Nuova tappa della rubrica di approfondimento politico 5 domande per Napoli. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Parla Massimiliano Nastri, dottore di ricerca (a contratto) sui partiti e i movimenti politici, alla Queen’s University Belfast, nell’Irlanda del Nord.

La Queen’s University Belfast, nell’Irlanda del Nord. In alto, in Quartieri Spagnoli

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Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo.
Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Dal mio punto di vista privilegiato d’immigrato di lungo corso – 14 anni, 10 consecutivi – la prima risposta che mi viene in mente è decidere se questi siano problemi o condizioni. Per ottimismo della volontà – e brevità della risposta – decidiamo che siano problemi, che abbiano una soluzione, magari anche tragica, cioè una alternativa secca e non un bilanciamento di questo e quello.
Nessun territorio si può governare senza la collaborazione anche passiva della magggioranza ma nessun governo è possibile senza il controllo sul territorio e senza l’esazione delle tasse e la restituzione di servizi. Questo è il minimo di una qualunque istituzione di governo. Solo così 1) l’autonomia differenziata non sarà più un motivo di scontro frontale e negazione a priori ma una ricomponibile differenza amministrativa; 2) la cittadinanza potrà costruirsi una identità normale, poiché non ha nulla di positivo da rimpiangere nel passato; 3) avrà le risorse per affrontare queste sfide ed atttrarre la parte migliore di quella inevitabile immigrazione dal sud del Mediterraneo e anche più a sud».
L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«Ragioniamo pragmaticamente. Una rottura per la città di Napoli da sola o anche tutta la regione è e sarebbe un trauma, persino come preliminare a una fase negoziale seria. In un negoziato o si ha o si è una minaccia o una risorsa. Come minaccia, Napoli o anche la Campania farebbe danni, certo, ma sopratutto a se stessa ed è non solo prevedibile ma probabile che in una tale fase organizzazioni criminali e la loro interfaccia “politica” intervengano. Come risorsa … ma se fosse una risorsa non si sarebbe a questo punto, né dal punto di vista di Roma né da quello della città. La questione se poi la città sia in queste condizioni perché indebolita attivamente o abbandonata dal governo o se sia causa prima del suo mal è interessante da un punto di vista di storia delle istituzioni, psicologia delle masse, antropologia culturale ma non per una politica che, quantunque sana, deve andare al voto, quando va bene, ogni cinque anni e deve “realizzare”».
Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«La città continua a soffrire di una proliferazione d’intellettuali disorganici e disorganizzati dal ciclo produttivo. Che quest’ultimo sia anch’esso disorganizzato non è casuale ma concentriamoci sulla funzione di chi dovrebbe elaborare una visione d’insieme. Olivetti non c’e’ più, la fabbrica come propulsore maggioritario di produzione e sviluppo nemmeno. E’ inutile una scuola come la francese ENA per alti amministratori se la probabilità che le leggi siano obbedite è molto bassa. Il soggetto che dovrebbe intervenire preliminarmente è e resta la scuola pubblica, ma nel Sud particolarmente e in Italia essa soffre di una schizofrenia suicida. Insegue la competizione scientifica con paesi massicciamente interessati alle discipline scientifiche (STEM) a spese di un “prodotto” nazionale e tipico quale la conoscenza della cultura classica. Ma i paesi che hanno messo continue risorse in questo tipo d’istruzione o lo fanno perché queste pongono meno problemi di modello politico (“l’ingegnere cinese, pakistano, iraniano” risolve i problemi che gli danno, non si chiede se ci sia un problema nelle condizioni) o accompagnano a questo tipo d’istruzione una sana pratica della educazione civica, perché mostrano che lo studio e il rispetto delle leggi “paga”. A queste condizioni l’unico soggetto autonomo dalla rappresentanza politica ma attivo resta il terzo settore, il volontariato ma, appunto, esprime una visione di chi è già impegnato e attivo».
Dopo il COVID – 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«Il contagio non è ancora finito e non sappiamo ancora come si evolverà la situazione dal punto di vista produttivo e scolastico. Per la città di Napoli vale il ragionamento che si applica all’Italia intera. I fondi di sostegno ricevuti dall’Unione Europea vanno usati per necessità indispensabili e strutturali e queste sono: l’eliminazione della criminalità organizzata armata/finanziaria/politica e la riduzione dell’evasione fiscale a dimensioni fisiologiche di una società dell’occidente industriale. L’equiparazione digitale, un ciclo produttivo più sostenibile e tutto il resto su cui giustamente l’UE ha insistito e il nostro governo ha ovviamente convenuto sono e restano inutili se quello che si scrive a Roma o a Napoli o a Milano viene aggirato dalle mafie e affondato dagli evasori».
La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città? 
«La partecipazione è un elemento importante nel momento costitutivo ma il processo ordinario, “l’amministrazione della macchina”, la soluzione “ingegneristica” dei problemi ha bisogno della competenza. Una volta che i principi fondamentali, quali che siano, siano stati discussi e approvati da una larga maggioranza – il 50.01% è il primo episodio di una guerra civile fredda – la partecipazione si vede nel rispetto delle leggi e nella collaborazione gentile tra persone che la pensano diversamente ma che riconoscono di voler vivere insieme. Sono personalmente favorevole, ben disposto e, dove mi trovo, collaboro a iniziative non-partitiche ma politiche in senso vero, dove i cittadini volontariamente collaborino o esprimano il loro parere sulle iniziative decise dal governo. Comitati d’iniziativa civica, dove le proposte locali – un giardino pubbblico o una pista ciclabile o un laboratorio per studenti disabili – siano presentate da personale competente, non dell’amministrazione, e discusse da cittadini che volontariamente si interessano si è rivelata utile, entro ovvi limiti, qui in Nord Irlanda, un territorio dove disoccupazione, estremismo politico armato e riciclo nella criminalità sono presenti. Qui si è riusciti a farlo, accompagnando l’ordine pubblico alle possibilità d’inclusione».
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