Le disobbedienti/ La giustizia secondo l’avvocata Eva Herbergen: in un romanzo di Elisa Hoven il dilemma di una professionista alla ricerca della verità oltre la superfice

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È una avvocata tedesca, Eva Herbergen, la protagonista del romanzo “Il dilemma di Eva” scritto da Elisa Hoven e nei prossimi giorni in uscita per Neri Pozza. Il racconto si apre con una lettera, pesante come il piombo, tra le mani della penalista che riavvolge il nastro della propria vita ricordando i casi legali che l’hanno scandita, tappe di un percorso che conduce verso un esito inaspettato.
L’autrice, nella vita docente di diritto penale all’università di Lipsia e giudice della Corte costituzionale della Sassonia, crea un personaggio dal carattere complesso alle prese con interrogativi profondi: la differenza tra il diritto e la giustizia, l’intangibilità del diritto alla miglior difesa per ogni imputato, la fissazione del limite, la scissione tra identità professionale e identità personale.
La galleria di colpevoli, ispirata da casi giudiziari reali, è lo specchio in cui la protagonista si affaccia per tracciare un bilancio affrontando temi che non riguardano solo il valore che ognuno di noi attribuisce a un ordinamento giuridico ma investe, anche, il delicato rapporto con il passare degli anni e l’avanzare della vecchiaia, il modo di accomodarsi a vivere con l’assenza delle persone amate, la maternità mancata, gli errori commessi e il bisogno di porvi riparo per ripristinare un equilibrio compromesso.
In base a quali parametri si valuta l’innocenza di un/a imputata? Esiste solo la fattispecie giuridica, nel caso di ordinamento basato sul civil law o il precedente in quello fondato sul common law, oppure intervengono elementi e sistemi valoriali diversi come la stigmatizzazione sociale, gli stereotipi culturali, i pregiudizi e il vissuto personale?
Eva Herbergen affronta la professione guardando alla persona di cui assume la difesa, vuole comprenderne le ragioni dell’agire e la personalità contestualizzandone le scelte: «Non possiamo ridurre tutto quello che non capiamo a una malattia psichiatrica».
La protagonista costruisce la posizione processuale andando oltre la superficie per ricercare una verità che può essere scomoda e non funzionale a far carriera, scava per far emergere particolari e aspetti trascurati – o ad altri invisibili – che danno luogo a letture d’insieme in cui un assassinio assume caratteristiche e significati le cui origini sono da rintracciare nel passato.
Liquidare come pazzo chi sostiene una visione del mondo non conforme al modello sociale corrente – o desiderato – è un meccanismo di rimozione e disinnesco che affonda le radici nella notte dei tempi, il pazzo/a è la persona anomala rispetto al modello regolatorio dominante e, dunque, le sembra troppo facile bollare come tale chiunque non rientri in uno standard di facile interpretazione.
Oltre il codice la vita può, però, presentare dei rischi. Tra le pagine seguiamo la china pericolosa e l’avvitamento che portano la protagonista ad assumere decisioni concatenate tra loro perchè viziate da un accadimento che ne ha segnato il giudizio.
Cannibali, bambini soldato, ragazze stuprate dal branco, donne alle prese con capricciosi figli del compagno, uomini che si oppongono alle decisioni ereditarie sono i personaggi che contribuiscono alla maturazione di una svolta finale che mette il punto a una vita trascorsa a interpretare la legge cercando vie d’uscita per imputati la cui innocenza/colpevolezza risulta di più complicata natura rispetto a quanto immaginato.
Hoven scrive dei sussulti della coscienza e dell’umana tensione verso un equilibrio nel quale le azioni compiute non pendano eccessivamente su un solo piatto della bilancia, affonda il coltello nella piaga che diventa purulenta quando smascherato l’inganno ci si accorge di esser stati manipolati e si sofferma sulle umane debolezze come la vanità e il compiacimento.
Giunto alla fine il lettore/trice afferra un pensiero che aleggia a mezz’aria suscitando una sensazione di indeterminatezza: l’avvocata ha reinterpretato i confini della vendetta o solo dato un po’ di filo alle Parche per tessere un altro esito della storia?
Lo stile narrativo fluido non risente della struttura del testo scandita dai casi presentati che accompagna chi legge in un viaggio umano e professionale, un libro originale e diverso da quelli che solitamente si inseriscono nel genere perché costruito su presupposti diversi, il colpevole che si ricerca non interessa in quanto tale ma come elemento costitutivo di un percorso personale costellato di scelte, ricordi ed errori.
La domanda che emerge dal fitto della scrittura è: chi sbaglia deve pagarne il prezzo? E se sì vale la massima di Machiavelli secondo cui il fine giustifica i mezzi?
©Riproduzione riservata

L’AUTRICE
Elisa Hoven, Il dilemma di Eva,
 Neri Pozza
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Pagine 254
euro 20

L’AUTRICE
Elisa Hoven, nata a Berlino nel 1982, è docente di diritto penale all’università di Lipsia e giudice della Corte costituzionale della Sassonia. Ha svolto attività di ricerca a Cambridge, Harvard, Berkeley, Los Angeles, Phnom Penh, Basilea e Sydney, in particolare sulla genesi e le conseguenze dei crimini. È anche autrice di saggi e libri per bambini.

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