Cuma. Individuate officine di ceramiche. Tra i manufatti, il prototipo delle prime teglie antiaderenti. I circa ottantamila reperti, ritrovati nell’area a ridosso dello stadio e della porta settentrionale della citt , offrono uno squarcio sul sistema di produzione che consente, insieme ai risultati che stanno emergendo dai lavori della metropolitana, una rilettura dell’attivit  produttiva nel golfo di Napoli.

A partire dal 1994, la citt  è stato oggetto di un programma di ricerca coordinato dalla Soprintendenza Archeologica della Campania con il coinvolgimento dell’universit  Federico II e della Seconda universit  di Napoli,
che hanno lavorato rispettivamente al foro e sull’acropoli, dell’Orientale, che si è occupata di indagare il sistema urbanistico della cinta muraria e del Centre Jean Berard. Un lavoro prezioso concepito per indagare alcuni aspetti della citt  di cui poco si conosceva e che mira alla valorizzazione del sito nella prospettiva di un rilancio culturale e politico.
Ogni ente di ricerca si è dedicato a un settore specifico di indagine, uniti in una sinergia di intenti e coordinati dall’ufficio archeologico di Cuma. Il contributo delle scienze della terra, attraverso la componente geologica e archeologica, ha permesso di definire le caratteristiche delle produzioni grazie all’individuazione delle materie prime utilizzate in passato e di alcuni siti di approvvigionamento della Campania l’argilla calcarea dell’isola di Ischia che si presta alla produzione di manufatti da mensa o per contenere acqua, e la piroclastide argillificata non calcarea raccolta in penisola Sorrentina, dove, la presenza di smagrante favorisce la dissipazione di energia termica e meccanica, migliorando la resistenza delle ceramiche da cucina.

Sulla scia di quanto emerso finora e il naturale collegamento con quanto sar  oggetto di presentazione a Pompei il prossimo giugno, è stato organizzato un momento di confronto sulle nuove scoperte archeologiche portate avanti dagli studiosi dell’Orientale di Napoli,
in particolare dal gruppo di ricercatori coordinato da Marco Giglio, assegnista di ricerca in Archeologia classica, con il contributo di Stefano Iavarone e Giovanni Borriello, dottorandi in archeologia. Il workshop dal titolo “Produzioni ceramiche a Cuma tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.”, si è tenuto nella sede dell’Orientale di palazzo du Mesnil (via Chiatamone 62) e si configura come primo esito del progetto di ricerca “Cuman Roman Kiln Research Project”.
Una giornata significativa dal punto di vista scientifico durante la quale è stata presentata in anteprima una selezione di alcuni oggetti.
Sono state individuate tre principali classi di ceramiche (comuni, a vernice rossa interna e a pareti sottili). Il numero maggiore è costituito dalle ceramiche comuni, in particolar modo da cucina coppe realizzate in moduli diversi per consentire un più agevole sistema di impilaggio, bicchieri, un tipo di brocca dotata di protome raffigurante una maschera teatrale. Ma soprattutto ceramiche a vernice rossa interna, le “cumanae testae”, una sorta di teglie con fondo antiaderente, ottenuto grazie a un particolare rivestimento interno che evitava ai cibi di attaccarsi al fondo. Queste erano utilizzate per la cottura a fuoco lento di determinati alimenti, soprattutto a base di carne. Grazie alla qualit  dei materiali, si diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo, dalla Spagna al nord Africa, arrivando in Francia e Germania settentrionale.

Nel quadro dell’archeologia della Campania, Cuma, assieme a Napoli, rappresenta un punto di riferimento importante nell’avanzamento delle conoscenze.
«Un posto mitico non solo per i poeti e gli scrittori ma anche per gli archeologi», secondo Adele Campanelli, soprintendente archeologia Campania.

Un programma di analisi in corso sui materiali ritrovati in uno scarico di fornace, fornir  nuovi dati
che potrebbero confermare il ruolo fondamentale che la citt  aveva nel commercio e nella produzione di ceramica fra i vari centri della Baia di Napoli.

Per saperne di più
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mgiglio@unior.it

Nelle foto, il sito archeologico di Cuma, un momento del workshop con Michele Bernardini, Matteo D’Acunto e Adele Camapanelli e una selezione di reperti ritrovati a Cuma