I timori erano tanti e forti, ma forse neanche la più nefasta delle previsioni lasciava presagire che nel giro di poco più di due anni ci sarebbe stato il ritorno ad una delle pagine più penose della citt  di Napoli: l’emergenza rifiuti.

Se ne è parlato tanto allora come oggi, io stesso non ne sono stato immune, ma stavolta avverto il bisogno di farlo in maniera diversa, con una proiezione descrittiva che guardi oltre il mero racconto.

Il peso delle migliaia di tonnellate di spazzatura riverse sulle strade, il numero di camion bloccati e bruciati, la moltitudine di telecamere pronte a dimostrare l’ennesima vergogna napoletana moltiplicata in ogni angolo del mondo, le lascio ad una gi  fin troppo dettagliata cronaca televisiva.

Stavolta scelgo, invece, di porre l’accento sulla rivolta popolare delle donne “vulcaniche”, cos come sono state definite tutte le mamme, figlie, sorelle, compagne di questa terra che si sono allineate in un’unica testimonianza di rivolta popolare.

Quell’insieme di vite al femminile che con forza e tenacia si sono spogliate di ogni riserva e sono andate avanti come soldati in guerra armate soltanto della loro fierezza e del loro grido di dolore.

Queste donne, che pur non sono mai state a guardare, hanno detto basta in maniera forte e inequivocabile, scendendo in piazza e rivendicando, in prima linea, insieme ai loro uomini, la legittimazione di un principio che in qualsiasi altra citt  del mondo dovrebbe essere naturalmente salvaguardato: il diritto alla salute.

Si, perch di questo si tratta. Il rifiuto alla apertura di nuovi buchi per sotterrare rifiuti non è soltanto un freno a quello che si ritiene essere un sopruso paesaggistico, una volont  perpetrata su territori indifesi, ma soprattutto la difesa del futuro di intere generazioni e della loro qualit  di vita.

La risposta a chi, per scelte dettate dalla sola logica emergenziale, finirebbe col portare alla piena negazione di tutto questo.

La lunga caccia agli autocompattatori, gli inevitabili contrasti con le forze dell’ordine, giustamente preposte a garantire il normale funzionamento delle operazioni di scarico, hanno determinato una vera e propria guerriglia urbana che, in parte, ha danneggiato anche quelle mamme a mani nude che chiedevano al mondo intero vita, libert , futuro.

La protesta ha rischiato di cambiare volto facendo passare in secondo piano il dramma vero di chi chiedeva voce e ascolto in nome di diritti violati, la cui unica rivendicazione era e rimane quella di non essere condannati a morire.

E tutto questo può avvenire solo se ci saranno risposte e regole certe, in una assunzione di responsabilit  collettiva che tenga tutti dentro: Stato, autorit  locali e cittadini.

Boscoreale, Boscotrecase, Terzigno, Chiaiano, Pianura, Giugliano e loro, le donne, davanti a tutti a lottare per i figli, per i giovani, per la vita. Chiedono ai poliziotti di essere caricate, sono loro che hanno sbugiardato chi, gi  nel 2008, annunciò, in pompa magna, di aver risolto la crisi dei rifiuti. Ma nelle loro case, in questi due anni, la puzza non le ha mai lasciate, le loro vite sono state accompagnate da quei miasmi maleodoranti come un “intruso permanente”, un ospite non gradito.

Occupano scuole, costringono i sindaci a non accettare accordi per l’apertura di nuove discariche, sfilano davanti a tutti, si sdraiano a terra davanti ai camion, prendono randellate dai celerini. Sono pronte a tutto per difendere l’aria, l’acqua, le colture, gli animali dal “cancro” dei rifiuti.

Loro, vittime di quell’aria imputridita e fetida appiccicata addosso giorno e notte, in pieno parco nazionale del Vesuvio, hanno fermato venti milioni di tonnellate di immondizia con i loro corpi e le loro storie, con la forza della pace, con le mani alzate al cielo occupate solo dai rosari.

Le hanno chiamate cos forse perch hanno il fuoco dentro e sono pronte anche a bruciarsi, pacifiche ma determinate, brave casalinghe ma forti popolane, donne di chiesa pronte a resistere, a lottare, ad invocare Dio affinch le assista.

Nella foto, cumuli di rifiuti