Luciana sarebbe sopravvissuta. La città, liberatasi dagli oppressori il 30 settembre 1943, non subì deportazioni nazifasciste. La piccola fu inviata con l’intera famiglia ad Auschwitz, mentre cercava di raggiungere la Versilia».
Perché è accaduto?
«I Procaccia-Pacifici fanno parte di quei 42 ebrei partenopei (per nascita o adozione) che, impauriti dai forti bombardamenti alleati, fuggirono in cerca di salvezza. Sia Loris che Elda avevano origini toscane, ma Amedeo Procaccia (padre di Elda) era emigrato a Napoli dopo il 1918, stabilendosi a piazza Bovio. Nell’estate del ’43, tutto il nucleo familiare, un gruppo di 10 persone, iniziò la fuga verso la Toscana. E a Cerasomma (frazione di Lucca), il 6 dicembre furono denunciati e arrestati dai fascisti. Trasferiti in un campo di internamento a Bagni di Lucca, poi nel carcere di Milano, l’ultima destinazione fu Auschwitz».
Dove arrivò anche la neonata?
«La piccola Luciana probabilmente morì durante il duro viaggio in treno verso la Polonia. Sua madre cadde nel dicembre 1944 nel campo tedesco di Bergen-Belsen. Tutti i Procaccia furono sterminati nelle camere a gas. Sopravvisse, miracolosamente, solo Ivonne, sorella di Elda, col figlio Renato. Settantadue anni dopo, nel 2015, Napoli ha ricordato la sua giovane vittima ebrea in un giorno scelto non a caso: il 17 novembre, lo stesso in cui nel 1938 entrarono in vigore le leggi razziali».
Chiedendo ai ragazzi, alla fine dell’incontro, che cosa hanno provato ascoltando la narrazione che si sviluppa nel libro, rispondono di essere profondamente scossi dal racconto. Ribadendo che della Shoah bisogna parlare, senza pausa, affinché gli orrori avvenuti nel passato non accadano più.

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