Napoli ha perso lo scettro di capitale del falso. La contraffazione delle griffe e dei più svariati beni di consumo, che un tempo aveva come fulcro la tradizione artigiana partenopea, ha vissuto anch’essa il fenomeno della delocalizzazione verso la Cina e l’India, un po’ come è avvenuto per tutti gli altri settori economici. La ragione di questo fenomeno risiede nella globalizzazione dei mercati, che ha coinvolto anche l’illecito, e nella ricerca di realt  in cui è possibile produrre a costi minori, grazie alla disponibilit  di manodopera e alla maggiore fruibilit  di tecnologie avanzate.

Salvatore Casillo, docente di sociologia industriale all’universit  di Salerno e fondatore del Centro studi sul falso e del Museo del Falso, analizza il fenomeno delle nuovissime contraffazioni in un volume che è ancora in via di elaborazione, alla ricerca di strumenti che possano essere realmente utili a contrastare questo fenomeno. «Deve essere sfatato il mito di Napoli come capitale del falso – spiega Casillo – Il falso non è una peculiarit  della nostra provincia. Esso impera laddove sussistono i seguenti requisiti manodopera a basso costo, strumenti produttivi semplici e abilit  artigiana. Firenze, il Friuli Venezia Giulia e la Puglia, ad esempio, sono stati sempre poli privilegiati per i falsari, perch in queste zone sussistono, oramai da secoli, poli produttivi di grande tradizione artigiana. Dal 2000 in poi il fenomeno ha assunto una dimensione diversa. I falsari hanno smesso i panni degli imprenditori artigiani e si sono immersi all’interno di un fenomeno economico globale. Acquistare falsi all’estero è più conveniente che produrli in casa, cosicch il falsario di oggi non è più l’abile artigiano di una volta ma bens il business man, il manager capace di tessere relazioni economiche internazionali, di individuare le realt  in cui è più conveniente produrre, sfruttando le moderne tecnologie e riducendo al minimo il rischio di essere scoperti. C’è un tramonto di quella creativit  che ha fatto la fama dei falsari di casa nostra. Oggi è più facile fare arrivare via mare le merci contraffate dalla Cina, anzich aprire una tipografia abusiva in citt , con il rischio di essere scoperti o comunque dovendo sostenere i costi di impianto».

Se in passato l’attivit  dei falsari era orientata verso il mercato delle griffe e della discografia, oggi invece la contraffazione investe l’intero sistema economico, dall’industria alimentare alla cosmesi, fino ad arrivare al settore dei servizi pubblici. «Il fenomeno delle nuovissime contraffazioni si articola attraverso due diverse modalit  innanzitutto registriamo una rapida immissione sul mercato di nuovi prodotti, e dall’altro parte c’è una modalit  nuova di falsificare cose gi  falsificate, non più a Napoli ma in Cina. C’è anche chi falsifica i falsari, cosicch appaiono vecchi falsi prodotti con modalit  nuove. A Napoli un tempo si falsificavano i biglietti dell’autobus, ora tutto ciò avviene in Cina, con strumenti tecnologicamente più avanzati. Oggi, inoltre, registriamo anche il fatto che c’è un mondo delle attivit  economiche lecite che si serve dell’illecito, commissionando a soggetti illegali i la propria produzione e scaricando su di loro la responsabilit  dei propri eventuali insuccessi. Bisogna prendere coscienza della volubilit  del fenomeno e dell’inadeguatezza degli strumenti attualmente utilizzati per combatterlo».

L’attivit  del Centro Studi sul falso e del Museo del falso ha portato il fenomeno della contraffazione al centro del dibattito politico nazionale, coinvolgendo le istituzioni e i cittadini che possono accedere alle informazioni del centro studi e, attraverso il museo, toccare con mano le merci contraffatte. «L’esperienza del museo del falso è stata difficile perch, se da una parte c’è stato un forte consenso e un’accoglienza positiva da parte dei cittadini e dei soggetti preposti alla lotta alla contraffazione, dall’altra parte questa attivit  è stata condotta senza alcun sostegno da parte delle istituzioni. Gli unici finanziamenti ricevuti sono quelli che siamo riusciti a ottenere dal sistema universitario come singoli docenti. Le istituzioni ci hanno sostenuto solo all’inizio per poi abbandonarci. Abbiamo incontrato grandi difficolt  a mantenere in vita questa struttura, e, molto probabilmente, saremo costretti a chiudere il museo per mancanza di fondi. La nostra situazione è paradossale da un lato le istituzioni ci hanno conferito il diritto di essere custodi giudiziari di tutte le opere d’arte false ritrovate sul territorio nazionale, arricchendo notevolmente la nostra collezione, mentre dall’altro ci privano di quel minimo necessario al sostentamento della struttura».

10 novembre 2008

In alto, il professore Salvatore Casillo. Sotto un gruppo di quadri falsi (d’autore), una riproduzione di un’antica statuetta e un esempio di falso alimentare nelle foto di Maria Volpe Prignano

Per info www.dissp.unisa.it