Prosegue l’occupazione all’Accademia di Bella Arti di Napoli. Da una settimana, gli studenti sono in protesta per chiedere la ripresa delle lezioni in presenza, il ripristino del funzionamento dei luoghi del sapere e forme di socialità non mutuate dalla didattica a distanza. Abbiamo raccolto in presa diretta la voce dei giovani rivolgendo alcune domande al Collettivo studentesco Abana, che coordina la protesta.
Quali sono le ragioni della vostra protesta?
«Siamo convinti che la ripresa delle lezioni sia possibile. I motivi per cui abbiamo deciso di protestare nascono da una forte necessità di aggregazione e dal ripristino dei luoghi del sapere. Grazie al senso di responsabilità e al coordinamento dal basso di studentesse e studenti, stiamo dimostrando che è possibile tornare in presenza nella garanzia di tutti i crismi igienico-sanitari. La nostra protesta prende spunto dall’occupazione di Porta di Massa, dov’è concentrato il polo di Lettere e filosofia dell’Università “Federico II”, da cui abbiamo ricevuto grande sostegno».
Cosa vi ha spinto a occupare l’Accademia di Belle Arti?
«Il fatto che vengano negati cultura, intrattenimento e istruzione. La nostra aggregazione è nata in modo spontaneo, ma da subito abbiamo avvertito l’esigenza comune di mobilitarci in prima linea per rivendicare i nostri diritti. Protestiamo per il diritto allo studio e perchè vogliamo vivere in modo decente la nostra formazione e la nostra crescita come studentesse e studenti».

L’aula studio degli occupanti all’interno del cortile dell’Accademia

La vostra protesta è isolata o ha una rete di solidarietà attorno?
«In questi giorni, abbiamo ricevuto l’appoggio di collettivi studenteschi e associazioni, ma anche di docenti della nostra istituzione universitaria, fra cui quelli di fotografia, restauro, grafica, che hanno espresso apertamente il loro appoggio all’occupazione».

Come vi siete organizzati?

«Molti di noi sono studenti fuorisede, che hanno vissuto il peso della pandemia. Ci siamo aggregati come soggettività indipendenti che avevano problemi comuni. Siamo in contatto con compagne e compagni che facevano mobilitazione e intervento politico sul territorio. Abbiamo preso atto che l’unico modo per denunciare l’abbandono e le zone grigie lasciate dallo Stato era il mettere in atto una mobilitazione politica. Attraverso una forte partecipazione dal basso, chiediamo che venga garantito il diritto allo studio, rivendicando un filo logico coi lavoratori dello spettacolo e della cultura, che c’hanno fornito il loro supporto».
Quindi, vi ponete in continuità con le proteste dei lavoratori e degli artisti che nei giorni scorsi hanno denunciato la chiusura di teatri e luoghi della cultura?
«Certamente. La loro è una rivendicazione che ci riguarda per principio. Un domani anche noi saremo lavoratori precari e sfruttati. Il nostro atto vuole essere una denuncia della grave situazione sociale e lavorativa che imperversa in Italia. In generale, i lavoratori non hanno garanzie o tutele. Nel nostro settore, poi, chi lavora viene trattato da schifo, come lo dimostrano i risicatissimi contributi e bonus elargiti dal governo. Ci sono decine di migliaia di persone che hanno un contratto a chiamata e non hanno un lavoro fisso senza alcuna garanzia per le proprie famiglie o per il proprio futuro».
Come viene trattato il mondo della cultura in Italia?
«Malissimo. I lavoratori di questo ambito non vengono legittimati. Protestiamo anche per questo. Rivendichiamo diritti dell’individuo e diritti collettivi. Chiediamo anche rispetto per un ambito, come quello della cultura e dell’arte, in cui se lavori non lo fai solo per passione».

La piattaforma rivendicativa della protesta


Mario Draghi è stato chiamato a presiedere un nuovo esecutivo. Cosa vi aspettate dal suo governo?
«Non abbiamo ancora discusso di questo tema in modo approfondito. Ad ogni modo, siamo indignati per la situazione politica in Italia. Questo è l’ennesimo governo tecnico che tutela gli interessi dei ricchi e lo status quo. Non ci sentiamo in linea con il nuovo esecutivo.
Se poteste rivolgere un appello ad altri studenti e ai giovani, cosa direste?
«Diremmo: rompiamo l’isolamento e l’alienazione cui ci condannano. Venite qui, creiamo coesione. Costruiamo assieme una rete solidale fra noi, facciamoci sentire. Facciamo in modo che la nostra voce valga. Abbiamo bisogno di legami intersoggettivi e sociali che ci portino a una reale crescita. Questi legami sono una fonte di scambio essenziale che ci dà tanto da vivere anche sul piano emotivo».
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Striscione delle studentesse e degli studenti dell’Accademia di Belle Arti attaccato in segno di protesta in Piazza Dante [Photo credit: Valentina Guerra]

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