Napoli è la città che ha la più lunga continuità storica del nostro Occidente: è stata sempre città da quando dai greci fu fondata. Ha una continuità storica più lunga di Roma, diventata luogo di preti e poi, quando il Papa si trasferì ad Avignone, luogo di contadini. Più lunga di Atene, diventata per secoli un misero villaggio islamico. Quindi non è strano che qui, a Napoli, vi sia, nel suo centro, lo scrigno più ricco di storia e di arte. Tanto che vi possiamo trovare una strada ribattezzata la Via dei Musei. (via Duomo) , dove, contigui ad altri luoghi carichi di anni, di bellezza e di storia e vicinissimi l’un l’altro, vi sono sette musei.
E tra questi, magnifico, c’è il Museo Diocesano. Sorge dove, un tempo, c’era un convento di suore, composto da un edificio, diventato poi un interessante museo d’arte contemporanea, il Madre, e da due chiese che, con i loro chiostri, sagrestie,  comunichini e quant’altro, costituiscono il Museo Diocesano.
La più antica di queste chiese è chiamata Donnaregina vecchia, che di anni ne ha più di  seicento. Bellissima, ha un coro brillante di pitture trecentesche (di Pietro  Cavallini e seguaci), una cappella, che vi porta in un magico cielo dove ci sono gli angeli e un Cristo (dipinto da un ignoto napoletano), e un monumento funebre fatto da un grande scultore non napoletano ma che a Napoli si napoletanizzò: Tino di Camaino (Camaino era il padre).
Il monumento funebre è per Maria d’Ungheria,  moglie del re di Napoli Carlo II d’Angiò  e madre di undici figli, tutti raffigurati nel monumento. Tra questi, i famosi San Ludovico e re Roberto. Ma le suore, molto ricche, un giorno decisero di costruire una chiesa più grande, sempre facente parte del convento. E la chiesa ora viene chiamata Donnaregina nuova (nuova si fa per dire, perché pure lei ha la bellezza di più di trecento anni). Magnifica, ampia, colorata di marmi e di pitture, vi affascina appena vi entrate.
Ieri mattina, domenica, davanti all’altare erano in scena i tableaux vivants: dei bravissimi giovani attori rappresentavano quadri di Caravaggio, aggiungendovi il pathos della vita vera. Merito della regia di una giovane signora che ora non c’è più: Ludovica Rambelli.
Ho visitato ancora una volta il museo ( ma è sempre una gioia ), ammirandone anche l’allestimento: le cappelle che si illuminano appena vi entrate, la striscia rossa sul pavimento che vi fa da guida, le didascalie chiare e concise, la cura intelligente con la quale sono disposte le opere, che provengono soprattutto dalle chiese napoletane ormai chiuse (per sempre?).
Le pitture sono del Cinque, Sei e Settecento e sono soprattutto di autori napoletani, tra cui numerosi quelli di “Ignoto Napoletano”. C’è quindi , splendido e straordinario, il mondo barocco proprio della nostra città. Ma in più, in questi giorni, vi è un’opera di un grande pittore fiammingo, vissuto a lungo anche in Italia, apprendendo i miti e gli affetti propri dell’epoca controriformistica: Pieter Paul Rubens. E’ detto da alcuni grandi critici, a mio avviso impropriamente, il creatore del Barocco. La sua opera ora al Museo Diocesano (fino al 30 aprile) è il dipinto di una Madonna con il Bambino (foto).
La Madonna a mezzo busto, il Bambino in piedi che muove i primi passi. La Madre ne accarezza un piedino spingendolo ad avanzare e Lui, il Bambino, lo sguardo fisso in avanti, va. Verso un futuro di sacrificio e di morte. Vi sono varie, circa venti, repliche di questa immagine, realizzate con qualche variante, tutte certo belle. In questa che vediamo al Diocesano l’immagine sacra è circondata da una ghirlanda di fiori, opera di Jan Brueghel, della famosa famiglia di pittori fiamminghi.
La collaborazione di Rubens con questo Brueghel è nota e più volte ripetuta. Sembra, perciò, che il dipinto sia originale di un Rubens giovane. Certo è un dipinto bello e interessante. Ma comunque, anche senza la mostra di questo quadro, la visita al Museo Diocesano costituisce un’esperienza ricca e indimenticabile.
Per saperne di più
http://www.museodiocesanonapoli.com/