Intervista/ Il cantautore Roberto Colella: «Ce sta sempe na via per non essere soli. Io mi rifugio nella musica: sedersi a un pianoforte è la cura per eccellenza»

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ConCe sta sempe na via”, Roberto Colella apre una nuova pagina del suo percorso artistico e umano. Dopo 12 anni frontman della band napoletana La Maschera, ecco un primo album da solista che attraversa ansie, paure, fragilità senza mai cadere nel buio, trasformando ogni ferita in possibilità di rinascita. Denso di immagini, riflessioni e verità quotidiane, il disco intreccia dimensione intima e sguardo sociale, raccontando il bisogno profondo di restare vicini in un tempo che spesso ci lascia soli.
Ce sta sempe na via pe nunn’essere sulo a stu munno non è soltanto un verso manifesto, ma è il cuore emotivo di un lavoro sincero e necessario, capace di parlare di evoluzione personale, speranza e appartenenza.
In questa intervista, Roberto ci accompagna dentro le emozioni e i significati di un album che prova a trasformare la paura in un nuovo inizio, in una rinascita.


Se dovessi descrivere “Ce sta sempe na via” con un’immagine sola, quale sarebbe?
«Ci vedo un cielo azzurro in un quartiere di periferia. Questa è sicuramente un’immagine che mi dà una bella luminosità. Io – come tanti napoletani – sono meteoropatico, quindi per me la luminosità e la speranza vanno spesso d’accordo con una bella giornata»
Nel disco affronti ansie, paure, fragilità, il tutto senza filtri. Scrivere questi brani per te è stato più un atto di liberazione o di confronto con te stesso?
«Guarda, secondo me le due cose sono concatenate, sia l’atto di liberazione che il confronto con se stessi. Io sono un fanatico del confronto con la propria interiorità, non competizione con se stessi, ma è proprio un fatto di mettersi a nudo, mettersi totalmente in discussione. Non solo nella musica ma in realtà anche nei rapporti. Scrivere questi brani è stato sicuramente un atto di liberazione, ma ti posso dire che questa è una cosa che mi capita sempre con le canzoni. Ho sempre vissuto la scrittura di una canzone come un atto estremamente liberatorio, che sia di esorcismo verso una sensazione negativa oppure di liberazione verso la gioia profonda».
Come tu stesso dici “Ce sta sempe na via pe nunn’ essere sulo a stu munno”. Quanto costa oggi sentirsi vicini, in un tempo in cui spesso ci si sente isolati anche in mezzo agli altri?
«Questo è lo specchio dellepoca nostra. È una cosa che vedo comune alla mia generazione, ma è ancora più comune alle generazioni successive alla mia. Sono convinto che esiste un problema estremamente legato alla solitudine e al disagio che sta creando una società che ci vuole disconnessi, perché ci vuole più tempo connessi a un qualcosa che poi in realtà ci disconnette. Sembra un discorso retorico, strano, ma in fondo è così. Il mondo per come lo stiamo vivendo, la società ha avuto un cambiamento profondissimo negli ultimi anni, e credo che la solitudine insieme alla malattia psichiatrica sono il male del secolo moderno. Parlo di ragazzi di 15-16 anni, quando ero piccolo io non si immaginava nemmeno che dovevano andare dallo psicologico; oggi invece questa è una delle prime cose, e purtroppo c’è un abuso di psicofarmaci allucinante. Io collaboro con un sacco di comunità, anche il Carcere di Nisida, il direttore un giorno mi disse che il problema oggi è proprio la dipendenza dagli psicofarmaci tra i giovanissimi. Ci troviamo purtroppo in una società che ci sta dividendo il più possibile per renderci inutili dal punto di vista civile e sociale e quindi la solitudine oggi è il male da combattere. Un modo per non essere soli al mondo è quello di apprezzare le cose più semplici e non rincorrere quelle che hanno un’apparenza. È un discorso molto simile all’avere o essere. C’è un libro molto bello di Erich Fromm “Avere o essere?” e noi dovremmo spingere un po’ più nella seconda direzione, e quindi dovremmo essere molto più di avere».
Il cuore narrativo dell’album sembra essere la rinascita. Per te rinascere significa cambiare, accettarsi o imparare a convivere con le proprie paure, le proprie ferite?
«Affrontarle proprio! Per me rinascere vuol dire affrontare. Io lo dico proprio nellultima canzone “Tutto passa” con un analisi ben precisa di questa cosa con una frase che… beh, io sono estremamente felice quando mi accorgo di essere riuscito a sintetizzare una cosa che volevo dire, chiaramente è una gioia personale, un sentimento che viene detto in tre parole. “Cura ‘e ferit cu ‘o sale”, cioè affronta le tue paure, le tue ansie, non fuggire da quella che è una sofferenza. Oggi capita che per non dire le cose, per fuggire da una parte e dall’altra succedono i grandi drammi dell’umanità. Nel piccolo ma anche nel gigantesco non affrontare le cose e non parlare realmente crea dei disastri»
Questo disco invita a non sentirsi soli. C’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha aiutato personalmente a trovare ‘na via?
«Io mi rifugio sempre nella musica e negli affetti più stretti. C’è Serena che ha condiviso con me sia momenti drammatici che momenti spettacolari bellissimi. È tutto un concorrere e lavorare insieme per la gioia. Nei momenti in cui ho bisogno, per me l’umanità reale, il sedersi a un pianoforte è la cura per eccellenza».
Che tipo di viaggio vorresti che l’ascoltatore facesse entrando appieno nelle tue canzoni?
«Vorrei che si sentisse libero come mi sono sentito io libero nel fare questa cosa. Mi piacerebbe che l’ascoltatore possa veramente dedicarsi a un viaggio, prendersi le sensazioni che ha e magari rifarlo e scoprire che ci sono altre cose, perché io sono convinto che il secondo ascolto o il terzo lasceranno delle sensazioni diverse e spero che si possa alleggerire da ansie e paure perché l’obiettivo del disco e delle canzoni è appunto dimostrare che una luce è possibile e spero che arrivi questo messaggio».
Grazie per il tuo tempo, Roberto.
©Riproduzione riservata
Nelle foto di Teresa Uomo, Roberto Colella durante la presentazione dell’album alla Feltrinelli di Napoli

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Nata a Napoli nel 1987. Laureata dapprima in “Mediazione Linguistica e Culturale” (inglese e arabo), e successivamente in “Scienze delle Lingue, Storia e Culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici”, con specializzazione in lingua araba, presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ha conseguito il Master di II livello in “Didattica dell’italiano L2”, il quale le ha permesso di lavorare in contesti multiculturali. Oggi è docente di lingua inglese. Da sempre amante della cultura, del sapere, dei viaggi, della vita e del mondo. Iscritta all’albo dei giornalisti. Scrive per passione e per professione.

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