Un libro nato dalle suggestioni di un sogno. “Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese” (Editore Perdisa, pagg. 173, euro 14) è un volume con un’idea ispiratrice molto singolare. L’autrice, Stefania Nardini, dopo aver completato la lettura dei libri di Jean-Claude Izzo sognò lo scrittore francese nel suo letto di morte. “Marsiglia ti parler  di me” le disse Izzo in sogno e la giornalista e scrittrice, superato un primo momento di forte turbamento, decise di partire per la citt  focese e vi rimase quattro anni.

La Marsiglia di Jean-Claude Izzo. Quella della collina di Notre Dame de la Garde, del Chateau d’If, del Vieux Port, del Pamer quartiere di immigrati e senzatetto, del Port du Boc. Una citt  volubile e diseguale, divisa tra “la rabbia del mistral e il silenzio delle calanche”. La zona portuale era quella più amata dallo scrittore marsigliese, con la sua anima autentica fatta di miscuglio di razze e di tradizione operaia.

La citt  descritta nella trilogia marsigliese, che Izzo pubblicò per la “Srie Noire” dell’editore Gallimard: “Casino totale”; “Chourmo”; “Solea”. Un successo clamoroso, la consacrazione come uno dei più grandi autori di noir. E un personaggio protagonista, Fabio Montale, un poliziotto che crede nella giustizia sociale, detesta l’arroganza e ama le donne. Un educatore impegnato nelle periferie marsigliesi, piene di immigrati nordafricani e arabi, tra i vicoli nascosti e il mare che restituisce luce e serenit . Un uomo complesso, estremamente contradditorio e pessimista. Come il suo creatore, Jean-Claude.

Jean-Claude e il suo amore per le donne: una passione profonda, totale e piena di conflitti interni. Marie-Hlène, la moglie che sposò giovanissimo e con la quale condivise la passione politica; Beatrice, amata nonostante una forte differenza di et ; Laurence, una forte donna bretone che gli regalò anni sereni e tranquilli; Catherine, l’ultimo amore che gli diede la forza di lottare contro una malattia terribile. Sebbene la vita sentimentale di Izzo fosse ricca di incontri, prevaleva in lui lo scoramento per aver perso l’occasione di comprendere a pieno il significato dell’amore, come scriveva in un passaggio di “Chourmo”: “Non sono mai stato capace di tenermi accanto le donne che ho amato”.

Nella personalit  di Izzo i colori grigi della depressione e disperazione si mescolavano alla solarit  della sua terra marsigliese, al gusto di un buon vino e all’odore del basilico respirato da piccolo nella sua casa di famiglia immigrata; al terribile periodo trascorso nell’inferno del battaglione disciplinare di Gibuti faceva seguito la grande avventura nel giornalismo di denuncia, con le nottate a tirare tardi per chiudere il giornale e poi trasferirsi nel caffè di fronte alla redazione a bere whisky in allegria.

Una vita intensa, un uomo inquieto alla costante ricerca della felicit . E un libro appassionato, che ne racconta in forma romanzesca il talento, l’arte, il successo, gli amori, la nascita del figlio, le separazioni dolorose, la solitudine e la malattia.

Sullo sfondo una citt  diversa dalle altre, con le sue strade strette, le insenature rocciose e un’atmosfera dal sapore antico. La citt  di Jean-Claude Izzo appartiene alle persone che la vivono quotidianamente, arrivate nel suo porto da tutte le parti del mondo a creare una straordinaria variet  etnica.

Perch “Marsiglia è negli occhi della gente”.

A seguire, l’intervista con l’autrice

Nardini: Oggi il giornalismo è cambiato

Stefania Nardini, giornalista e scrittrice, è nata a Roma ma ha vissuto a lungo a Napoli. Cura la pagina “scritture & pensieri” per il Corriere nazionale. Ha pubblicato: “Roma nascosta” (edizioni Newton Compton); “Matrioska” (Pironti editore); “Gli scheletri di via Duomo” (Pironti editore).

L’inquietudine esistenziale di Jean-Claude Izzo trovò espressione nell’atto della scrittura. Quale fu il carattere più originale della sua narrativa?
“Credo che la genialit  di Izzo consista nell’aver dato vita a un’alchimia: la scrittura giornalistica, quella del cronista, impregnata di una grande passionalit  letteraria. Si potrebbero fare mille esempi di scrittori che hanno una formazione giornalistica, penso a Buzzati per esempio, a Giancarlo Fusco. Ecco Fusco, che ha scritto “Duri a Marsiglia”, si avvicina molto per alcuni aspetti a Izzo. Entrambi non hanno rinunciato all’essere cronisti. Hanno, sia pure in maniera diversa, liberato una parte di se stessi che nella cronaca non ha spazio. Basti notare la velocit  di Izzo. I periodi brevi ma potenti perch farciti di riflessioni che mettono a nudo un’intimit . Un’intimit  che nel suo caso è fatta anche di vena poetica”.

Quanto è stata importante l’esperienza di cronista nella sua attivit  di scrittore?
“Essere cronisti prima ancora che scrittori significa essere disciplinati. Per disciplinati intendo il seguire delle regole precise che privilegiano l’interlocutore che è il lettore. La disciplina è nel dare l’idea con una battuta, essere asciutti e contestualizzare. Questa è stata la             6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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  è formazione di Izzo, della sua generazione, vicina alla mia, in cui il giornalismo aveva delle regole. Il cronista, lo scrivo anche nel libro, è un animale sensibile, capace di saper cogliere un fatto anche in un dettaglio. Almeno un tempo era cos, oggi il giornalismo è cambiato. Però mi sento di dire che fu quel tipo di giornalismo, quello in cui bisognava mettere in azione le vibrisse, il solo capace di costituire una tappa importante per un futuro scrittore. Izzo, come tutti quelli della mia generazione, si sporcava le mani con la realt . Non ci si accontentava dei tek d’agenzia. Si andava sul fatto. Si andava sulla scena di una storia intrisa di vita. E sicuramente un’esperienza del genere poteva creare la premessa a un’attivit  come quella di scrittore. Per questo motivo detesto certi ambienti letterari in cui i giornalisti vengono guardati dall’alto in basso. E’ vero, ci sono giornalisti e giornalisti, ma non dimentichiamo che oggi, in particolare nel noir, lo scrittore è sempre più cronista”.

Izzo credeva molto nell’individuo come portatore di cultura. La difesa della memoria e delle tradizioni nasceva anche dalla sua condizione di figlio di immigrati?
“Izzo non ha mai rinnegato la sua condizione di rital, ci figlio di immigrati. Fa parte della sua formazione, del suo percorso esistenziale in una citt  come Marsiglia. Marsiglia è come il suo piatto tipico, la bouillabaisse, in cui finiscono in pentola pesci di vario genere e che insieme garantiscono un risultato eccezionale. Infatti Izzo raccontava di suo padre venuto dalla provincia di Salerno per fame, di sua madre esiliata, e tutto questo non lo diceva con rassegnazione o con vittimismo, lo diceva per dimostrare quanto poi la memoria sia in un piatto di pasta, nel dolore, nella felicit  e nella storia che decide per noi tutti”.

Nel libro la compagna Beatrice racconta: “Jean-Claude era un uomo che portava con s un mistero”…
“Il suo mistero era probabilmente la sua inquietudine. Beatrice pronuncia questa frase nel momento in cui nella vita di Jean Claude entra un’altra donna, un altro sentimento che si andava contrapponendo a un altro amore. Il suo “mistero” evidentemente era scritto sul suo volto. Era un uomo che si innamorava e non mediava”.

I quattro anni che ha trascorso a Marsiglia che cosa le hanno raccontato su Jean-Claude Izzo?
“Tutto. Izzo è stato il mio grande maestro, sia pure attraverso lo studio delle sue opere, che mi ha trascinata alla scoperta di una delle più belle citt  del mondo. Io sono marsigliese. Perch essere marsigliesi non significa essere francesi, piuttosto protagonisti di una realt  che è un grande porto dove approdano vite che si mescolano come, appunto, la bouillabaisse”.

In alto, la copertina del volume. In basso, l’autrice