Entrando nel suo negozio/laboratorio di gioielli in via Giuseppe Marotta 81 probabilmente sarete accolti da un brano di Patty Pravo. ” il mio portafortuna” spiega Antonio Petacca, designer del gioiello. E continua: “Le piacque moltissimo un mio pezzo, un medaglione con una ruota zodiacale e al centro una rete in oro che si muoveva con all’interno una pietra preziosa libera. In occasione di un concerto a Napoli, volle conoscere chi l’aveva realizzato. Le spiegai che la luce, attraverso la rete, colpiva la pietra irradiando sul corpo energie positive. Nacque un’amicizia tanto forte, che lei ha firmato per me diverse collezioni”.

La riconoscenza verso la cantante è tanta. “Se vendo anche fuori, devo ringraziare lei”. Perch le origini gli hanno creato stupidi problemi di razzismo: “è capitato che alcuni committenti, interessati ai miei pezzi, alla firma del contratto, scoprendo che ero napoletano, rinunciavano all’acquisto, temendo una possibile truffa o che l’oro da me utilizzato fosse falso…”.

Oggi i suoi gioielli sono richiesti un po’ ovunque e, dopo mostre a Parigi e Barcellona, “stiamo per aprire un punto vendita a Saragozza”.

Studi giuridici interrotti, “io volevo fare l’avvocato o il notaio”, Petacca, fin da ragazzino “respira” gioielli. “Mio padre lavorava per Bulgari e Cartier e mi disse: studia, ma impara anche il mestiere”. Gi  intrapreso dalla sorella, abile realizzatrice di smalti e altre tecniche ormai dimenticate. “Cominciai a fare i talismani. Pezzi traforati, martellati, che lui vedeva come perdita di tempo. Poi questo mio stile piacque e abbandonai giurisprudenza”. Ma non l’idea del gioiello come talismano. “Tutti abbiamo bisogno del mito, di qualcosa che ci rassicuri. Il talismano ci rassicura e ci protegge”. E proprio i talismani hanno reso famoso Petacca. “Ne ho realizzati cinque e mi hanno portato bene. Soprattutto quello di Salomone, per esaudire i desideri. Sono tutti fatti a mano e c’è una richiesta fortissima ancora oggi”.

L’accostamento ai talismani “e la mia testa pelata” crearono confusione. “Una cliente che faceva la maga mi chiese un talismano ispirato alla Sibilla, basato su una lastrina con dei simboli in greco antico trovata anni fa. Un giorno mi volle in trasmissione per spiegare la storia del gioiello. Il centralino dell’emittente tv andò in tilt: la gente voleva parlare con me e non con la maga. Mi identificarono come un mago” ricorda divertito.

Dietro ogni suo gioiello, una ricerca e un significato. “Per i primi pezzi che ho realizzato, ho consumato Ercolano, Pompei e il museo archeologico di Napoli. Mi portavo delle plastiline per prendere i calchi, ma anche per avere un contatto con i simboli che ricopiavo”. Perch: “L’oggetto deve parlare, rivelare qualcosa. Nel passato il gioiello non era un ornamento, ma un amuleto ad appannaggio di re e sacerdoti. Aveva significati, simboli. Con i secoli si è trasformato in ornamento, ma nasce come tramite con la divinit . Ho voluto restituire un significato ai gioielli”.

Ma c’è anche spazio per le collezioni estive e invernali. “Oggi il gioiello segue la moda. Tempo qualche mese è diventa vecchio. Il mercato è piatto, uguale, omologato. Ma per fortuna c’è un ritorno all’artigianato”. Nonostante la crisi. “C’è una classe ricca che acquista il gioiello. E non cerca quello da vetrina, ma qualcosa di qualit “.

La domenica, turista nella sua citt , “amo Napoli, guai a chi la tocca”, Petacca lancia una proposta: “Destinare uno spazio, per esempio Castel dell’Ovo, a una mostra permanente dell’arte che nasce a Napoli. Dalla pittura alla scultura, dal gioiello ai pastori. E allestire una personale di ognuno, mese per mese”.

Nelle foto (di Maria Volpe Prignano), Antonio Petacca, un gioiello di sua creazione e un’abito realizzato dalla sorella

10 maggio 2010