Ecco la seconda puntata del nuovo racconto “Il Trio” di Francesco Divenuto. Don Nicola suona il trombone, don Peppino il clarino. I due sono amici da molto tempo e abitano, insieme, in una strada della città vecchia…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di un romanzo “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” (edizioni scientifiche italiane). Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi.
SECONDA PUNTATA
Si potrebbe dire, senza temere di esagerare, che la loro musica scandiva i tempi della giornata. E quando attaccavano con la sinfonia della “Gazza ladra” i ragazzi capivano che era giunto il momento di correre per non ritardare l’ingresso a scuola, mentre i negozianti aprivano bottega e tutti gli altri, se si erano fermati per ascoltare la musica, dopo sapevano di doversi affrettare per riprendere il tempo perduto.
Una volta che i vigili volevano multarli intimando loro di andar via, vi era stata una vera e propria rivolta popolare. Poi tutto era stato chiarito. I vigili assicurarono che sarebbero intervenuti solo in caso di denunzia per schiamazzo pubblico cosa che, naturalmente, non era mai avvenuto e mai sarebbe successo.
Secondo la versione ufficiale dei tutori dell’ordine, Nicola e Peppino erano solo due musicisti che per esercitarsi avevano scelto la pubblica via dove non commettevano alcun reato visto, inoltre, che per la loro esibizione non chiedevano una retribuzione.
Dopo il concerto, spesso, qualcuno li invitava nella vicina salumeria dove, da qualche tempo, preparavano anche cibi cotti anche se, in realtà, come abbiamo detto, problemi economici non ne avevano. E dopo l’episodio dei vigili la vita dei due vecchi musicisti era continuata tranquilla sia pure venata di malinconia per l’assoluta mancanza di novità nella loro esistenza. Ma in fondo ai due amici andava bene così.
Certo l’età, ormai avanzata, presentava piccoli ma non per questo meno incresciosi inconvenienti; così, specialmente d’inverno, qualche acciacco suggeriva di restare a casa e, quella rara volta, c’era sempre qualcuno che si informava se avessero avuto bisogno di qualcosa. Insomma niente nelle loro giornate lasciava prevedere cambiamenti o rimpianti.
In realtà Nicola e Peppino, però, un loro sogno segreto l’avevano: quello di suonare, almeno per un’ultima volta, una pagina di musica classica così come era stata scritta dal suo autore ossia tenere un vero concerto. Insomma volevano che nella strada, anche i meno istruiti -il che voleva dire la maggior parte degli abitanti – potessero apprezzare le loro capacità di musicisti come erano stati un tempo quando erano applauditi da platee a volte anche molto esigenti.
Perché questo loro desiderio potesse avverarsi però le difficoltà non erano poche. In realtà il problema non era l’età, la loro e quella degli strumenti. Certo sarebbe stato necessario riprendere seriamente a studiare ma questo non li spaventava. E poiché qualche risparmio pure l’avevano, pensavano che non sarebbe stato difficile procurarsi strumenti nuovi; il vero problema era un altro. Qualsiasi fosse stato il programma musicale scelto, sarebbe stato indispensabile il contributo almeno di un terzo strumento ed in particolare uno a corda: ad esempio una chitarra o, meglio ancora, un violino.
Dei loro amici, colleghi delle passate stagioni, non avevano più notizie così, sia pure a malincuore, ormai da tempo avevano abbandonato questo loro sogno; nonostante il rimpianto per il mancato concerto, la vita scorreva tranquilla senza grandi emozioni. Sapevano che il loro era un desiderio senza possibilità di realizzazione e, per non soffrirne, non ne parlavano più nemmeno fra di loro.
Spesso, però, i desideri anche se non espressi non sono per questo meno veri. E l’amarezza per non poterli esaudire ti resta dentro aumentando, giorno per giorno, quel senso di malessere che ti appanna la vita.
Nicola e Peppino, infatti, pur rassegnati, continuavano ad avere quel magone, ossia il desiderio di musica come da tempo non potevano più eseguire. La musica era stata la loro vita ed ancora dava senso alla loro esistenza. Per il passato avevano anche trascritto alcuni pezzi per adattarli all’impiego dei due strumenti; ma il risultato, piuttosto penoso, aveva suggerito di rinunciare per cui avevano continuato ad interessarsi di musica seria, almeno quella degli altri.
Così non si lasciavano sfuggire il concerto di un musicista importante, presso il Conservatorio cittadino, e la sera, nella loro modesta casa, dopo un po’ di esercizio, nella reciproca speranza di ottenere suoni più nitidi dagli strumenti anch’essi stanchi, -ammesso che si possa parlare di stanchezza anche per gli strumenti e non piuttosto di usura- ascoltavano su un vecchio registratore, pezzi di musica classica; il piacere di quelle melodie era grande così come grande era pure il taciuto rammarico. Quelle ore che dovevano servire a dare tranquillità in realtà aumentavano il loro malessere poiché entrambi sapevano che il giorno dopo nulla sarebbe cambiato.
Quello che mutò l’esistenza dei due amici in maniera radicale avvenne una mattina di autunno inoltrato quando i primi venti freddi impigriscono suggerendo, semmai, di non uscire di casa.
(2.continua)

 

PRIMA PUNTATA

Don Nicola suonava il trombone, don Peppino il clarino. I due erano amici da molto tempo e abitavano, insieme, in una strada della città vecchia. Antica dicevano loro nel tentativo di recuperare almeno parte dell’antico ruolo sociale. In realtà il mestiere, o meglio la professione, già li poneva in una situazione diversa, se non privilegiata, rispetto agli abitanti della strada. Per amicizia, ma soprattutto per le miti pretese, venivano ancora chiamati per rallegrare le feste, sia quelle private, come, ad esempio, un battesimo o un onomastico, sia quelle del quartiere, come l’inaugurazione di una nuova bottega oppure, una volta all’anno, durante la festa di Santa Lucia quando tutti gli abitanti contribuivano all’addobbo della cappella -unico “monumento” della strada- ed alle luminarie montate fra le facciate dei vecchi palazzi.
Il trombone e il clarino, ossia i loro strumenti, anche se tenuti con ogni cura, dimostravano tutta la loro anzianità: qualche tasto più duro alla pressione del dito, qualche nota più appannata; insomma, per dirla tutta, questi avevano ormai superato il punto di non ritorno oltre il quale potevano solo essere accantonati e conservati come ricordo di famiglia.
Il repertorio, organizzato proprio in funzione delle scarse possibilità degli strumenti, non era vastissimo. Eppure, ogni volta che suonavano riscuotevano grande successo. In realtà erano bravi a trasformare in situazioni comiche la ridotta qualità strumentale ormai evidente anche a chi non aveva nessuna dimestichezza con la musica.
Così, ad esempio, se il clarino accennava ad un motivo melodico, il trombone irrompeva, all’improvviso, riprendendo lo stesso motivo suonato però in una maniera assordante che metteva in ridicolo la musica già eseguita da don Peppino. Quest’ultimo fingeva rammarico ma in questo modo l’effetto comico era assicurato ed anzi sollecitato ed atteso da tutti i presenti. Insomma il duetto clarino-trombone otteneva, sia pure con le scarse possibilità sonore degli strumenti, o forse proprio per quelle, un risultato che accontentava le limitate pretese degli ascoltatori.
Da giovani, sia Nicola che Peppino, avevano suonato in alcune orchestre dei più famosi cafè-chantant della città ma anche fatto parte di orchestre con le quali avevano girato molto esibendosi, qualche volta,  pure come solisti. Il concerto per trombone, di Rimsky Korsakov o quello di Nino Rota, ad esempio, era un pezzo la cui esecuzione dava a Nicola molta soddisfazione. Per Peppino, invece, non c’era concerto in cui il direttore d’orchestra non inserisse un assolo per lui.
Erano stati anni importanti per la carriera e anche per la loro vita privata. Avevano, infatti, sposato due cantanti e spesso, in quattro, si erano esibiti in alcuni teatri di provincia e presso importanti famiglie.
Anni nei quali avevano guadagnato molto; poi con la guerra e con l’età le loro scritture erano diminuite. Rimasti vedovi e senza figli, avevano unito i loro destini per motivi economici, certo, ma anche perché in questo modo la solitudine pesava meno.
Ma ormai tutto era diventato più difficile. Le nuove generazioni, infatti, preferivano strumenti di diffusione moderni che avevano reso inutile il loro contributo. Solo in qualche festa di paese veniva ancora richiesta la loro partecipazione soprattutto per le scarse pretese economiche.
Ciò nonostante non si lamentavano. La pensione e qualche risparmio bastavano per vivere e l’amicizia di tutti, nel quartiere, rendeva la loro vita meno triste.
L’esistenza di Nicola e Peppino, infatti, era tutta fra quelle strade popolari. Non erano poche le volte in cui si accontentavano di suonare per il solo piacere di fare musica. Quasi ogni giorno, seduti all’angolo della strada, suonavano per la gioia dei bambini ma anche degli adulti perché i motivi di svago, per questa povera gente, erano davvero pochi.
Nella vita della strada la loro presenza era diventata indispensabile. Le note si arrampicavano sulle mura scrostate delle vecchie case entrando, piano, nelle cucine calde del mattino.
                                                                                                       (1.continua)

In foto, un musicista di clarinetto