Le disobbedienti/ “La casa turca” di Açelya Yönac : un romanzo che racconta la storia di Asena, scrittrice emigrata. In bilico tra due culture

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La casa turca, il romanzo d’esordio di Açelya Yönac, è una delle voci, profonde e interessanti, che si inserisce nel filone della definizione identitaria a cavallo tra due culture.
L’autrice, nata in Turchia e vissuta tra New York e Milano, imprime al racconto tutta la forza e la complessità della ricerca di un equilibrio nella convinzione secondo cui: «non è che uno smette di essere chi è solo perché si sposta fisicamente di continente»  e con la consapevolezza che i ritorni nei luoghi natii nascondono scivolose insidie: «Bisogna vivere i posti per farne parte. Non creare il passato su ricordi e scambiare i ricordi per radici».
Quelle radici che la protagonista, Asena, sente riacquistare tutto il loro vigore di fronte al Bosforo visto da Istanbul dove torna, dopo tempo, per ritirare un premio.
Asena è una scrittrice emigrata che tornando nella terra d’origine scrive: «Era stato deciso di non nominare i luoghi del passato: per quel popolo il ritorno era privo di vocabolo».
Come mai sia una scrittrice lo si intuisce leggendo dell’ineluttabilità, di chi avverte la scrittura come unica e irrinunciabile scelta di vita, di impastare le storie con la propria carne, scrivere significa – consciamente o inconsciamente- attingere a sé stessi, a quel che si conosce e quel che si è.
Essere a Istanbul vuol dire infrangersi su quello che la mente ha imbozzolato in un tempo sospeso in grado di sterilizzare il dolore, ritrovarsi nella città dove è nata e cresciuta non consente scappatoie dalla pesantezza di un gravoso bagaglio, è qui che il fratello, in contrasto con le scelte paterne, è tornato ed è qui che per la sua attività di giornalista è stato arrestato e condotto in carcere.
Asena deve fare i conti sul come conciliare il legame con un luogo di cui non condivide tante, forse troppe, cose fino a pensare che: «E a volte amare da lontano permette di preservare quell’amore più a lungo».
La cristallizzazione dei ricordi che genera una visione parallela scollata dalla realtà in cui nulla rimane immobile ma tutto si modifica: luoghi, persone, abitudini, modi di parlare, cibo, abbigliamento genera un limbo in cui si addentra chi parte, è un morbo che colpisce chiunque viva una migrazione: la mente tende a fermare il tempo nell’inganno che l’assenza non produrrà nessun cambiamento, basterà tornare per ritrovare tutto come lo si era lasciato: «Per riabituarsi alla sua terra ricerca qualche istinto ancestrale, ma niente è più come era stato, non prova nessuna familiarità sotto quel cielo che pure la vide aprire gli occhi al mondo. Si chiede se sia possibile tornare ad amarsi e riconoscersi».
Il confronto con la giornalista che la intervista, Azra, è l’arena nella quale si consuma la contesa tra il modello culturale occidentale e quello orientale, le due donne si attestano su sponde lontane: l’una non condivide le scelte dell’altra ed entrambe si sentono giudicate.
Azra pone le domande come affondi in un duello volto a far venire allo scoperto quella che ritiene sia una verità da smascherare: Asena si illude di appartenere alla cultura turca ma, in realtà, nemmeno la comprende e il suo scegliere di raccontare storie di donne del passato ne è la prova, scrive di un mondo che non esiste più perché quello attuale, la società turca contemporanea, non la conosce.
Asena cerca di mettere insieme i pezzi pescando nei ricordi e nella storia familiare mentre l’assenza di notizie sulla sorte del fratello la rende come evanescente, fatica a vedersi riflessa in uno specchio, alla ricerca di punti fermi in lei sorge il pensiero che se in questa amata città non può viverci potrà, forse, trovarvi sepoltura, ma neanche questo è cosa facile.
La verità è che quando si vive immersi in culture diverse non esistono ricette miracolose, ognuna/o cerca il proprio modo di elaborare una strategia per non rimanere schiacciato dal senso di colpa per l’adesione a un nuovo modello culturale, di non esser distrutto dalla mancanza di odori, suoni, sapori e scorci familiari e di non soccombere alla tensione verso il passato scegliendo, invece, il futuro.
Non importa quanto lontano il viaggio ci porti, il senso di distacco sarà sempre lacerante, ci sarà un prima e un dopo, un là e un qui coesisteranno in un perenne confronto nel quale la bilancia, alternativamente, penderà da un lato o dall’altro trascinando l’anima su un percorso emotivo di improvvise salite e discese a precipizio come su un otto volante che non trova mai requie.
Azra domanda: «E lei si definirebbe una poetessa?» e Asena risponde: «Io non posso definirmi, posso solo fare» e in una lettera al fratello scrive: «Essere riconosciuta a che serve se, alla fine, io  non mi riconosco?» definirsi e riconoscersi in una identità chiara, netta e solida è difficile per tutti ma lo è, ancor di più, per chi ha vissuto più di una vita e in luoghi diversi.
Yönac scrive di dubbi, di strappi, di affetti sospesi e prova a raccontare quell’emozione intensa e difficile da trasmettere che assale chi andato via da un luogo amato vi fa ritorno con un misto di amore e paura, paura di non trovare più quel che ha lasciato, paura della cancellazione di una geografia naturale, umana e affettiva, paura che anche l’ultimo albero di melocotogno sia stato sradicato e tutto questo – tanto – carico di sentimenti lo scrive in italiano.
In un’intervista ha spiegato: «C’è qualcosa nel passaggio di una storia turca in lingua italiana che la rende più universale, mi ha permesso di raccontare agli altri le nostre storie usando la vostra sintassi, il vostro vocabolario, giocando con le vostre comprensioni del testo, lavorando come un artigiano della lingua, lentamente, ascoltando l’italiano. Non lo trovo fuori dall’ordinario, sin da piccola sapevo che avrei potuto sempre scegliere in quale lingua parlare o scrivere, quando ho letto La Lingua Salvata di Elias Canetti, mi sono sentita capita» e poiché anche conoscere una lingua è un viaggio, un’avventura verso nuovi mondi, è stato bello fare un pezzo di strada insieme con chi ha scelto di essere sé stessa anche in italiano: benvenute pagine di Açelya Yönac.
©Riproduzione riservata

IL LIBRO
Açelya Yönac
La casa turca
Neri Pozza
Pagine 205
euro 19

Sul tema della costruzione identitaria tra più culture tra #ledisobbedienti:

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