Il giardino dei ciliegi, l’ultimo lavoro teatrale di Cechov rappresentato nel 1904 agli albori del “secolo breve”, segnato da svolte storiche epocali e profondi mutamenti sociali che non risparmiarono nemmeno il vissuto dell’autore. Il canto del cigno dell’aristocrazia e della “borghesia di antico regime” che, incapaci di adattarsi, soccombono. Cos nella Russia zarista, cos nel Regno delle due Sicilie. Due mondi apparentemente diversissimi e nel profondo analoghi. Questa la linea guida a partire dalla quale Luca De Fusco costruisce il suo “giardino”, riavvicinando due civilt  a livello visivo e linguistico, addolcendo col tepore mediterraneo i rigori climatici russi e colorando di intonazionidialettali il linguaggio dei personaggi.
Leggere Cechov in modo mediterraneo, come egli stesso dice nelle sue note di regia. La fine di una mentalit , di un modo di vivere, ormai incompatibile con la logica del profitto. Il giardino dei ciliegi, metafora, ideale di vita, personale e di una intera classe sociale dominante, pura godibilit , piacere estetico, non più praticabili in un mondo che pone al vertice dei suoi valori la categoria dell’utile. La perdita del giardino, metafora di un trapasso epocale doloroso che la mano leggera di Cechov concep come commedia e Stanislavskij, suo primo regista presentò come tragedia.

Indubbiamente l’aspetto più intrigante della rivisitazione dei classici, una volta stabilito il valore assoluto del testo, è il nuovo modo di riallestirli mediante un uso artistico delle risorse multimediali e illuminotiche di ultima generazione.
Dai quattro atti originari, il sapiente adattamento di De Fusco trae due ore e venti ininterrotte di spettacolo che declina sapientemente entrambe le categorie, avvalendosi della traduzione di Gianni Garrera. Un altro prezioso tassello che arricchisce la sua produzione, largamente ispirata a una visione autenticamente contemporanea del teatro che fa rivivere in modo “altro” il teatro di parola, vivacizzandolo con scenografie che assurgono al ruolo co-protagonistico di strutture narranti; con un disegno luci elaborato ai fini di una giusta enfasi narrativa e mai in funzione esornativa; con l’artificio visivo e la tecnica filmica che replicando sullo schermo le azioni dei personaggi e la scena, ripresi da un altro punto di vista, conferisce ad entrambe un carattere multiprospettico.
La mano del registaimprime ai movimenti scenici dei personaggi un notevole impulso dinamico e un ritmo privo di cedimenti. Sobri e pastellati i costumi di Maurizio Millenotti. Splendidi e affiatatissimi gli attori, cui stavolta viene chiesta agilit  fisica ed eleganza ballettistica. Musiche e coreografie costituiscono un autentico valore aggiunto che De Fusco ricava dalla fruttuosa collaborazione con la israeliana Vertigo Dance Company. Il tutto concorre a sottolineare il carattere malinconico e irreversibile di un tramonto epocale, sottolineato di frequente da note di valzer, ipersegno musicale di una intero mondo, e dalle note gravi e meditative del violoncello.Un soffio di poesia. Inappuntabile tutto il cast attoriale Gaia Aprea, Paolo Cresta, Claudio Di Palma, Serena Marziale, Alessandra Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Alfonso Postiglione, Federica Sandrini, Gabriele Saurio, Sabrina Scuccimarra, Paolo Serra, Enzo Turrin. Ran Bagno con le musiche e Noa Wertheim con la coreografia conferiscono alle scene danzate, di quello che un tempo fu il terzo atto, una impronta di rara eleganza ed equilbrio fra tradizione e modernit .

La scena di Maurizio Balò è dominata dalla multivalenza simbolica del bianco,
enfatizzata dal disegno luci di Gigi Saccomanni, che rimanda al nitore della neve, ai ciliegi in fiore, al colore delle case sparse nelle tante isole del Mediterraneo. Una scala in discesa, è l’indicatore spaziale del declino degli antichi proprietari, ancor più sottolineato dalle balaustra spezzata in più punti o addirittura con elementi mancanti. Analoga sensazioni suscita il sontuoso lampadario da salone delle feste, tristemente imbracato in un involucro che ne segnala il disuso. L’occhio dello spettatore scruta attraverso uno stretto varco orizzontale gli ultimi gesti di una umanit  claustrofobicamente asserragliata,prima che si disperda oltre il muro di cinta del giardino, calda cuccia per esistenze smarrite, solo la caduta e il vuoto.

Per saperne di più

www.napoliteatrofestival.it/

Nelle foto, tre scene dello spettacolo