Il caldo dell’ora cala sull’ampia piazza deserta; dalle bianche lastre della pavimentazione, come uno specchio ustorio, salgono fumi roventi che ristagnano nell’aria. Solo, seduto ad un tavolino, inutilmente protetto da un largo ombrellone, gusto le ultime gocce di una granita di limone. Un pigro cameriere, sulla soglia del bar, mi guarda ma non accenna ad alcuna iniziativa.
Il caldo ferma ogni pensiero, ogni azione; anche la mente attende, in tutta calma, un qualsiasi comando. Non ho nessuna fretta; la mia meta è vicina, appena pochi passi; attendo che l’ombra aumenti sul fianco della cattedrale che voglio fotografare; le colonne doriche dell’antico tempio greco di Atena, imprigionate nella muratura della chiesa cristiana, restano ferme nella loro secolare possanza; il tempo scorre e loro continuano a recitare il proprio ruolo: la testimonianza di una storia cittadina millenaria.
Le ombre del palazzo Vermexio giocano con quelle della vicina facciata della Cattedrale. Ai lati della breve gradinata, sui loro alti piedistalli, San Pietro e San Paolo guardano chi passa e accolgono chi decide di entrare in chiesa. Il ruolo di custodi spetta loro di diritto senza nulla togliere a San Marciano e Santa Lucia che, dall’alto delle colonne laterali, affiancano la Vergine, la “Marònna ro Piliéri” come dicono i siracusani, sistemata nell’ampia nicchia centrale.
Con il continuo gioco delle voluminose strutture l’articolata facciata entra in un rapporto con l’abbagliante luce che investe le cortine delle facciate tutte intorno al perimetro della piazza.
In fondo all’ampio spazio la facciata della Badia trema nella caligine che ancora ristagna. La calma, interrotta solo dal frinire delle cicale, è inquietante nel suo mortale, ostinato silenzio. Un colombo zampetta piano passando fra i piedi dei tavolini; qualcosa troverà; volare, forse, gli costerebbe uno sforzo ai limiti della sopravvivenza.
Resto ancora seduto. Un torpore, un’inedia guida i miei scarsi riflessi.
-Permette che mi sieda qui, al suo tavolo?
-Ma certo, si accomodi, non c’è problema.
Sono sorpreso ma è solo un momento. L’uomo, non più giovane ma non ancora vecchio, si lascia quasi cadere su una sedia.
-Mi deve scusare, lei si starà chiedendo perché con tutti i tavoli vuoti abbia chiesto di accomodarmi proprio al suo; le chiedo scusa, però, sia sincero, se le do fastidio posso andar via.
-Ma no, cosa dice, per amor di Dio, non ci sono problemi… piuttosto vuole bere qualcosa?
-Ecco, le sarei molto grado, con questo caldo avrei piacere di bere; sarebbe un sollievo.
Il parlare dell’uomo contrasta con il suo aspetto; indossa abiti piuttosto malandati e, certo, non adatti al caldo della giornata.
Sono, per esperienza e per naturale empatia verso il prossimo, abituato a non giudicare una persona senza prima conoscerla e certo non mi lascio impressionare dall’aspetto.
L’uomo mi guarda sorridendo mentre assapora, piano, la granita di limone.
-Lei è stato molto gentile; ora sto molto meglio. Ma non intendo sfuggire alla sua domanda.
-Ma io, protesto, non le ho chiesto niente.
-Sì, certo, lei è stato molto cortese ma io le devo una spiegazione. Dunque, come vede, la piazza è deserta; lei, seduto al tavolo, è l’unica presenza umana. Percorrevo via della Minerva, anch’essa deserta. Mi sono fermato guardandomi intorno. Non un rumore anche lontano che facesse pensare ad una presenza umana; non le nascondo che ho avuto paura. Di che cosa mi chiede? Non so se riesco a spiegare ma questo vuoto, questa assenza di ogni segno di vita mi ha terrorizzato. Sarà così la morte? Mi sono chiesto. Poi l’ho vista qui, solo; ho pensato che forse avevamo un appuntamento ed io l’avevo dimenticato. So che non è così; è stato solo uno stupido pensiero che ho subito allontanato ma, in quel momento, mi è sembrato l’unico possibile; ammetto che sono stato inopportuno, la prego di scusarmi; adesso sto meglio; la ringrazio; ora vado via, non voglio infastidirla ancora.
Le parole dell’uomo mi hanno provocato un disagio ma anche un moto di umana simpatia; non posso lasciarlo andar via. L’idea che il mio gesto possa sembrare solo un atto caritatevole, mi turba; come possiamo aver perso ogni capacità di relazione umana senza pensare ad un immediato tornaconto; perché non possiamo, sia pure per poco tempo, incrociare la vita di un estraneo per il solo piacere di guardare uno sconosciuto negli occhi e sentire la sua voce?
Tutto ha un prezzo dirà qualcuno; ma io non mi arrendo, non voglio abbandonare la mia umanità.
-Ma no, aspetti, fa così caldo; se non ha qualcosa urgente da fare, le assicuro che mi fa piacere; qui si sta bene, godiamoci questa tranquillità.
-Sì, ha ragione, resto ancora un po’ tanto, a quest’ora, non c’è nessuno in giro, anche i turisti saranno tutti al mare.
Ci guardiamo in silenzio ognuno fermo nei suoi pensieri; due estranei che si sono incrociati e che, certo, non s’incontreranno più. Forse ognuno ha avuto un suo motivo valido per uscire; in queste ore di caldo il silenzio diventa insopportabile ma, spesso, anche il vuoto della propria abitazione mette angoscia.
Continuo a pensare e a formulare ipotesi su quest’uomo seduto qui, davanti a me quando non saprei dire qualcosa nemmeno sul perché della mia presenza se non in questo luogo almeno in quest’ora così calda. C’è, nell’aria, un’attesa difficile da definire; capisco che occorre rompere questa apparente calma.
Continuo a pensare e a formulare ipotesi su quest’uomo seduto qui,
– È vero siamo soli ma sa, con questo caldo ognuno cerca di evitare di uscire. 
– Ha ragione ma io credo che la solitudine sia una condizione innaturale dell’uomo; ognuno ha bisogno di sentire l’eco della propria voce in quella di un altro e di vedere la sua immagine riflessa negli occhi dell’altro…
Non voglio interromperlo; dopo pochi momenti di silenzio riprende.
-Oggi guardiamo gli altri senza vederli veramente; incrociamo sguardi tristi, superiamo passi stanchi ma continuiamo la nostra strada, estranei gli uni agli altri. Eppure basterebbe così poco per ritrovarsi umani.
L’uomo ora tace; si accomoda meglio sulla sedia; socchiude gli occhi. Solo ora noto che, al suo fianco, ha appoggiato la custodia di un violino. Sarà certo un musicista che va in giro raccogliendo offerte. Ma nel suo atteggiamento, nel parlare ho notato una dignità per cui evito di chiedergli, non voglio offendere il suo orgoglio; del resto potrebbe anche aver altri motivi per girare con un violino; essere un musicista che ha portato il suo strumento per un intervento di restauro, ad esempio, o, perché no, essere un maestro di musica che impartisce lezioni presso la casa dell’allievo.
Nel mio continuo immaginare la vita di quest’uomo mi sono distratto.
-Ecco, mi ripete l’uomo che si è alzato. Ora vado; la ringrazio ancora; mi ha fatto piacere fermarmi con lei. Forse dovremmo non perdere l’abitudine di guardare gli altri con maggiore attenzione, uscire dal nostro isolamento.
-Ha ragione, anche a me ha fatto piacere parlare con lei; viviamo in un’egoistica solitudine e in ognuno vediamo solo un possibile nemico. Arrivederci e buona giornata.
Guardo l’uomo che si allontana piano; avrei voluto chiedergli ancora della sua vita, almeno sapere il suo nome, ma siamo così incapaci ormai.
Ecco, vedo che gli sconnessi gradini dello stilobate lungo il fianco della Cattedrale ora sono in ombra; avranno ormai disperso il calore accumulato in tante ore sotto al sole cocente. Anche se consunti, sbrecciati in molti punti, dopo così tanti secoli da quel lontano V secolo quando il tempio fu voluto da Gelone, sapranno ancora reggermi mentre cercherò un punto favorevole per riprendere il moderno ingresso al padiglione dell’Artemision realizzato fra il fianco del palazzo Vermexio e la facciata dell’ex Seminario dei Chierici. Un lineare, sobrio innesto che risolve, l’accesso all’antico tempio di Artemide ritrovato sotto il vicino palazzo Vermexio.
Un accurato intervento architettonico moderno, essenziale nella sua scarna volumetria. Un unico taglio verticale consente dall’interno di guardare una colonna del fianco della Cattedrale. Un intelligente, poetico espediente per ristabilire il contatto fra i due antichi manufatti.
Vorrei entrare per continuare le mie riprese; purtroppo vedo che il cancello, banale soluzione rispetto all’elegante volume architettonico, è chiuso; tornerò un altro giorno.
Riprendo la strada verso il mio albergo mentre nell’aria si spande il suono di un violino; di certo il mio amico musicista avrà ripreso la sua attività; mi fermo ad ascoltare ancora qualche momento e poi vado via sentendomi meno solo.
©Riproduzione riservata

Foto da Pixabay


L’AUTORE
Già professore ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II, autore di saggi, racconti e pubblicazioni collettive, Francesco Divenuto offre a lettrici e lettori un nuovo racconto dal titolo “Il suono di un violino in una calda mattina siracusana“. Pretesto è il silenzio nel calore insopportabile che avvolge la bellezza architettonica di Siracusa dove l’umanità e il caso prendono il sopravvento.

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