Verso la sommità di Via Concezione a Montecalvario c’è un bar senza nome.
La poca cura dell’estetica lo fa sembrare uguale a tutti i luoghi di provincia del mondo, tanto che mi ricorda un posto visto nell’entroterra portoghese.
Le pareti lignee e il bancone mai ristrutturato ci raccontano una storia di cinquanta anni di attività commerciale nei Quartieri in cui il tempo ha lasciato tutto intatto tranne, evidentemente, la fisicità dei due stanchi quanto anziani gestori.
Internazionalità non voluta che si manifesta nell’essere uguale a se stessa e uguale a qualsiasi posto simile, perché i non-luoghi sono uguali, ovunque. È una internazionalità che si nutre di paradosso: viene fuori da una inamovibile chiusura nel cantuccio minuscolo di una languida e pacata zona di confort.
La faccenda potrebbe concludersi qui, se non fosse che questo campione di immobilità fronteggia Galleria Toledo la cui procura di internazionalità si esprime, invece, con spettacoli come quello che ha portato Mamadou Dioume, diretto e sceneggiato da Gina Merulla, in via unica in Italia.
Gli spettatori in attesa di entrare sembrano sfiorare, non guardandolo, il bar nella misura in cui questi non si interessa a loro. Due mondi in contrasto che ben si destreggiano isolati nel loro fronteggiarsi.
Galleria Toledo persegue nel teatro, quindi, quella che Ionescu definiva come la possibilità della sperimentazione di dare all’aria condivisa tra attori e pubblico una ventata di novità. Il Teatro per natura è arte di frontiera. Avanguardia.
Un merito ma anche un rischio, come giusto che sia. Specie se è domenica pomeriggio e i vapori del rituale pranzo luculliano intorpidiscono i sensi dello spettatore non in cerca di immagini che ne attacchino le sicurezze.
Lo stomaco pieno poco è indicato per difendersi e l’innovazione è spesso violenta nelle sue manifestazioni. Innovare è sconvolgere, progredire in una nuova coscienza del tangibile per mezzo di rotture, di strappi. Lo strappo non è senza dolore.
Se poi lo strappo arriva, come nel caso de Il quarto vuoto, portando sul palco una esagerazione del vissuto, una grottesca miscela di attitudini veritiere, la violenza della innovazione assume tutti i tratti della ricerca del nuovo con la messa in scena del vecchio. Portato al parossismo e in via solo apparentemente paradossale.
Un vecchio non perché superato ma perché conosciuto in atti comuni e reiterati gesti cui si dà immensa importanza, ma che nell’economia dell’universo hanno poco, pochissimo valore.

quarto vuoto| ilmondodisuk.com
In pagina, foto di scena realizzate da Violetta Canitano

Perché, se la miscellanea di atti portati sul palco prima dal trio Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, e Fabrizio Facchini, e poi dallo stesso Dioume, sono la spettacolarizzazione di atti eticamente caricati, questi sono pure atti che eticamente si appesantiscono, nel vissuto comune.
La caricatura di azioni comuni messa in scena in poco più di quaranta minuti di spettacolo ha due peculiarità: sconvolge lo spettatore che cerca nel teatro la sicurezza di quello che conosce; gli lascia la scelta di decidere se quello che vede gli interessa, gli piace o meno, non senza prima averlo scombussolato.
Un gioco tra spettatori salvati e spettatori sommersi, per tirare in ballo una analogia ben più cupa e triste, uno scambio in cui ci si lascia trascinare senza domandarsi quale senso abbia il tutto o lo si rifiuta di colpo.
Un po’ come fa il quarto vuoto. Quest’ultimo è un deserto sabbioso della penisola araba, il secondo più grande del mondo, e diventa qui metafora dell’esistenza umana.
Nel deserto di sabbia come quello di vita si prosegue trascinati dalla voglia di vivere o da quella di soccombere, e anche la voglia di vita è un lasciar soccombere desideri e pulsioni.
L’attenzione spinta su una sessualità atroce, sulle dinamiche di odio più che amore, sulle irriverenze demistificartici nei confronti dei tabù e delle morte, sono insieme attrazione e sperpero di energie per ogni essere umano.
Viene da chiedersi se gli spettatori che si guardano in giro con enfasi siano sconvolti perché consci che quanto avviene sul palco rispecchi, celata ma altrettanto violenta, la continuità della loro esperienza.
Un vortice senza pause contro cui poco si può fare, contro cui la poca capacità di decidere e l’assenza di una disciplina vera che sublimi la natura umana, non possono che trascinare l’essere in un impulso all’oltre, all’estremo, per tentare una salvezza dal  personalissimo quarto vuoto.
Forse pedante in alcuni punti, forse troppo caricato in altri, lo spettacolo non parlato mette in mostra l’esagerazione del reale, dove esagerazione non si intende una falsificazione portata al massimo, ma un fare espresso nella sua forma pura e staccata da altro, nella sua purezza, nella sua assenza di senso.
Gli attori mettono in mostra una capacità tecnica di pregio: i susseguenti cambi di scena, repentini, travolgenti, li esporrebbero ad errori grossolani, e solo una preparazione minuziosa ha potuto evitare strafalcioni.
Mamadou Dioume, assente all’inizio, è capace di riempire la scena da solo, con una fisicità non disturbata da cali che pure potrebbero esserci dopo una carriera più che trentennale nel teatro e nel cinema di altissimo livello a fianco di personalità del calibro del registra Peter Brook.
Lo spettacolo nel complesso è di difficile definizione, molto vicino alla performing-art alla João Fiadeiro , se non fosse per la voce fuori campo che riporta il tutto a una dimensione più consona del teatro sperimentale. Uno spettacolo che non va capito ma solo preso per come è,
La voce fuori campo sembra in alcuni punti cadere nel vuoto, in parte slegata dallo svolgersi di uno spettacolo che ha pur le sue ragioni d’essere.
A fine spettacolo una signora con cui ho avuto un breve scambio prima che si cominciasse mi chiede: Ma a lei è piaciuto? A me no. L’interpretazione era bellissima, gli attori bravi, ma non ho capito il senso.
Rispondo con una cordiale alzata di spalle. Di ritorno cammino per la città.
Intorno a me le più varie espressioni dell’umano mi donano di rimando le stesse cose viste poc’anzi nel buio della sala. Una ragazza che con vezzo parla a un tavolino sembra ridestare le istanze femministe di una coppia.
Tutto mi appare come un grande flusso di immagini, tutto affastellato dietro la pochezza di senso del suo manifestarsi.
Un flusso che si segue o si rinnega, contro cui non ci si può opporre e da cui non è possibile trarre spiegazioni di sorta.
E forse con la sua risata finale Mamadou Dioume voleva dirmi proprio questo.
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Il quarto vuoto è uno spettacolo prodotto da Teatro Hamlet, testo e regia di Gina Merulla. In scena, con  Mamadou Dioume, Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, Fabrizio Facchini e Andrea Lavagnino (voce narrante)