Le disobbedienti/ Sona Falstaff, infermiera angloindiana in cerca della sua vera identità. Alka Joshi narra un viaggio esistenziale oltre la paura

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Le scrittrici e gli scrittori angloindiani affrontano, ognuno con la propria cifra stilistica, il tema della costruzione identitaria divisa tra due culture, due mondi, incontratisi e scontratisi in un lungo periodo coloniale. In Sei giorni a Bombay, scritto da Alka Joshi, tradotto da Federica Oddera e da poco in libreria per Neri Pozza, la protagonista Sona Falstaff affronta le conseguenze dell’esser figlia di una madre indiana e un padre inglese.
A rendere più complicate le cose si aggiungono l’assenza di un padre, mai marito perché ritornato in patria dalla prima famiglia, e l’inizio della fine del periodo colonialista durante il quale coloro che si erano giovati dell’esser per metà inglesi vengono additati con sospetto e crescente acredine.
Il romanzo è ambientato nel 1937, dieci anni prima dell’indipendenza dell’India dall’Inghilterra, quando iniziarono i movimenti di contestazione e tutti coloro che godevano di privilegi perché cittadini inglesi, a maggior ragione quelli nati da matrimoni misti, diventarono nemici e usurpatori.
Sona lavora in ospedale come infermiera, un impiego scelto dalla madre affinché potesse guadagnare abbastanza per mantenere entrambe, assiste i malati perché ha assecondato le decisioni dell’unica persona che nella vita la ama incondizionatamente, il suo unico porto sicuro, la sua famiglia.
Da poco trasferitesi a Bombay, in seguito a una brutta vicenda accaduta nell’ospedale in cui lavorava, non ha amici né parenti. Nel nuovo ambiente di lavoro si avvicina a una collega, Indira, ma questa interrompe ogni rapporto dopo averla vista presentarsi a casa sua nel tentativo di far ragionare il marito che la picchia e tiranneggia: «Secoli di tradizione avevano reso sacrificabili figlie, mogli, madri. Se non si conformavano alla volontà di padri, mariti e suoceri, erano costrette a pagare un prezzo insostenibile».
Sona deve arrendersi a un modello relazionale, che come più d’una persona le spiega, è l’unico adottabile: allontanarsi dall’amica per non peggiorarne la situazione, non le resta che interrogarsi sui motivi della passività e l’accettazione della violenza e del sopruso. Mentre soffre per la perdita dell’unica persona mostratasi gentile conosce un’altra donna, una paziente, Mira Novak.
Durante un ricovero di sei giorni la giovane pittrice cambierà la vita dell’infermiera conducendola verso una nuova sé stessa. Sona scoprirà segreti familiari e aspetti del suo carattere che non immaginava, spinta dall’artista intraprenderà un viaggio in Europa che diventerà viaggio di formazione in cui cercare risposte alla propria identità culturale e sociale: «Mira, Paolo, Petra e Josephine vivevano in un mondo assai diverso dal mio. In cui vigeva un’altra morale. Era giusto imporre loro le mie convinzioni».
Trovo il tema della costruzione identitaria affascinante almeno quanto il modo nel quale la letteratura e le arti lo interpretano, nascere e crescere a cavallo tra più culture offre la possibilità di leggere il mondo da punti di vista e con strumenti differenti ma porta con sé il pesante fardello di iati, fratture e dissonanze cognitive.
Joshi affronta l’argomento mostrando il senso di inadeguatezza, rabbia e scissione cui si accompagna la scivolosa sensazione di slealtà verso l’una o l’altra cultura, Sona si sente indiana eppure quando valuta come positivi alcuni tratti dell’essere inglese viene lambita dalla sgradevole sensazione di star tradendo le proprie origini, il colore della pelle, l’accento, l’atteggiamento tutto denuncia il suo essere una donna non completamente indiana e non del tutto inglese, chi è allora?
Nascere e crescere seguendo modelli culturali diversi arricchisce e dilania al tempo stesso, si ricerca un equilibrio che talvolta appare vicino per allontanarsi irrimediabilmente in alcuni frangenti. L’autrice introduce nella trama un personaggio a cui l’infermiera si affeziona, l’anziano dottor Stoddard giunto in ospedale per la frattura a una gamba.
L’uomo le confessa che in gioventù aveva lasciato la fidanzata e lei lo giudica per questo ma riflette sulle circostanze che distinguono la scelta da quella dell’uomo di cui si era innamorata sua madre, il dottor Stoddard sposa una donna indiana e non la ragazza inglese lasciata in patria vivendo le difficoltà sociali che ne derivano mentre il padre abbandona sua madre per tornare dalla moglie inglese.
L’intera trama è percorsa da interrogativi esistenziali, oltre la definizione di una dimensione identitaria vi è il disvelamento di una realtà diversa da come si mostra, l’ingannevolezza delle apparenze si manifesta con esiti diversi: cocente delusione, maturità e consapevolezza, utile tessera di un mosaico che va componendosi.
Il messaggio è chiaro: spesso riteniamo di aver compreso una persona o un luogo rimanendo ben lontane da una più complessa verità che si annida sotto la superficie. Sona subisce la fascinazione di Mira e di lei si costruisce un modello ma solo incontrando le persone che hanno rivestito un ruolo importante nella vita della pittrice arriverà a comprenderne il carattere, la natura e i sentimenti.
Grazie alla perdita delle persone amate la protagonista intraprende un viaggio che le impone di superare la paura, confrontarsi con un mondo lontano da quello conosciuto e assaporare la libertà di poter scegliere svincolata dal pregiudizio.
Sona sceglie il suo posto nel mondo decidendo di essere sé stessa nella versione che si va costruendo, in lei convivono la cultura indiana e quella inglese così come tutte le precedenti esperienze, positive e negative, che l’hanno portata ad essere la persona che è.
Nelle note l’autrice, spiega di essersi ispirata: «a una pittrice [Amrita Sher-Gil] che sembrava libera dal dilemma della propria identità. […] Cosa rendeva Amrita diversa da me e Sona? Mi chiesi. Com’era riuscita quella giovane artista a destreggiarsi con tanta disinvoltura in entrambe le sue culture d’origine?». e conclude scrivendo: «E per me riveste altrettanta importanza il fatto che i contributi delle donne- nel campo dell’arte, della scienza, della musica, della matematica o dell’istruzione – siano riconosciuti con lo stesso entusiasmo, la stessa intensità, la stessa passione e la stessa ampia risonanza di quelli degli uomini». Esattamente quello per cui da millenni alcune donne vengono perseguite perché #disobbedienti rispetto al modello sociale… Sei giorni a Bombay è un bel romanzo.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Alka Joshi
Sei giorni a Bombay
Neri Pozza
Traduzione di Federica Oddera
Pagine 398
euro 22
L’AUTRICE
Alka Joshi è nata in India ed è cresciuta negli Stati Uniti dall’età di nove anni. Ha conseguito una laurea presso la Stanford University e un MFA presso il California College of the Arts. Ha vissuto in Francia e in Italia e attualmente vive a Pacific Grove, California, con il marito. Il suo romanzo d’esordio, L’arte dell’henné a Jaipur (Neri Pozza 2021, BEAT 2022) è stato scelto dal Bookclub di Reese Witherspoon e diventerà presto una serie tv. Neri Pozza ha pubblicato anche il secondo e il terzo volume della trilogia di Jaipur, La custode dei segreti di Jaipur (2022, BEAT 2023) e L’arte del profumo a Parigi (2023).

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