A soli due anni Rosamunde, principessa di Cipro, viene allontanata dalla sua isola, per farvi ritorno molti anni dopo, promessa sposa al principe Alfons di Candia è questa, in nuce, la trama della intricata (e farraginosa) vicenda della figlia del Re di Cipro, narrata in versi dalla poetessa Helmina von Chzy, autrice del libretto per cui Schubert compose le musiche di scena.
La Suite n. 26 “Rosamunde, Fürstin von Zypern” ha aperto il concerto, tutto schubertiano, proposto dalla stagione sancarliana all’Auditorium Rai di Napoli, con la felice direzione di Gerd Albrecht. Difficile inserirsi nella annosa querelle se si tratti di mera musica “d’occasione” o se sia dotata di vita propria, senza scontrarsi con pareri che esulino dalla sensibilit  soggettiva è un fatto, tuttavia, che alcuni dei dieci numeri di “Rosamunde” compaiano di sovente nei programmi dei concerti, prova che la pagina non è caduta nell’oblio. Per di più, se a interpretarla è un musicista raffinato ed esperto come Albrecht, allora la musica di Schubert diventa ancor più piacevole e interessante, quasi una sintesi della tradizione sinfonica viennese, di cui il compositore è erede, interprete originale e fonte di ulteriori sviluppi.
Schumann osservava che chi non conosce la Sinfonia n. 8 in Do Maggiore D. 944 (“La Grande”), “conosce ancora poco di Schubert” il giudizio è motivato e tuttora valido, se si ritiene che la critica non si è sostanzialmente distaccata da quanto affermava Schumann sulle colonne della “Neue Zeitschrift für Musik”, riconoscendo in questa pagina il tentativo di rincorrere le esperienze di Beethoven, da una parte, e la volont  di esprimere le inquietudini del Romanticismo, dall’altra. Albrecht ha sapientemente amalgamato le vari anime del pezzo, fornendone una lettura lucida, ben calibrata, riuscendo a dosare sonorit , tempi e coloriti con straordinaria maestria. Il gioco continuo di chiari e scuri, di slanci e ritirate nell’interiorit , di illusioni di felicit  e di inesorabili cadute nel pessimismo rendono complessa e variegata la trama narrativa della Sinfonia, che da sola basterebbe a demolire l’immagine vulgata del musicista ristretto nella dimensione tutto sommato asfittica delle “schubertiadi” e, pertanto, non ascrivibile nel novero dei grandi compositori.
Decisamente valida la performance dell’orchestra, che ancora una volta, se ben diretta, come in questo caso, colpisce per il nitore del suono, la varietà  dei colori, la coesione delle famiglie strumentali.
In foto, l’Auditorium Rai di Napoli