Raccontare la realt  con uno scatto non è impresa da poco. Ma pare che sia un talento tutto italiano. Per il terzo anno consecutivo “World Press Photo” la prestigiosa mostra itinerante di fotogiornalismo mondiale- non solo sceglie ancora Napoli come sede operativa della rassegna targata 2012, ma tra i finalisti annovera ben sette italiani.
Tutti ospiti d’eccezione degli incontri organizzati da Neapolis.Art per spiare dall’altra parte dell’obiettivo e tentare di fotografare gli autori dei lavori esposti nella sala Maria Cristina del complesso monumentale di Santa Chiara fino al 13 Gennaio. Il primo di questi narratori silenziosi è Eduardo Castaldo, fotoreporter napoletano classe ’77 con il suo racconto tra cinema e rivoluzione. Premiato con il 3 posto nella categoria “Spot News Stories” per il suo reportage “Dawn of a revolution” sulla primavera araba, è un fotoreporter gentile.
Detesta i suoi “colleghi sciacalli” e sostiene che dietro ogni foto scattata ci sia un attimo di vita rubato. E che per questo ogni fotografo sia in qualche modo debitore verso il soggetto immortalato. Non sembra quindi un caso che i suoi lavori sembrino dei veri e propri atti di profonda umanit . La rivolta di piazza Tahrir, raccontata con quel rispetto e senso di protezione, che come lui stesso racconta, ha ricevuto prima di tutto dalla popolazione che accoglieva giornalisti e fotografi come parte integrante della rivoluzione, lo ha portato a essere letteralmente salvato da due quindicenni egiziani, durante la vera e propria caccia ai giornalisti ordinata da Mubarak.
” Vivere la rivolta in quei giorni- racconta il fotoreporter napoletano – è stato molto particolare, perch c’erano centinaia, migliaia di persone che protestavano esplicitamente contro i Fratelli Mussulmani. E’ una cosa che in un paese arabo è abbastanza particolare, o almeno io non avevo mai vissuto”.
I suoi successi, però, non si fermano al podio di World Press Photo 12, ma continuano con le importanti collaborazioni con quotidiani e periodici di livello internazionale, come “Der Spiegel”, “Internazionale”, “Le Monde”, “NewsWeek” e “L’espresso”. E l’approdo sui set cinematografici. Il primo grande lavoro nel mondo del cinema è stato sul set di “Reality” di Matteo Garrone. Anche in questo caso, l’incontro non sembra affatto casuale. La prima volta che Eduardo Castaldo ha avuto indirettamente a che fare con Garrone, è stato nel 2008 grazie ad un reportage realizzato con Roberto Saviano sulle Vele di Secondigliano per “GQ France”.
Mentre il noto regista romano irrompeva nelle sale con il film “Gomorra”, Castaldo preparava un servizio fotografico sulle vele. “La mia compagna fece cadere e danneggiò l’hard disk, e avevo la consegna dopo pochi giorni”. Un lavoro da ricominciare da zero. “Mi feci coraggio racconta il fotografo e il giorno seguente andai a Scampia”. Addentrarsi nel cuore della base di eroina della camorra non è tuttavia impresa facile. Ma grazie al film, che tutti nel quartiere conoscono, e ad una serie di interviste “per le quali nutrivo poco interesse ma che servivano a stabilire un contatto”, riusc ad oltrepassare il muro di diffidenza dei clan. E a diventare addirittura una guida nei mesi successivi per tutti i giornalisti costretti a incursioni nelle vele di Scampia.
L’incontro con Garrone, a questo punto, sembra tutt’altro che casuale. Quello che resta della sua esperienza sul set è una mostra di 32 scatti allestiti a Roma, testimonianza di un nuovo ibrido. Come ama sottolineare infatti, il futuro non è il fotogiornalismo, ma l’immagine in s, in tutte le sue forme possibili. E quando dietro l’obiettivo c’è un occhio come quello di Eduardo, può anche accadere che il fotoreporter non si limiti più alla semplice testimonianza visiva, ma diventi un vero e proprio motore di denuncia sociale.
“Siamo incappati nella storia di Ariton per caso, mentre io e Eva de Prosperis eravamo stati mandati in Albania dal giornale”. Ariton Canaj, venticinquenne albanese ucciso dalla polizia a Grosseto, delitto a oggi impunito e taciuto dai media Italiani. Da questa storia è nato un minidocumentario “Mi chiamo Ariton”, scritto e diretto da Eduardo Castaldo ed Eva de Prosperis, e pubblicato a novembre sul settimanale “Internazionale”, per raggiungere la quota di 12.000 euro(tramite donazioni secondo le procedure indicate sui siti www.michiamoariton.org
/www.produzionidalbasso.com/pdb_1690.html
(in cui è presente il documentario) , necessari per le spese legali e le cure del piccolo Ariton Canaj, figlio del giovane assassinato dai poliziotti.
Quello che resta nell’aria alla fine dell’incontro con Eduardo Castaldo è la storia di un ragazzo che fotografa il mondo reale e artefatto con passione, distribuendo la sua vita tra Italia, Egitto e Palestina. Con infinita gentilezza.

Di seguito, intervista al f            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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IL FUTURO? NELLE IMMAGINI…
“Dawn of a revolution” racconta la primavera araba dal cuore pulsante della rivolta Piazza Tahrir….
“Sono partito con 2 amici, e siamo arrivati mezz’ora prima che cominciasse la protesta. In giro non c’era nessuno, fin la preghiera e comincio la protesta”.
Come è nata l’idea di raccontare la rivolta?
“Dal punto di vista lavorativo, io non sono uno che corre molto dietro alla notizia. Ero a Gerusalemme da mio figlio, ma ero solo lui non c’era. Ero con altri due colleghi fotografi, diciamo più agguerriti di me, che volevano partire per l’Egitto. Per cui mi sono accodato a loro. Da solo probabilmente non mi ci sarei imbarcato. Checch se ne pensi , sono abbastanza sedentario. Non corro molto dietro le situazioni, sono andato in Palestina per mio figlio non per la fotografia”.
Quanto può essere più incisivo raccontare una rivoluzione attraverso le immagini e non attraverso le parole? In poche parole, quanto il fotogiornalismo può rappresentare il futuro?
“Io credo che le immagini siano il futuro più che il fotogiornalismo, ci sono molte cose fruibili in questo campo. Io faccio molte cose, anche in video, ibride, perch attraverso internet si sviluppa la foto. Ma ce n’è tantissima. Bisogna specializzarsi in più cose, distribuire il proprio lavoro in più ambiti. Il fotogiornalismo economicamente non rende il pezzo. Si può lavorare anche ai massimi livelli, come da un po’ di tempo faccio io ad esempio, però in realt  si sopravvive, si resiste. Non c’è quel salto di qualit . C’è il successo, è chiaro. Mi capita che la gente mi scriva per lavorare con me come assistente ad esempio, però forse non hanno ben chiaro come funziona questo mondo. Purtroppo è triste ma è cos. Il lavoro è cambiato”.
Il punto di forza di un buon fotoreporter?
“In Egitto ho venduto tantissimo, sono stato bravo. Sono molto bravo a vendere il mio lavoro. Dopo 5 giorni l c’erano 150 fotografi più quelli delle agenzie. Per cui le tue immagini possono essere anche le migliori in assoluto, però c’è talmente tanta distribuzione, che non è come 20 anni fa che c’eri solo tu. Da un lavoro come l’Egitto ci avrei tirato fuori 2 case. Oggi non è cos”.
Tra i progetti in cantiere ora cosa c’è?
“Spero di riuscire a fare un altro po’ di cinema, mio figlio torna in Egitto quindi continuo a seguirlo in Egitto. Dovrei tornare in Palestina e spero di produrre il più possibile”.
Un’ultima domanda. Il documentario “Mi chiamo Ariton”, quanto successo ha avuto al di l  dei media?
“E’ stato visto credo da 3000 persone. Abbiamo raccolto pochi soldi, 200.00 euro. Ci siamo posti l’obiettivo di 12.000 euro, non so se ci riusciremo. Il problema è che ha bisogno di essere rialimentato, e condiviso tra le persone. Non è stato concepito come qualcosa di commerciale. Parlarne in manifestazioni come questa ha un senso. Spesso vederlo sul web, da casa, fa perdere la sua incisivit  e svilisce il significato. Però ha avuto un riscontro, se n’è parlato su altri giornali dopo, è uscito su Internazionale e spero possa essere ripubblicato.

Per saperne di più
www.eduardocastaldo.com/index.htm

Nelle foto, in alto, la primavera araba secondo Eduardo Castaldo. In basso, una foto sul set di "Reality" e l’autore fotografato da Francesco Fraccalvieri