La lavorazione del bisso, la seta del mare color dell’oro secreta dal mollusco mediterraneo Pinna Nobilis anche conosciuta come nacchera, più di un arte è un antico sapere che le donne dell’acqua si tramandano di generazione in generazione.
Sono sacerdotesse del mare che imparano fin da bambine a raccogliere e tessere filamenti delicati e sottilissimi pronunciando un giuramento con cui si impegnano a proteggere la Natura e non fare commercio del loro lavoro, poiché, tutto ciò che le loro abili mani realizzano può essere solo donato.
A queste donne straordinarie Bonnie Blaylock si è ispirata per il romanzo Dolce come il sale pubblicato da Libreria Pienogiorno e ambientato nel luogo dove oggi vive l’ultimo maestro di tessitura antica: Sant’Antioco, in Sardegna.
L’autrice racconta la storia di tre generazioni di donne, dall’inizio del Novecento fino agli anni Novanta, che attraversando due guerre mondiali, amore, morte, gioia, dolore e devastazione dedicano sé stesse all’antica sapienza da custodire e tramandare di madre in figlia.
Allegra, Zaneta e Miriam, colpevoli perché dedite a un culto antico e figlie di una famiglia di origine ebraica, accettano con passione e senso di responsabilità il ruolo loro assegnato, il rispetto del giuramento pronunciato non vacilla neanche quando a colpirle arrivano, fin quasi a spezzarle, violenza e morte.
Nel piccolo borgo di pescatori la comunità è abituata a vederle immergersi nelle acque del mare cristallino al sorgere del sole per raccogliere i filamenti a cui dedicano tempo, passione e saggezza nelle operazioni di pulizia, essicazione, tintura e tessitura.
A loro le abitanti del paese si rivolgevano per ricevere in dono un braccialetto ben augurale o un piccolo capolavoro di tessitura salvo, in altri momenti, sussurrare che quelle donne no, non erano come le altre: «Perché, si chiedeva, le mansioni domestiche più umili venivano assegnate alle donne per poi, quando loro dimostravano di saperle svolgere con creatività e capacità di trasformazione, venivano bollate come streghe?».
Forse perché quando le donne si allontanano dal canone sociale difendendo il diritto allo studio, l’esercizio di competenze e l’autonomia disobbediscono mettendo in pericolo lo status quo: «Le donne dell’acqua erano come il mare, per quanto qualcuno di tanto provi a imprigionarle, non possono appartenere che a sé stesse».
Le protagoniste che conosciamo tra le pagine hanno una missione, tramandare alle proprie figlie l’antica arte che risale alla regina Berenice, un compito che ognuna vive secondo il proprio carattere e i segni lasciati dalle pieghe e gli accadimenti che il destino riserva. Dai testi sacri della loro religione hanno appreso che la veste rilucente di re Salomone abbagliava perché tessuta con i sottilissimi e resistenti filamenti del bisso, dalla loro storia millenaria traggono la consapevolezza di essere un popolo mai, del tutto, integrato e accettato.
Il sale e la salsedine, accompagnati dagli aromi del mirto e della macchia mediterranea, sono la dimensione olfattiva mentre l’acqua, la sabbia e il vento sono quella tattile e lo sciabordio delle onde nell’andirivieni delle maree quella acustica con cui l’autrice trasporta chi legge in un luogo dalla natura aspra e selvaggia nel quale essere una donna dell’acqua vuol dire far parte, fin da piccole, di una comunità segreta in cui il tempo è scandito da riti millenari pregni di significato che conferiscono mistero e sacralità.
L’autrice costruisce la trama ponendo al centro un elemento intorno al quale le protagoniste e i personaggi comprimari danzano: il bisso. È in ragione di questo che il meccanismo narrativo scorre, i luoghi, le persone e gli accadimenti si susseguono senza mai interrompere il filo logico, sono quei filamenti d’oro che tengono insieme la trama in senso letterale e figurato.
Il ritmo echeggia quello di una quotidianità fatta di gesti lenti, appresi e reiterati fino a sviluppare un’abilità che fa muovere il corpo con tratti automatici: imparare a trattenere il respiro per immergersi in apnea, raccogliere i filamenti di bisso e compiere tutti i necessari passaggi successivi fino alla tessitura ma, anche, gettare e issare le reti.
L’ambientazione è quella di un periodo storico in un luogo nel quale il tempo di vita coincideva con l’alternarsi dei cicli stagionali, delle ore di luce e di buio, un villaggio di un’isola del Mediterraneo bagnato dal blu del mare, il verde della vegetazione e l’abbacinante luce che solo in questa parte del mondo avvolge e stordisce.
Insieme con i personaggi respiriamo gli odori secchi e violenti delle temperature infuocate, quelli umidi e persistenti dei periodi invernali e vediamo la vegetazione bassa punteggiata da rocce bianche e aride che digrada o si spalanca a picco su spiagge e falesie affacciate su acque limpide e trasparenti.
La storia raccontata da Blaylock conduce, attraverso le vicende familiari e personali di una famiglia, alla riflessione su una molteplicità di aspetti che da secoli accompagnano le donne, la diffidenza e la condanna verso quante sono depositarie ed esercitano la conoscenza e l’idea che il binomio donna-lavoro di cura discenda da una naturale attitudine e non da regole sociale di tipo ascrittivo. La giovane donna che con il suo sguardo ci inchioda dalla copertina è lì per dire: «Ascolta la mia, la nostra storia perché potrebbe essere anche la tua». Una bella storia.
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IL LIBRO
Bonnie Blaylock,
Dolce come il sale
Libreria Pienogiorno
Traduzione di Sara Puggioni
Pagine 345
euro 19,50
L’AUTRICE
Bonnie Blaylock è nata in Giappone, sull’isola di Honshū, rinomata per le perle e i coralli, e vive nel sud degli Stati Uniti, dove ha conseguito un master in scrittura creativa presso l’Università del Tennessee. Grande viaggiatrice, si è imbattuta nelle “Donne dell’Acqua” della Sardegna meridionale e nella straordinaria storia del bisso trasformandola in un romanzo unico, pubblicato in varie lingue.







