Per gentile concessione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo uno stralcio del libro di Angelo Otero “L’uomo cabrio” (edizioni Albatros). Il volume sar  presentato a Napoli venerd 15 ottobre, alle 17, in via Toledo 272 (Associazione Le Muse). Insieme all’autore, intervengono Johanna Wrobel, Lucia de Cristofaro, Ugo Cundari e Yovonne Carbonaro. Modera Adriano Fiore.

ORE 7.00
LA FIGURA SPECCHIATA

Devo assolutamente provare «Fusion». Gillette racconta mirabilie delle sue cinque lame e invita a buttare alle ortiche il modello precedente di rasoio, come se appartenesse alla concorrenza e non fosse stato un suo articolo di successo. Il «Mach 3» rade bene, mi accarezza da anni ogni mattina le rugosit  arcuate delle nasogeniene, le rughe che corrono dal naso agli angoli della bocca. Una malinconica, autunnale messa in parentesi. Da ragazzo, le mie erano visibili solo quando il mio sorriso alla vita andava da un orecchio all’altro. Allora, sciocco, le desideravo più profonde: data la verde et , sarebbero state lette come rughe di espressione, una nota virile per il mio viso di bambolotto. Ho sempre adorato lo zigomo alto, la guancia scavata, le labbra carnose: un misto irresistibilmente sexy. Il mio perfetto contrario. Oggi, dalla sera alla mattina, mi ritrovo quella di sinistra più profonda, scende giù oltraggiosa e insolente, spingendosi oltre l’angolo della bocca.

Sgradevole asimmetria. Accidenti, negli ultimi tempi le labbra mi si sono pericolosamente assottigliate. Cattivo auspicio per questo mio inizio di giornata. Minore tumescenza minore richiamo erotico. Dovrei pomparle un poco, se non temessi l’errore umano. Mi troverei sfigurato dalla caricaturale grossolanit  di un muso di tinca, senza più un minimo di buon gusto, merce rara di questi tempi. N peraltro vorrei che le labbra diventassero un taglio di coltello, mi conferirebbero un’espressione truce. Considerata la mansuetudine dei miei occhi verdi all’in giù, l’insieme suggerirebbe un’espressione francamente grottesca. Sessant’anni fa, alle cinque del mattino di uno degli ultimi giorni di febbraio, nacqui da un’attempata primipara quarantunenne. S, ho sessanta primavere, o almeno cos si dice quando si vuole minimizzare sull’incalzare inesorabile del tempo. Il mood nemico e malevolo del momento suggerirebbe «sessanta autunni», un subdolo richiamo alla gialla caducit  delle foglie e alla immagine spettrale e incombente dei rami nudi.

Continuo ad armeggiare nervosamente col rasoio, vado su e giù, dalle guance alle tempie al cranio, dall’occipite all’apice della testa, procedo senza soluzione di continuit  su un campo completamente arato, tanto non devo preoccuparmi di regolare i baffi o di staccare le basette all’altezza del lobo delle orecchie.

Una calvizie precoce affacciatasi prima del compimento del diciassettesimo anno contribu sin da allora a conferire alla mia fronte, gi  spaziosa di suo, un promettente accenno di sapienza socratica della quale avrei fatto volentieri a meno. Ricordo perfettamente che a quei tempi solo l’idea della pelata mi faceva salire il sangue alla testa.

A venticinque anni, in uno dei rari momenti di autocompiacimento narcisistico allo specchio, decisi all’improvviso di andare presso uno studio fotografico accreditato, con tanto di posa e sapiente distribuzione di luci, a che si conservasse nel tempo l’effimero ondulato della mia chioma prima che fosse troppo tardi. Il risultato una volta tanto ebbe la meglio sulla mia scarsa fotogenia. La foto è rimasta alla mia ex moglie. Non l’ho mai reclamata, non so perch.

Un briciolo di maturit  in più o di rassegnazione? mi fece accettare a trentasei anni, non del tutto estraneo il dolore lacerante per la perdita di mio padre, un pacioso aspetto da «Commissario Basettoni» al quale inutilmente tentai di aggiungere una nota di cattiveria facendomi crescere i baffi. Li immaginavo pieni e folti. Li ebbi radi e vuoti ai lati: la mia morfologia pilifera mi appiccicò sul muso un trapezio di vago sapore hitleriano versione Charlot, considerata la bonomia della mia espressione di clown triste. Non volendo rinunciare del tutto all’idea di aver un paio di baffi, li abbassai subito. Ottenni un filo sottile appoggiato sul labbro, una risultato modesto, un codino di topo appena accettabile che solo un io ipertrofico avrebbe definito alla Clark Gable.

Qualche anno più tardi, quando sulle tempie la lotta tra pepe e sale volgeva a favore del sale, spazzai tutto via. Di l a poco, eguale sorte toccò ai baffi quando il biondo insidiato dal bianco stava per diventare un pio ricordo.

Ancora un po’ di contropelo a mento alzato e avrò finito. Peccato non poter conservare la posa: la pappagorgia si tende fino a scomparire quasi del tutto. Brevi fantasticherie di eliminazione free e indolore.

Troppo comodo. L’inutilit  delle creme rassodanti cede il passo all’alternativa radicale della micro liposuzione cavitazionale e del lifting, soltanto una la sottile cicatrice sotto il mento. Lo scomodo della posizione non mi è sgradito, la pelle te            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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Magra consolazione, ma pur sempre consolazione in tempo di saldi. Accidenti quanto si è ingrossato. Un tempo il quindici e mezzo, poi il quindici e tre quarti, poi il sedici, poi… dissi basta spaventato e al bivio della scelta tra collo stretto e spalle giuste o collo giusto e tutto il resto ad abbondanza, mi decisi per la prima, considerato che non indosso la cravatta.

Fatto. Mi ritrovo davanti alla mia figura specchiata. Il mio viso frastagliato dagli anni mi piace meno del solito. Riso amaro: mi accetterò dopo che sarò morto.

Per una idratazione più profonda e duratura stendo un velo di gel a base di acido ialuronico e di altre sostanze decantate come miracolose, capaci di innalzare una barriera difensiva contro i danni fotoindotti.

Modestia a parte, sono stato il pioniere delle devozioni nostrane per questo potente super-idratante, almeno in campo maschile. A parziale conforto della cifra blu che ho pagato, la promessa di un incremento della pigmentazione cutanea per prevenire i sintomi e i segni sensibili dell’invecchiamento. Meno male, non ho ancora le macchie. Quelle sulle mani vengono impietosamente dette i “fiori della morte”.

Mi sforzo di credere ai miracoli promessi nelle indicazioni del contenitore. Stamattina l’elenco dei benefici non vellica nemmeno un po’il mio esangue ottimismo, nonostante il miraggio degli antiossidanti. I radicali liberi. Maledetti.

Il mio cervello reagisce decisamente male davanti alla mia figura specchiata. Colpa dell’approfondirsi dell’ennesimo solco sul viso? Sciocchezze. Come se quella fosse l’unica ingiuria. Non sono nuovo all’assedio del tempo: il viso scavato da solchi di dolore, ragnatele filate da sogni infranti perduti bruciati dispersi da lingue di fiamma che un tempo avrei chiamato amore.

Proust e la madelainette. Una intermittenza del cuore. Lui, il viaggiare a ritroso della memoria, le sensazioni che si fanno conoscenza: l’intenso piacere della degustazione recupera alla coscienza una fetta di vita dell’infanzia. Io, un salmonesco risalire dalle rughe agli impressori dolorosi attivati dai miei tormenti interiori.

A parziale giustifica del mio logorante altalenare tra volere e non volere, il fatto che sono nato sotto il segno dei pesci, un segno doppio: una continua irrequietezza, il logorio di una insoddisfazione cronica, l’amletico ondeggiare a ogni bivio, le velleitarie fughe in avanti sono il collante chi tiene insieme il mio vissuto. Sin da giovane, sono stato affetto da una severa presbiopia della memoria, tipica dei vecchi, presente in me da sempre: conservo vivido ed integro il ricordo del passato remoto; il passato prossimo presenta vuoti imbarazzanti.

Sono affatto sicuro che la pessima reazione del mio cervello alla figura specchiata avr  una cattiva influenza sulla condotta di quest’oggi, come se non bastasse il carattere difficile umbratile permaloso che mi ritrovo.

Sono affetto da una malinconia inquieta.

Da qualche parte ho letto che ciascuno di noi tende a distorcere l’immagine riprodotta di s. Non appartengo a quella schiera di fortunati che vedono in essa il clone della bellezza fatta persona.

Il libro e l’autore

L’uomo cabrio

A cavallo di un sogno a quattro ruote. Il bilancio tragicomico di una vita, segnato da squarci poetici e attimi di accorata riflessione. Un ingresso originale recalcitrante nella terza et .

Sessant’anni, un momento difficile con cui più o meno consapevolmente vorremmo evitare di confrontarci, spaventati dalle prime vistose ingiurie del tempo, peccato capitale in una societ  appiattita sul mito della fisicit  del tempo.
Una originale incursione nella vita di Ladislao "giovane vecchio" che mette a nudo le pieghe più nascoste del suo animo in un dialogo fitto e intenso con se stesso. Una sola giornata dalle 7.30 del mattino alle 23.30 della sera. Microstoria di eventi quotidiani e di profondi sconvolgimenti interiori, in prosa e poesia. Un fluire ininterrotto di stati d’animo dai colori cangianti e mutevoli che mutuano le loro sfumature dalle diverse ore del giorno, dalla profonda carica autoironica che impregna la sua riflessione su una vecchiezza, mai del tutto accettata, alla battaglia perduta contro i segni del tempo alle desolate considerazioni sulla realt  contemporanea e le sue bassezze; dalla correlazione tra il tramonto di un’epoca e l’autunno della sua vita, alla ricerca di un impossibile amore, dopo due cocenti delusioni, fino alla passione un po’ infantile e consolatoria per un sogno a quattro ruote investito di una forte valenza simbolica, un cabriolet che realizza il sogno di andare, antico e inappagato, di viaggiare nel guscio protettivo della sua casa mobile, al riparo delle insidie del presente, il contatto con la realt  mediato dal diaframma del finestrino. Poter guardare il mondo guardandosi dagli altri. Una ricerca di senso per il suo vissuto e per quel che resta del suo giorno.
La battaglia perduta contro i segni del tempo, le delu            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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sioni, i bilanci dolorosi non accettati come definitivi, la difficile rincorsa dell’amore, una ricerca di senso per il suo vissuto e per quel che resta del suo giorno.

Angelo Otero

Autore di “Helen e l’altro” (2001), tragicommedia in due atti per voce sola, “Scarde d’ammore” (2005), raccolta di liriche e “Il fuoco sotto la cenere” (2009, un’opera monumentale e avvincente sul Seicento napoletano, tra classicit  e azzardo teorico, saga familiare e saggio. Un “romanzo storico” al tempo singolare e post moderno. La Napoli barocca restituita nelle sue miserie e nei tratti rutilanti e corruschi della sua cultura. Da coautore: “Il tempo che problema” (1991) e “Grammatica della comunicazione” (1996).

Gi  ordinario di filosofia e storia nei licei, coltiva da anni l’interesse per i linguaggi non verbali, iconologia, linguistica, antropologia culturale, psicologia analitica e scienze cognitive.

All’insegnamento trentennale ha fatto seguito un quindicennio segnato da una intensa attivit  didattico-sperimentale e di formazione rivolta sia agli allievi che ai docenti delle scuole superiori.

Ha ideato e diretto laboratori di semiotica del cinema e del teatro, di linguistica e programmazione modulare per obbiettivi cognitivi.

Cantante e cultore della canzone napoletana, nonch di lingua e letteratura sei-settecentesca, ha tenuto vari seminari sul tema, in Italia e all’estero.

Per saperne di più
www.albatrosmagazine.net

In foto, la copertina del libro e l’autore