«Fu come nascere una seconda volta. L’inizio della vita vera. Era diventata finalmente la donna che desiderava essere. Con un mestiere. Una funzione sociale. Una ragione per vivere».
A quante di noi capita di nascere una seconda volta dopo esser riuscite a realizzare le ambizioni nutrite con passione diventando chi vogliamo essere? In tante abbiamo vissuto- e vivremo ancora- ri-nascite costruite con tenacia, determinazione e impegno per rialzarci dopo ogni caduta, sconfitta o delusione. A scrivere di questo desiderio conquistato con fatica è Isabelle Pandazopoulos in Le sette case di Anna Freud tradotto da Roberto Boi e da poco in libreria per Astoria.
Quando si pensa a Freud la mente va all’interpretazione dei sogni e al padre della psicanalisi, il pensiero subitaneo corre a lui, Sigmund, ma ad Anna (1895- 1982), la figlia, quand’è che si pensa? Troppo poco spesso, probabilmente.
Nell’intensa biografia romanzata l’autrice ripercorre la vita di una ragazza che si avverte goffa, inadeguata, brutta, non amata e si dibatte tra il desiderio di fuggire dall’asfissiante atmosfera della borghesia viennese che governa l’ambiente familiare e il rapporto di simbiotica dipendenza con il padre che la frena sull’uscio.
Suo mentore, ma anche colui che per egoismo le impedisce di allontanarsi, il medico e filosofo che incontriamo tra le pagine è una figura rigorosa e austera, un innovatore rispettato e stimato ma anche un uomo che per molti anni si misura con la malattia e la sofferenza, un marito e un padre che mai rinuncia alla vicinanza dell’ultima figlia per lui segretaria, assistente, infermiera, paziente sul suo lettino e – poiché donna- psicanalista limitata nella possibilità di essere considerata sua erede.
Ma Anna, nonostante conviva con un malessere generato dalla consapevolezza di incorrere nel giudizio materno prima e sociale poi, segue la sua natura di donna lontana dal modello convenzionale di graziosa fanciulla remissiva e desiderosa di diventare una buona moglie e una brava madre.
«Scriverai agli amici di tuo padre a Berlino, chiederai loro di accettarti nella Società psicoanalitica: hai tradotto testi per anni, conosci la materia, i concetti, li hai compresi a fondo, sei nata nella psicoanalisi, ami questa scienza quanto me, Anna, e scriverai senza chiedere permesso altrimenti continueranno a non vederti, a ignorarti, a disprezzarti», è l’esortazione di Lou Andreas-Salomé una delle donne importanti della sua vita, uno dei motivi di imbarazzo per le sue scelte omossessuali.
Anna venne accettata nella Società psicoanalitica e si focalizzò sui bambini studiando il loro disagio attraverso la creazione di luoghi dove potessero essere accolti, ascoltati e aiutati, insieme con Dorothy Burlingham psicoanalista americana erede dell’impero Tiffany in fuga da un marito con violente turbe psichiche e sua compagna di vita fino alla morte, fondò asili e case per minori abbandonati, traumatizzati e affetti da disagio affettivo, sociale e mentale.
Pandazopoulos racconta della difficoltà del rapporto tra Anna e la madre, della tortuosità di quello con il padre, del suo bisogno di sentirsi lodata, apprezzata e considerata come forma di antidoto a una costante insicurezza che ne minava il carattere perché, in fondo, la mancanza di sicurezza e autostima le donne la ricevono in dote alla nascita «quell’incertezza che avevano di sé, ricevuta insieme alla vita stessa».
Ma Anna Freud si nutre anche di affetti, quello per il nipote – che dopo la morte della sorella porta con sé a Vienna- e per i figli di Dorothy consapevole che di suoi non ne avrebbe mai generati perché, contravvenendo alle aspettative sociali, non ne voleva: «Era quello che ci si aspettava da lei. Era per quello che suo padre aveva voluto che si sottoponesse a un’analisi e che smettesse di masturbarsi, perché – pensavano tutti quegli uomini – quel piacere la distoglieva dal piacere che era loro dovuto. Da ciò che lei avrebbe dovuto concedere loro. Dal dovere che ha una donna verso gli uomini». Un dovere sociale che, ancora oggi, schiaccia il giudizio morale stigmatizzando le donne che decidono di non aver figli.
Anna combatte con l’anoressia e con il malessere dell’anima che diventa fragilità del corpo attraverso una ferrea volontà che la conduce allo sfinimento, dopo l’invasione dell’Austria si occupò dell’organizzazione della fuga dei genitori e delle persone care in Inghilterra, di fece carico di mantenere accesa la speranza di vita del padre per poi elaborare il lutto della sua perdita e di quella di un’identità culturale spazzata via dal nazismo.
Pandazopoulos ci consegna una biografia densa e profonda in cui non fa sconti a nessuno dei protagonisti, nemmeno a Virginia Woolf che, nel confronto con Anna, si mostra meschina e conformista. Ed è grazie a questa lucida introspezione che la lettura si fa interessante, nessun noioso “santino” ma pagine di dubbi, ansie e tentativi di costruzione identitaria che delineano la complessa personalità di una donna che, gravata dall’ingombrante presenza paterna, cerca di tenere insieme mente e corpo alla ricerca di un equilibrio e di una affermazione personale lontana dalle aspettative familiari e sociali, la diversità nel suo percorso divenne fulcro e non margine.
Anna Freud merita notorietà e stima, un ringraziamento all’autrice per questo ritratto in cui la protagonista, messa a nudo, giganteggia per coraggio, perseveranza e talento. Nella narrazione, dallo stile fluido e scorrevole, emerge un aspetto interessante sulla relazione con le case in cui, negli anni, si svolge la storia, è interessante perché induce la riflessione sul rapporto che ognuno di noi ha con lo spazio domestico, quello in cui ci si sente protetti, nel quale la creatività si estrinseca al meglio e in cui disseminiamo tracce di noi stessi.
Alcune persone preferiscono “viaggiare leggere” attraversando la vita senza accumulare oggetti mentre altre indulgono, con piacere, nella scelta di cosa mantenere nel tempo spostandosi da un luogo a un altro, sradicamento e perdita d’identità possono sostanziarsi anche di questo, del forzato abbandono di cose che rappresentano significati ricordandoci chi siamo e da dove veniamo aiutandoci a mantenere viva la memoria di chi non c’è più.
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IL LIBRO
Isabelle Pandazopoulos
Le sette case di Anna Freud
Astoria
Traduzione di Roberto Boi
Pagine 329
euro 20
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