Le disobbedienti/ “Il mio vero nome è Elisabeth”: Adèle Yon racconta in un romanzo la storia della bisnonna Betsy. Lobotomizzata perché ribelle

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Ci sono libri tosti che raccontano storie crude, storie che richiedono coraggio per essere scritte, Il mio vero nome è Elisabeth, romanzo d’esordio di Adèle Yon, è una di queste. Mi capita spesso di condividere una riflessione sull’uso della scrittura, da parte delle donne, come strumento volto a maturare una consapevolezza propedeutica allo sviluppo di percorsi identitari personali e collettivi, la pagina diventa il luogo per sbrogliare i fili della propria esistenza e anche quello dove restituire dignità e memoria a quella di altre donne, volutamente, sepolte nelle pieghe del tempo.
L’autrice unisce le due finalità indagando nel passato della propria famiglia per scoprire cosa sia accaduto alla bisnonna di cui nessuno pronuncia il nome e nel farlo scoperchia un vaso di Pandora: la lobotomia praticata come strumento di controllo sociale nei confronti di figlie e mogli disobbedienti «[…] l’ambizione dell’intervento non è quella di guarire la paziente da una patologia clinica circoscritta, ma di renderla capace di vivere in una data collettività sociale, familiare o ospedaliera […] Spesso la lobotomia è soltanto l’ultima tappa di un processo di negazione dell’altro che è già strutturale nei rapporti famigliari».
Cosa è successo veramente a Betsy di cui finanche il nome è stato cancellato? L’autrice sollecita i ricordi dei nonni, degli zii e delle zie, dei tanti nipoti della donna la cui esistenza è stata taciuta, reinterpretata e negata: «In altre parole, è senza dubbio più facile per la mia famiglia accettare che Betsy sia stata lobotomizzata perché suo marito pensava davvero che le sarebbe stata tolta la follia come un cancro piuttosto che non perché avesse scelto in piena coscienza di menomarla intellettualmente per ristabilire la pace in famiglia».
Dalle conversazioni con i parenti e le ricerche negli archivi dei diversi manicomi dove Betsy fu ricoverata emergono i sintomi della diagnosi di pazzia: il voler fuggire da un padre avvertito come una minaccia e da una madre giudicante, l’ambire alla libertà personale, il rifiutarsi dopo la prima depressione post partum di avere altri figli, l’esprimere la rabbia per il distacco forzato dalla famiglia e il manifestare la condanna per i trattamenti subiti negli anni e ricostruiti dalle ricerche dell’autrice in coma insulinici, docce fredde, elettrochoc e lobotomia.
Rifiuti, opposizioni e moti di rabbia furono ritenuti atteggiamenti inaccettabili per una brava moglie e madre, comportamenti da sanzionare attraverso interventi “rieducativi” partendo da un assunto, ancor oggi in voga, secondo cui per i medici, e il prevalente senso comune, partorire è un toccasana suggerito come cura per diverse patologie fisiche e mentali e la sola idea che una donna possa non desiderarlo come coronamento della propria vita è da considerarsi atto contro natura e – pertanto – palese e incontrovertibile indizio di devianza.
Betsy era e voleva troppo, andava raddrizzata. La neutralità dei numeri non ammette compassione, quelli riportati dall’autrice in una nota in merito alle ipotesi di interventi di lobotomia praticati è agghiacciante: «Non è stata pubblicata nessuna ricerca sulle cifre globali della lobotomia. Diversi articoli giornalistici riferiscono di 50mila praticate negli Stati Uniti e 100.000 nel mondo senza che esistano documenti a comprovare questi dati […] la mia stima è di una decina di migliaia di persone lobotomizzate in Francia tra il 1945 e il 1960» e nelle pagine Yon argomenta le sue deduzioni circa le percentuali di interventi praticati su donne – la maggioranza- e su uomini.
Accanto al racconto familiare si dipana la ricostruzione storica di come alcuni medici abbiano influenzato l’opinione pubblica fino a convincerla della miracolosità di un intervento che asportava una parte del cervello alla stregua di una routine da praticare al di fuori degli ospedali, in serie e senza eccessive preoccupazioni ma, anzi, con una aspirazione: rendere mansuete le persone indomite e ribelli.
Un pugno nello stomaco. Una riuscita opera di gaslighting – la tecnica manipolatoria con cui si altera la percezione di un individuo per indurlo a ritenersi insicuro, disorientato e dipendente – portata all’estrema conseguenza.
Le discendenti di Betsy, spaventate dall’idea di aver ereditato geni malati – si interrogano sulla propria sanità mentale e l’autrice si chiede: «Se urlo a squarciagola, se al mio risveglio non riconosco l’uomo che mi dorme accanto, se rifuggo l’idea di casa, di famiglia, di figli, significa che sono pazza? Essere troppo fa di me una pazza?».
E nei ringraziamenti conclude: «Ringrazio infine tutte le donne che, in questo viaggio e oltre, hanno condiviso con me la loro esperienza con la malattia mentale, la paura, la minaccia, lo scoraggiamento, il peso famigliare, il silenzio, la rabbia. Ringrazio tutti quelli e tutte quelle che riconosceranno la loro storia nell’incavo di questa. Questo libro è per noi: che ci liberi».
La liberazione auspicata è quella che nasce da una discesa agli inferi alla ricerca di brandelli di verità per confutare la versione, tramandata da una generazione all’altra, di una madre anaffettiva che spaventava i bambini per gli strani avvallamenti sulle tempie procurati dalla lobotomia e per le frasi pronunciate, in apparenza sconnesse e fuori luogo, di una moglie dipinta e raccontata come folle e – pertanto – da nascondere al mondo, di una persona scomoda di cui vergognarsi perché colpevole di un reato gravissimo: aver osato contestare scelte impostele dal padre e dal marito.
Tra le pagine trovano posto tristezza, rabbia e sgomento non soltanto per la protagonista ma per tutte le vittime, alcune delle quali note per il loro talento e sepolte vive in manicomio, è il caso della scultrice Camille Claudel che dette scandalo per la sua relazione con un uomo che non era suo marito, Auguste Rodin.
Nelle sue ricerche Yon  ha consultato i registri di permanenza della bisnonna anche nell’ospedale– Ville-Évrard in cui Claudel fu rinchiusa fino alla morte, non era pazza, lo testimoniano le diagnosi dei medici, ma scomoda perché insofferente alle regole sociali e non sottomessa.
La storia di Betsy è dolorosa e l’autrice, per riabilitarne la memoria, non risparmia nessun terribile dettaglio portando a galla tutti gli scheletri della propria famiglia. La descrizione dei trattamenti – torture- riservati alle donne che non si conformavano al modello sociale infrangendone i codici mi riportano alla memoria gli scritti di Hannah Arendt sulla banalità del male, queste donne furono allontanate dalla società perché ne mettevano in pericolo le fondamenta, ne minavano i capisaldi, bollate come incapaci di educare la prole rappresentavano un pericolosissimo esempio da estirpare e la loro sorte doveva essere un monito per tutte le altre affinché fosse chiaro che l’esuberanza e l’indipendenza di pensiero erano atteggiamenti non tollerati.
Accusare di pazzia – o di stregoneria- le donne  è un meccanismo di difesa del modello sociale patriarcale che stigmatizza e punisce con la violenza psicologica e fisica le donne che non vogliono sottomettersi, un meccanismo che si è perpetuato per millenni.
La famiglia descritta da Yon – numerosa e guidata da un patriarca- che decide di far lobotomizzare una giovane donna il cui comportamento è considerato inappropriato è simile a un’altra, una famosa dinastia, quella americana dei Kennedy nella quale le carriere politiche dei figli maschi non potevano esser messe a repentaglio dall’esuberanza della poco più che ventenne sorella Rosemary sottoposta a una lobotomia prefrontale.
Successe nel 1941 e il resto della famiglia lo scoprì decenni dopo. Decenni sono occorsi anche all’autrice per attraversare il doloroso passato e giungere alla terribile verità, Betsy non era la sua bisnonna pazza ma la sua bisnonna dal carattere indomito.
Un libro che fa venire i brividi, che indigna e fa male ma è bene leggere e consigliare. Il male bisogna conoscerlo affinché non si ripeta e l’ignoranza va combattuta poiché genera mostri e induce dipendenza dalle idee altrui.
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IL LIBRO
Adèle Yon,
Il mio vero nome è Elisabeth
Neri Pozza
Traduzione di Sonia Folin
Pagine 383
euro 20

L’AUTRICE
Adèle Yon, nata a Parigi nel 1994, con una laurea all’École Normale in studi cinematografici, è ricercatrice, scrittrice, chef. Il mio vero nome è Elisabeth è il suo esordio letterario, che ha suscitato il clamore della critica e conquistato il grande pubblico.

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