SECONDA  PARTE
Armando Gill, cantore della realtà. A volte con tratti comici. E a questo proposito non possiamo non parlare del brano E allora? datato 1924 , riportato, in seguito, alla ribalta da Roberto Murolo, che fece di questa canzone un suo cavallo di battaglia. Una canzona che coinvolge il pubblico, che ripete, come  un tormentone, il titolo.
Nel tram di Posìllipo, al tempo dell’está,/un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;/Il tram era pienissimo, ‘a miezo, ‘a dinto e ‘a fora,/quando, alla via Partènope, sagliette na signora!/E allora?…/E allora io dissi subito: “Signora, segga qua!”/Rispose lei: “Stia comodo, vedrá che ci si sta…/si stríngano, si stríngano, per me c’è posto ancora…”/E quase ‘nzino, ‘ndránghete…s’accumudaje ‘a signora!E allora?…
Più che una canzone è la storia di un uomo che abborda una signora su un tram scoprendo alla fine che la signora non vuole altro che sfruttarlo, in effetti è una specie di cocotte.
E allora, senza aggiungere manco nu “i” e nu “a”,/pigliaje ‘o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette ‘a llá…/Truvaje ancora ‘o taxi: “Scioffer…pensione Flora!…”/E ghiette a truvá a Amelia ca mm’aspettava ancora…/
E allora?…/E allora ebbi la prova di una grande veritá:/Ch”a via vecchia, p”a nova, nun s’ha da maje cagná!”.
Importante fu la firma del contratto con il Salone Margherita. E poi arrivò sul palco del Trianon con Gill l’affondato, titolo emblematico perché per il servizio di leva dovette imbarcarsi come marinaio e la nave su cui era stato arruolato affondò. E lui venne dato per disperso… Gil l’affondato non era affondato.
 Spesso snobbato dalla critica, che non colse il suo linguaggio di autore contemporaneo, ma amato molto dal pubblico nazional popolare, anche per il suo intelligente modo di fare marketing discografico, oltre a il suo inconfondibile falsetto.
Anche Roma lo accolse, riconoscendogli  la genialità di autore depurato dagli arcaismi e dai moduli letterari, colloquiale, intriso di spirito quotidiano, apprezzato per le sue estemporanee arie musicali. Costruiva e cantava storielle e boutade in versi e in rima. In un famoso ristorante di Roma “Alfredo alla scrofa” uno storico episodio.
S’incontrò con un’altra maschera italiana Ettore Petrolini: i due si sfidarono a un duello fatto di frasi, di epiteti poetici, di scenette improvvisate… per amor di cronaca fu Petrolini a gettare la spugna invitando Gill al suo tavolo.

Qui sopra, Ettore Petrolini con cui Gill si confrontò sul palco
Qui sopra, Ettore Petrolini con cui Gill si confrontò in un ristorante a colpi di scenette inprovvisate

Il nostro compositore non  amava viaggiare, infatti aveva spesso rifiutato tournée in America e altre nazioni. E tra i tanti aneddoti che riguardano la sua vita, segnaliamo il seguente.
«Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e improvvisando parole in versi li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo; e applaudirono gli stessi coniugi».
Di questo momento fu testimone la madre Lavinia, sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli.
Impegnato a teatro, Gill aveva l’abitudine di scrivere di notte, anche se spesso improvvisava , questo suo modo di fare spettacolo. Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un’abitudine , finiva tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee.
Chiedeva al pubblico un argomento a piacere, e su quello, facendosi accompagnare da una musica che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire, conosceva bene l’arte del far ridere e aveva la qualità di coinvolgimento anche quando presentava le sue canzoni, tristi e sentimentali. Oltre alla sua meritata fama di artista era riconosciuto anche come tombeur de femmes.
Già cinquantenne, durante una delle sue esibizioni vide una giovane spettatrice, e dal palcoscenico si cimentò in una estemporanea dichiarazione d’amore inventata al momento con il suo linguaggio diretto: così  sposò Assunta Irma Fricchione.
Precedentemente, nel 1936 era stato impegnato anche sul set cinematografico partecipando a un film che non ebbe molto successo “Napoli verde e blù”  diretto da Armando Fizzarotti, con Girolamo Gaudiosi e Lina Gennari.
Era il 1943 quando decise di abbandonare le scene, cedendo alle edizioni Bideri tutto il suo repertorio. Morì l’anno successivo la notte di capodanno, ormai nell’oblio, ma lasciando un patrimonio di canzoni che rimarranno nella mente di tutti noi.
Dimenticato sì, ma non da tutti. Dal 2008 l’amministrazione comunale di  Grottolella, nell’avellinese,  paese nativo della moglie, ha istituito il Premio Artistico Musicale e Culturale intitolato a lui.
Nel corso degli anni i riconoscimenti sono stati assegnati, tra gli altri, a Peppe Barra, Enzo Gragnaniello, Eugenio Bennato, Il Giardino Dei Semplici, Mirna Doris, Enzo Casagrande, Mario Maglione, Gli Allerja, James Senese e tanti altri artisti. L’organizzazione è curata dal Centro Studi La Collina.

Ecco alcuni dei celebri titoli che ci ha lasciato
Fenesta nchiusa – versi – (1896), ‘O surdato – versi – (1899), Nun sò geluso (1917), ‘E quatto ‘e maggio (1918), ‘O zampugnaro nnammurato (1918), Bella ca bella si’ (1919), Varca dammore (1919), ‘O sunatore ‘e mandulino (1926), Palomma (1926).Mentre quelli In lingua: Stornelli montagnoli e campagnoli – solo versi – (1909), Stornelli spagnoli – solo versi – (1909), Bel soldatin – solo versi – (1910), Canti destate (1911), Gina mia (1911), Al mare (1912), Stornelli del cuore (1912), Stornelli proibiti (1912). Canti paesani – solo versi – (1913), Donne e amore (1917), Come pioveva (1918), Canti nuovi (1919), Stornello dell’aviatore (1920), Cinemà cinemà (1921), Rispetti all’antica (1922), Ancore in montagna – solo versi – (1926).

PRIMA PARTE

Iniziamo il nuovo anno 2018, con un “indimenticabile dimenticato” come Armando Gill. Come si può non canticchiare ancora oggi C’eravamo tanto amati/per un anno e forse più,/c’eravamo poi lasciati…/non ricordo come fu…/Ed io pensavo ad un sogno lontano/a una stanzetta d’un ultimo piano,/quando d’inverno al mio cor si stringeva…/…Come pioveva …come pioveva?

Un cult della canzone italiana, riproposta più volte come cover, portato al successo da Achille Togliani, accompagnato dall’orchestra del maestro Cinico Angelini.  Tra gli artisti che l’hanno interpretato anche Milly. Armando Gill fu innovativo e creativo, s’inventò quella che per molti era una stramberia- ma che in effetti anni dopo diventò una vera e propria regola pubblicitaria. Propose alla sua casa discografica, e ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello, era il 1918.
«Versi di Armando, musica di Gill, cantati da sé medesimo». Così si annunciava e firmava il primo cantautore italiano, scriveva i testi, le musiche e cantava i propri brani, ma era anche attore. In realtà si chiamava Michele Testa e nacque a Napoli il 27 1877. Il suo nome d’arte lo prese in prestito dallo spadaccino Martino Gill, vissuto all’epoca di re Filippo II.
Della sua esistenza si era informato leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente a opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, Carlo V e di Elisabetta di Portogallo. E regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò nei confronti di ebrei e arabi.
Michele era terzo di sei figli di un papà  proprietario di una piccola distilleria, studiò all’Istituto Chierchia e dopo la maturità si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Frequentava le periodiche, feste organizzate dalle famiglie della buona borghesia napoletana, dove si esibiva – con successo-come cantante.
I suoi primi versi li scrisse in collegio, sorprendendo i professori per le sue doti di improvvisatore autodidatta. E gia emergeva  la sua inclinazione come compositore che diventerà: conosciuto e riconosciuto nell’ambito nazionale, Gill era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore.
I suoi brani rimarranno nella storia.  Come O’ zampugnaro n’ammurato del 1918. Ullèro, ullèro, sturduto overo/Avette ciento lire e ‘sta ‘mmasciata/ “Scurdatavella, chella è mmaretata.  Ullèro, ullèro: i primi versi di ogni ritornello vogliono significare , il dolore, il suono del suo strumento, che sembra un lamento di solitudine, un lamento di amore.
Gill era un personaggio atipico– per quei tempi- sempre un poco sopra le righe, aveva creato un suo look personale usciva in scena con la sua immancabile gardenia all’occhiello , il suo maestoso ciuffo di capelli neri, il monocolo, che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, sempre in frac e papillon bianco, forse per questo suo modo di presentarsi la sua figura fu spesso ritratta a mo’ di caricatura…
Secondo noi era tutto pianificato e ben studiato come fanno oggi gli artisti contemporanei che creano prima il personaggio e poi il testo da proporre… così faceva Gill e così diventava sempre più famoso.
Certo che il 1918 rappresentò davvero un anno proficuo., ‘E quatte ‘e maggio’:  per i nostri giovani che non conoscono il detto “E fatte o quatte e maggio” che ha un significato antico, dove si racconta di sfratti di abitazioni, per gente povera che non potevano pagare la pigione… Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto…
Così  lo cantava lui. Arriva l’esattore,/dice: “‘A mesata è ppoca!/mettitece ‘a si-loca/e ‘un ne parlammo cchiú!”/E aggio lassato chella casarella/speranno ‘e ne truvá n’ata cchiú bbella!/E i’ lasso pur’a essa e bonasera!
/e me ne trovo a n’ata cchiú sincera. Ancora un successo perché Gill raccontava  la società  così com’era…


Armando Gill| ilmondodisuk.com
Qui sopra, Armando Gill. In alto, il golfo di Napoli fotografato da Maya Galezowska


(1. continua)

 

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