«Perché mai si era ostinato a rimanere a Napoli, città comunque ingrata, se aveva lasciato cadere nel dimenticatoio un suo figlio tanto talentuoso?». A questo interrogativo, cui in molte/i, napoletane/i e non cerchiamo risposte, Maria Gargotta affida un ruolo determinante nel suo nuovo libro, Partenope. Le voci segrete di uno scrittore pubblicato da Edizioni vulcaniche.
Un romanzo, scandito da interrogativi profondi sull’identità partenopea, nel quale l’autrice restituisce alla memoria collettiva il nome di un prolifico scrittore del secolo scorso: Francesco Mastriani (1819-1891). Un uomo di cultura, scrittore, giornalista e drammaturgo che scrisse per dar voce agli abitanti del ventre della città raccontandone i tratti quotidiani corredati dalla crudezza reale, motivo per il quale alcuni critici lo indicano come precursore del verismo e del romanzo sociale.
Nonostante fosse un infaticabile studioso e uomo dedito al lavoro ebbe scarso successo economico vivendo in ristrettezze che lo obbligarono a ricorrere alla famiglia.
La sua biografia è lo spunto narrativo che fa muovere i personaggi coinvolti nella storia: Margaux, figlia di madre francese e assente padre napoletano, e Gabriele professore universitario.
La protagonista racconta a sé stessa di esser partita dalla città in cui è nata e cresciuta, Parigi, per venire a Napoli assecondando il desiderio di seguire le tracce dell’autore ottocentesco scoperto grazie a un vecchio tomo prestatole da un libraio ma, in realtà, le tracce che inconsciamente vorrebbe ripercorrere sono quelle dell’uomo mai conosciuto di cui è figlia.
La città la accoglie con il suo tanto che sa essere troppo e frastornante: «Allora ecco perché qui tutto è esagerato, direi sproporzionato. Ma non si rischia di bruciarsi?”».
Un’altra delle domande sollevate da Margotta e che, spesso, si affaccia alla mente di chi di Partenope è figlia/o e di chi viene a scoprirla, sì a volte la sensazione di esser sopraffatti da una cacofonia e un eccesso sensoriale è concreta, tutta la millenaria stratificazione di storia, miti, leggende, arte, letteratura, bellezza paesaggistica e monumentale rischia di confondere, nascondere e renderci non in grado di assimilare quel che ci circonda.
Per comprendere gli antichi moti che regolano Napoli occorre tempo, passione e dedizione e Margaux lo intuisce proseguendo nelle ricerche che la condurranno ad assumere decisioni che mai avrebbe immaginato accogliendole come quella parte di sé che appartiene alla cultura tramandatale con il DNA paterno.
Tra le pagine, a chi legga con attenzione, non sfugge la critica sociale che Margotta esprime attraverso i richiami ai valori di una società che preferisce il potere, nelle sue diverse declinazioni, alla conoscenza, riservando scarsa considerazione per le persone colte poiché il metro di valutazione predominante contempla parametri altri come la capacità reddituale e le frequentazioni con personaggi in ruoli apicali con funzione decisionale e distributiva di prebende, incarichi, commissioni etc.
A queste considerazioni si aggiunge l’accento accorato di chi la città natale l’ha lasciata emigrando altrove, in quel: “Chi è nato a Napoli, ce vo’ muri” l’autrice coglie il rimpianto di chi, partito, vuol tornare anche se, a leggerla bene, il pensiero che subitaneo mi si è affacciato alla coscienza è stato: chi è nato a Napoli ci vorrebbe vivere più che morire, ho sempre trovato infinitamente tristi i ritorni al crepuscolo dell’esistenza per almeno due motivi, primo perché quel che si trova è profondamente diverso dai ricordi gelosamente custoditi di un passato cristallizzato ed edulcorato dalla memoria e secondo perché, con il passare degli anni l’entusiasmo e il vigore con cui ci si tuffa nella magia dei luoghi si è affievolita fino a consumarsi.
Mastriani è un resistente che non si arrende all’idea che il pensiero, lo scrivere e il leggere possano essere ritenute non degnissime attività con cui garantirsi un tranquillo stile di vita quanto, piuttosto, una oziosa perdita di tempo che conduce sulla via della povertà, quasi la sua scelta di vita fosse da assimilare a quella di un giocatore d’azzardo incallito.
Lo scrittore spende la vita nell’osservare e raccontare una città alla quale sente di appartenere, una appartenenza che nulla ha a che vedere con una burocratica registrazione in un ufficio anagrafe, ma con un legame viscerale che si manifesta in forma fisica e spirituale. come essere umano figlio di una cultura nata oltre duemila e cinquecento anni fa in un luogo dove il sincretismo è cifra stilistica quotidiana che respira nelle chiese edificate sui tempi greci, nelle strade e negli acquedotti frutto dell’ingegno romano e in ogni indizio di un passato nel quale fummo terra di conquista e dominio. L’autrice, come Mastriani, scrive come atto d’amore per un luogo, una città, di cui si sente parte indissolubile, una passione che si nutre del sussurro delle tante voci segrete che ogni scrittore coglie e impasta nelle storie. Margaux, arrivata a Napoli, alla ricerca di qualcosa e di qualcuno, vi troverà molto di più…
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Maria Gargotta
Partenope. Le voci segrete di uno scrittore
Edizioni vulcaniche
Pagine 128
euro 18
L’AUTRICE
Maria Gargotta è nata a Napoli nel 1957, qui vive e lavora. Già docente di materia letterarie al Liceo artistico di Napoli, ha collaborato per quindici anni, come cultrice, con le cattedre di Letteratura italiana e di Critica letteraria all’Università Federico II di Napoli. La critica letteraria, la poesia, e la narrativa impegnano il suo tempo migliore. Le sono stati assegnati, premi per la poesia, la narrativa e per la critica.

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