Teatro Instabile Napoli/ Roberto Capasso è il coraggioso capostazione che rovescia il potere dell’apparenza

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Avere o essere? Un dilemma questo che si consuma in un atto unico grazie alla bravura di due attori e un’attrice. Il testo è quello di Umberto Marino, intitolato La stazione, diretto in maniera ineccepibile da Gianmarco Cesario per un piccolo teatro affascinante, Teatro Instabile Napoli (TIN, rilanciato da Gianni Sallustro), incastonato nel cuore napoletano, in vico Fico al Purgatorio, 38, (all’angolo di via Tribunali). Subito dopo il busto di Pulcinella scolpito da Lello Esposito, opera diventata ormai inevitabile tappa turistica, con annesso struscio sopra il bronzo perché porterebbe fortuna.
Dunque, la scena è quella di una piccola stazione di provincia (in Puglia) dove c’è un impiegato delle ferrovie, Domenico (interpretato da Roberto Capasso) annoiato dal lento ritmo dei treni che passano: ha appena sistemato davanti a lui una malconcia televisione, pronto a spezzare la noia guardando il festival di Sanremo condotto da Loretta Goggi. Siamo nel 1986 e la serata è quella finale, del 15 febbraio che porterà sul podio un giovane Eros Ramazzotti, già consacrato vincitore, due anni prima, nella stessa kermesse, tra le nuove proposte.

Le due immagini dello spettacolo sono tratte dalla pagina facebook del Teatro Instabile


Mentre l’antenna fa i capricci, il capostazione all’improvviso si trova davanti a una presenza inaspettata: nel polveroso ufficio piomba una giovane donna ingioiellata, in un elegante abito nero di velluto, con sandali dal tacco alto dello stesso colore e stola di pelliccia bianca.
Ha l’aria concitata ma anche spaventata, sembra che stia scappando da qualcuno o qualcosa, chiede un biglietto per il treno diretto a Lecce, ma ha le idee confuse. Che Flavia ( cui dà corpo Annarita Ferraro) sta fuggendo da un accompagnatore invadente e furioso e da una festa di vip a lei poco gradita veniamo a saperlo quando quest’ultimo si materializza nella stazione.
Danilo (rappresentato da Gregorio Del Prete) indossa lo smoking e ostenta un comportamento da macho ricco e sfrontato. E si crea subito una strana triangolazione: il capostazione, l’attraente sconosciuto e l’odioso sciupafemmine che entra e esce da quella minporzione di mondo provinciale.
Dal dialogo tra Domenico e Flavia emergono due persone che vivono in realtà completamente opposto: lui, vesuviano, di Portici trapiantato in una terra di cui non condivide la mentalità e da cui orgogliosamente vuole differenziarsi. Lei, figlia viziata di genitori separati, con vita divisa tra due metropoli, Roma e Milano. Eppure unite da un’uguale solitudine.
L’altro, Danilo, diventa il simbolo della prevaricazione, dell’uomo che si vuole imporre con la forza. Modello degli anni ottanta purtroppo ancora pericolosamente diffuso in questo primo ventennio del Duemila. Danilo si sente superiore a Domenico e a Flavia: prima tenta di portare via la ragazza con la sua auto di lusso attraverso una pretesa gentilezza, poi non ce la fa più a controllare la propria violenzache si abbatte sul capostazione e su Flavia.
Domenico cerca di mediare, Flavia comincia a disprezzarlo per questa sua incapacità di prendere posizione con nettezza. Ma alla fine, lui, sempre schiacciato dai superiori che gli fanno rapporto per una sciocchezza e alla madre che lo domina con il suo ruolo di eterna malata, bisognosa di cure, sceglie di essere qualcuno contro la prepotenza di giovane uomo ricco sfondato, abituato a prevalere grazie al denaro.
Danilo finisce a terra legato con una fune, in attesa che la polizia se lo trascini via, Flavia sale sul suo treno e Domenico riguadagna sé stesso con forza e determinazione, mostrando coraggio e generosità, Una commedia che fa riflettere ma strappa anche qualche sorriso nelle battuta dell’impacciato (ma determinato) capostazione cui Roberto Capasso dà vigore e ritmo, in oltre un’ora di azione. Senza perdere, nemmeno per un istante, l’attenzione della platea. E di questi tempi tempi, a teatro, è davvero un primato.

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