Di seguito proponiamo la quarta puntata e ultima puntata del racconto di Giuseppe D’Avino “Il tempo che si consuma all’alba”: spaccato di un mondo senza luce.
QUARTA PUNTATA E ULTIMA PUNTATA
-Che succede?-
mi chiede la Joker.
Non rispondo.
-Un’altra ragazza-
la informa Geisha.
Dani è già operativo e ha al braccio Cabiria e Tina. Usciamo dal locale con le facce paralizzate. Vedo all’uscita Umberto, il padrone del Cabochon, vestito di un completo nero e camicia bianca, abbronzatissimo, che corre verso la sala dove tutta la gente si sta radunando in preda alla curiosità.
Fuori dal locale ci dileguiamo nell’ombra tra le macchine. Do a Massimo, il parcheggiatore, una dieci e poi, in procinto delle portiere aperte, eseguo la spartizione dei soldi. Tutte vengono a baciarmi in bocca e Dani se le carica e vanno via.
Io salgo in auto. Rimango fermo per del tempo senza dire una parola. Rimango fermo e penso a un migliaio di cose della mia vita. Resto fermo fin quando il blu delle sirene dell’ambulanza lambisce l’abitacolo dell’auto.
Vado via dal litorale e dopo un quarto d’ora sono sulla tangenziale. L’alba carica di colore lo sfondo nero che la notte strascica come un velo. Ho talmente tante immagini che mi ispirano degli schizzi che quasi mi fermo nella banchina di sosta, prendo l’album che ho sul sedile posteriore e mi metto a disegnare. Ma schiaccio questo impulso perché penso alla valigia nel cofano, al fatto che mancano otto ore al mio volo e voglio riposare per potermi preparare al meglio e apparire bellissimo.
Sulla strada prendo il telefono dalla tasca e chiamo Ferdinando, che come sono sicuro, è ancora sveglio a fissare le sue tele o a leggere; nella peggiore delle ipotesi è ubriaco perso.
-Pronto- risponde una donna.
-Mì?- la madre di Ferdinando mi chiama da sempre così.
-Ehi zia Clara, perché …
-Mì- scoppia in lacrime.
-Che succede zia?
-Mì … – piange ancora e si ripete e io, in preda all’indecifrabile, inizio a odiare quel resto della frase mozzicata.
-Zia dici! Che è successo? Perché …
-Mì … Ferdinando … è morto.
Freno di botto e accosto.
Qualcosa dentro di me, non so cosa, si congela per sempre e prende una strada che non apparterrà più al vissuto che verrà.
-Ma come …
-Si è …
-Aspetta
che sto venendo.
Arrivo in venti minuti, dopo aver corso a manetta.
Il cortile davanti casa appena invaso dal sole è pieno di gente e il loro brusio è pesante e vibrante. C’è rumore di passi, qualche singhiozzo, alcuni parlano di vecchi parenti e inclinazioni suicide genealogiche.
Ferdinando si è ammazzato; come suo nonno, come sua sorella, come suo padre.
Appena mi faccio spazio tra la gente e entro, il buio della stanza viene bucato dalle braccia flaccide di zia Clara che mi abbracciano. Piange, morde la mia camicia e mi dice che lo sapeva, che lo sapeva e che lo sapeva che sarebbe successo.
Ci baciamo, ci stringiamo e malediciamo tutto con gli occhi. Non c’è più comunanza tra esseri umani che nel dolore.
Con la mano zia Clara mi fa segno di dove sta il corpo.
Vado da solo, attraverso i corridoi freschi sotto lo sguardo di familiari e vecchie conoscenze. Regina di tutti, il silenzio, e ai suoi piedi l’oscurantismo del pensiero per la morte.
Sono di fronte alla porta socchiusa. Non voglio entrare, ma decido di tradirmi e aprire la porta. L’aria qui dentro è stagnata e fredda e il letto di morte, appena curvato dal peso del corpo che c’è poggiato sopra, è un oggetto quasi superfluo. Alle mie spalle un silenzio di attesa. Allungo il collo dall’uscio e poi mi decido a muovere i passi necessari che mi portano a sfiorare le lenzuola coi ginocchi.
Subito io contro il corpo morto, senza il coraggio per un movimento, il mio sguardo così ingenuo contro la morte e quegli occhi chiusi per sempre; sempre io in quel tempo statico insieme alla realtà, e l’avversione verso l’impossibile, il desiderio di resurrezione e di ritorno al tempo precedente.
Mi siedo di fianco alla salma, il silenzio è così feroce e affamato, che sento che il mio desiderio e la cosa che desidero, sono a una distanza tale che gli occhi del mio cuore fanno fatica, come fa ora fatica la memoria a ricordare bene il passato, e le mie dita, che ora sfiorano la pelle fredda, hanno più consistenza di denti, che di carne.
Si sente solo il rumore appannato delle mie lacrime battere sulle lenzuola fredde. La faccia di Ferdinando è un miscuglio di espressioni che si colgono da diverse angolazioni.
Sul comodino c’è un cesto. Ferdinando ha lasciato una busta di addio a tutti quelli a cui teneva o con cui aveva un conto in sospeso. Alcuni messaggi sono solo fogli spaginate da libri di autori che lui amava; ha sottolineato versi o periodi che lui teneva spesso a mente.
Prendo la busta col mio nome. La apro e prendo un foglio piegato in quattro. Lo apro e leggo:
Per prendersi sul serio bisogna non prendersi sul serio, Mì. Ti devi dare da fare. Vattene da qua.
Non ti sentire in colpa. Quello che chiedo a tutti è di adempiere al diritto di lasciar decidere alle persone della propria vita. Il dolore è reciproco, si, ma la sostanza del proprio corpo, della propria anima, quella no. Ci sono sempre stato da solo, nel mio cuore, e pure tu. Per questo, sii quello che vuoi essere e se non ti senti libero vattene. Ti voglio bene.
Non bisogna guardare al suicidio come a un fallimento degli altri. Noi non dobbiamo salvare nessuno, la santità è fatta di miracoli a noi sconosciuti, ma da noi compiuti.
Si può amare solo essendo fallibili. L’amore non appartiene ai sentimenti, ne è il contenitore: si ama nel bene e nel male: ti odio mentre ti amo, ti sto amando mentre ti amo, ti ferisco perché ti amo.
Chiudo il foglio. Queste poche righe non bastano, ma Ferdinando mi direbbe che niente basta mai, anche quando è troppo.
-Stavo per fare l’errore di dirti che partirò lunedì prossimo- dico al suo corpo. –Ma poi mi sono reso conto che avrei fatto come avevi detto tu: avrei solo fatto un altro proposito per evitarmi la decisione. Il mio volo è tra poche ore. Guarda che faccia che ho … mi hai ridotto uno straccio: non mi si può guardare. Che dici, vado così all’aeroporto?
(4. fine)

 

 

PRIMA PUNTATA

Tina e il fallimento del botox
Mia mamma è un mostro di creatività:
tu le fai vedere un quadro e lei te lo replica quasi uguale su una camicia che ti fa su misura. Mia madre è un mostro di creatività. Non scarica iva, scarica madonne e nottate. Indosso questi capolavori di mia mamma per vedere se qualcuno alle serate è un curioso di arte abbastanza da riconoscere un Pollock o un Klee, per avere una conversazione interessante. Una volta per disperazione mi sono fatto cucire un Botticelli, che era venuto pure male e solo due persone riconobbero il dipinto.
Stando vicino ai diffusori non mi accorgo subito che mi si avvicina un omino con la faccia combusta di lampade abbronzanti e mi guarda ammiccante, mentre balla in modo ridicolo, eseguendo una mal’interpretazione del tipico schitarrare a gamba tesa di Mimmo Dany.
Mi fa: -Amò, quanto ti devo?
Io lo guardo, a disagio, vorrei solo sloggiarlo. –Che cerchi?
– Quant’è per tutto?- e mi infila una cinquanta nel taschino della camicia.
Sfilo la banconota e gliela butto ai piedi.
– Amico mio, la confidenza non è puttana- gli dico.
Il suo volto si distorce in una espressione seria e mafiosa. –Bella, ma ti sei offesa?
-‘O zio, io non ti posso servire.
Prima che il tappo d’uomo si avvicini per parlarmi a distanza di schiaffo, arriva Jerry, il buttafuori, che lo allontana.
Richiamo a raccolta le mie Orchette alzando la mano per farmi aggiornare sui guadagni fatti a metà serata. Le vedo sfilare tra la gente, le distinguo chiaramente perché conosco i loro movimenti. La gente c’è, ma ancora non parte con l’idea di sballarsi.
Vengono a rapporto quasi tutte, mi accerchiano e mi sbaciucchiano. Faccio un cazziatone a Cabiria che non ha ancora riacceso il rossetto dopo aver fatto un pompino nel suo ufficio, al terzo box dei cessi degli uomini; e questo accelera la mia incazzatura.
-Ma Tina dove sta?- chiedo in generale.
-Non può lavorare stasera– dice Cabiria.
-E perché?
-Le hanno spezzato
il cazzo nel culo.
Ridono tutte, tranne Gioia e Nancy Diamond.
-Oh, pensa a te e il tuo cazzetto, che sei un coito interrotto venuto male- dice l’ultima.
-Tesò, vedi di non ridere, che si vedono i peli di palle tra i denti – incalza Cabiria.
Stanno per darsi alle mani, ma Sofy a’ Joker interviene come paciere della situazione.
Come sempre alza le mani per riavviarsi i capelli per buttarseli attorno al collo, ma questo non serve a niente, perché le sono comunque evidenti gli sfregi del lifting sotto le orecchie.
Cabiria e Diamond mi lasciano il loro striminzito bottino accumulato finora e tornano a lavoro guardandosi in cagnesco, separandosi a un bivio di gente.
-Io me ne devo andare da qua– sussurro esausto.
Toni Geisha mi guarda, struscia le sue unghie nuove di colata sul  colletto della mia camicia, che stasera è la replica della notte spagnola di Picabia.
-Amò com’è triste ‘sto disegno.
-Non ti piace?
Scuote la testa
avvolta da capelli stirati all’estremo. –Però tu sei sempre bello.
-Lo so.
-Con questo musetto
rifatto bene bene.
-Ci credo, mi è venuto a fare una bella sfogliatella. Mò torna a lavoro, forza.
Si dilegua anche lei nella fauna dopo avermi consegnato il suo guadagno, il più cospicuo.
Le ho ribattezzate tutte io, le mie creature, le ho affinate e indottrinate, raschiando via la loro crosta di strada, raffinando la loro disinvoltura.
Esco dal Cabochon a cercare Tina. La musica si allontana e le note del campionatore ora sono meno invadenti e più intime. Ho sempre pensato che la musica elettronica sia una musica da ascoltare a distanza, come un sogno, il sogno che ci promette e che svanisce appena tutto si ferma.
Cammino scalzo sulla spiaggia adiacente, con le dita infilate nei mocassini che mi pendolano sui pantaloni bianchi che odio profondamente e non so nemmeno io perché li ho indossati.
Ritrovo Tina che vegeta spiaggiata a un pelo dalla sabbia e le onde, a ogni ciclo, stanno per sfiorarla. È in compagnia del mio fido, Dani.
Dani era venuto incappucciato in una felpa, con le mani in tasca e gli auricolari che battevano per un pezzo dei Sinphony X a tutto volume. Nessuno gli chiedeva nulla, era una buona compagnia, lo chiamavano Confessionale. Ti ci sedevi a fianco, ci parlavi e lui se ne stava zitto e tu avevi sempre ragione.
E proprio questo sta facendo Tina, seduta, gli parla e lui annuisce al ritmo del drum. Io nascosto dietro a una sdraio e un ombrellone ascolto lei che si lamenta del suo aspetto, del fallimento del botox sulle sue labbra e della vergogna che l’affligge. Dice che non  può lavorare più. Io penso infuriato che lei si è probabilmente pappata un grammo di roba già dall’una. Riscuoto il senso di fallimento nel non riuscire ad amministrarla, quella fottuta borderline isterica: sei un cesso? Fattene una ragione, fatica e fatti di nuovo un bel lavoretto, no? E che cazzo!
Esco dal nascondiglio e mi avvicino a loro e loro ci mettono troppo tempo prima di accorgersi della mia presenza.
Li guardo con disapprovazione.
-Dani, va a cercare Mimma e Carlo, pure loro non so dove cazzo sono finiti.
Dani si alza e senza dire una parola s’incammina verso il locale.
(1.continua)

SECONDA PUNTATA
Per partire da soli bisogna saper essere liberi
Allora, che dobbiamo fare, eh?
Tina mi guarda come un cane ferito.
 Mi ha sempre spaventato, soprattutto quando piange, perché non sembra fragile. La sua vita, quella che mi capitava sotto gli occhi, era un ciclo di felicità rabbiosa, improvvisa delusione e pianto.
Mi porge una mano e io l’aiuto ad alzarsi, il che non è facile, poiché, anche se ha sembianze da donna, ha ancora un corpo da uomo ben dotato di spalle larghe e bicipiti strutturati, che mettevano in imbarazzo quel faccino scavato e ben curato. Lei era stata la mia prima musa  del ciclo di dipinti che avevo battezzato “Vita = trasformazione”.
-Tesò, devo proprio stasera?
Camminiamo verso l’entrata.
-Sì, per forza Tina.
-Amò, io non me la sento.
-Ti senti di nuovo brutta?
-Eh.
-Fatti
 una botta che ti passa.
In cammino caccio lo specchietto da passeggio.
– Sto alla seconda – mi risponde tirando su col naso.
Senza preamboli, di scatto, le afferro il collo, la sbatto a terra e una volta che mi calo su di lei e siamo faccia a faccia stringo ancora di più la presa. Odio questo momento e la sabbia che si insinua nel tessuto dei miei vestiti e la salsedine che si attacca come una pellicola sulla mia pelle sfiorano la parte della mia mente dove si generano pensieri controversi.
-Io non ho tempo da perdere, hai capito? E’ capitò? Eh?
Quando bisogna essere violenti bisogna essere dapprima perfettamente convinti, sennò è inutile. Così stringo ancora, dato che la violenza, se lenta, per apparire concreta, deve rispettare una scaletta di sofferenza. Lei, mentre soffoca, che stira i tendini, annuisce appena con la paura negli occhi.
Lascio la presa e la tiro su.
-Torna dentro e non rompere il cazzo.
La guardo sgambettare e lei si gira verso di me per sperimentare ancora l’autenticità della mia minaccia. Poi la vedo sparire all’entrata.
Prendo il telefono e mi accendo una canna. Mi stendo sulla sdraio perché ho un estremo bisogno di rilassarmi. Scorro le foto di tanta gente che conosco di vista e tutto mi sembra una riflessione sull’essere o non essere depredata dei suoi contenuti.
Arriva un messaggio di mia mamma che mi chiede se tutto va bene.
Un altro messaggio di Jessica, che si scusa per la febbre.
Il sudore che mi bagna la fronte, la schiena, le ascelle, sono un trauma che non posso sopportare. Vorrei sparire piuttosto che essere visto dalla gente in questo stato. Ho pure le mani sporche e appiccicose di terra e cipria. Sto impazzendo.
La spiaggia è una tavola nera che fruscia senza sosta e da lontano, in questa notte, come tutte le altre notti, giunge il riflesso di qualche fuoco di artificio. Vedo la linea incandescente che taglia la notte e poi esplode, squarciando il buio.
-Me ne devo andare- dico a bassa voce e dirlo mi dà un senso di autenticità. Mi sembra vero che andrò via. –Domani sarò lontano da qui.
Ho paura che non faccia più effetto.
Domani tornerò a salutare Ferdinando, ma ho paura che lui sia capace di farmi cambiare idea. Proprio adesso non ho bisogno di mettermi in crisi e fare autocritica, ‘ste decisioni vanno prese senza respiro.
-Quel bastardo di Ferdinando …
***************
La casa di Ferdinando è sempre la stessa, immutata da generazioni. Ho sempre pensato che Ferdinando, nel suo silenzio, cerchi di scomparire dalla memoria di tutti. Anche ora, che sono in casa sua, mi sembra sparire nel ricordo dei suoi avi. Queste antiche stanze ti dicono: se vuoi sparire, fa in modo che il tempo fuori di te resti immobile.
Attraverso il salone adornato di pizzi, ceramiche di Capodimonte e un tavolo di noce laccato, che anticipa la credenza equipaggiata di tutto il necessario per un’ottima mise en place. La stanza è pregna di un odore legnoso misto a spirito e cera d’api, appena sporcato dall’aspro e predominante odore di pomodoro che proviene dalla cucina, ora in fase di bollore, chiuso in pentola.
Accedo a un corridoio di buio direzionato dal luccichio lattiginoso della vetrata di una porta, che filtrava la poca luce del laboratorio e da cui le fessure passava odore di trementina e alcol e smalto. Una volta aperta la porta lo sorprendo che è nudo e passeggia nel suo atelier chiaroscuro, con le finestre velate da delle lenzuola. Da come mi guarda capisco che i suoi occhi non colgono da giorni l’immagine di un essere vivente. Mi invita a sedermi.
-Come stai?– gli chiedo.
-Mm, meglio del peggio.
Si siede di fronte a me e incrocia le gambe. Nota il mio imbarazzo, ma non se ne fa un problema.
Alza la mano, afferra un pezzo di velo e lo tira giù e svela la sua ultima opera.
Sulla tela due metri per due c’è un campo nero trafitto dall’immagine di imprecise dita di una mano aperta e aggressiva, accerchiata da un alone di luce che ha ottenuto grattando la tela.
Lui indica il quadro: -Quello è mio padre.
-‘Azz- dico e annuisco.
Sembra disturbato e divertito allo stesso tempo dal mio commento laconico, scarnito da uno stupore puerile e ignorante.
-Tu, novità? Hai portato qualche lavoro tuo da mostrarmi? – agita la testa per scovare una mia invisibile cartella.
-No Ferdinando, no. Purtroppo tra lavoro e cose non riesco a concentrarmi e …
-‘E soldi, sì, sono un mal’affare.
-Facile per te, eh?– rido stizzato.
-E che novità mi porti?
-Ho deciso.
-Che cosa?
-Me ne vado.
Ferdinando
 sbuffa.
-Che, non ci credi?
-Lo dici da anni- unisce le mani e le agita. –Ma perché ti pigli in giro? Non è più facile la verità? Avanti, dillo: mi piace restare dentro questa merda di città.
-Stavolta è diverso.
-Perché?
-Ho preso
 i biglietti.
-‘Azz.
-No, Ferdinà
, ho detto basta. Ho fatto qualsiasi tipo di lavoro, ho ventisei anni e sono già stanco di campare. Questo non fa per me. Io tengo un sogno, voglio fare il pittore come te.
-E dove vai? Per dove parti?
-Non lo dico per scaramanzia.
Lui ride divertito. –Lo sai qual è il brutto della speranza e del sogno?
-Qual è?
-È che sono gratis.
 Il desiderio, in questa società, è l’arma che ti tiene imprigionato nei tuoi pensieri.
Lo ignoro. –Parto lunedì.
-‘Azz. È vero, lo sai? I propositi non si fanno più a fine estate, ormai il tempo è così corto che si fanno ogni lunedì: “da lunedì prossimo faccio la dieta”, “non fumo più, faccio un po’ di esercizi fisici”, “non mi faccio più chiavate fuori mano e penso alla famiglia”.
-Stavolta faccio davvero.
Nello schiudersi delle palpebre di Ferdinando già un lampo di inquietudine.
-Non l’ho detto a nessuno, solo a te.
-E perché a me?
-Tu mi puoi
 capire.
-Gli altri … tua mamma e …
-Loro non capirebbero. Non capiscono.
-Non è vero, tu pensi che …
-È vero, invece. Amo troppo mia mamma, ma non capisce. Tutti gli altri mi guardano come se fosse scontato che io invecchi qui, in questa città. Già hanno registrato tutto. Già nella loro testa so vecchio, ho nipoti e muoio col sorriso e in pace. Tu no, tu sei abituato all’imprevedibilità.
-Dici?
-Dico.
-Guarda
 che però ti voglio avvisare di una cosa.
-Cosa?
-Per partire
 da soli bisogna saper essere liberi.
Io rido. –Io ‘so fatto per essere libero, Ferdinà.
-E che ne sai, tu?
-Io so darmi da fare nella libertà.
                                                                                                                (2.continua)

 

 

Quando l’atmosfera è più tranquilla…
TERZA PUNTATA

Sono di nuovo dentro al Cabochon. L’aria si è rarefatta e dentro la bolgia sfila puzza di sudore ovunque e l’alcolica traccia di profumi dozzinali e deodoranti. Acchiappo di petto casualmente Ramona. Sta tutta fatta e ha il toppino rosso inondato di sperma seccato. Nessuno la nota.
Le afferro un braccio e le urlo nell’orecchio: -Dove stai andando?
Mi guarda con occhi dilatati in fase allunaggio: -Me ne torno a casa.
– I soldi!
Mi piazza un rotolino di banconote
 tenute insieme da un elastico, mi volta le spalle irte di nei, come se le cose che si era lasciata andare gli fossero rimaste attaccate come una pioggia di fango essiccata.
Sono le due e mezzo del mattino e a quest’ora non dormo da tre anni. La gente mi scosta e mi spinge. La realtà si sta disossando di me.
Attraverso la folla per tornare sul palchetto vicino al bar. Una volta arrivato pago per stappare una bottiglia e bevo da solo.
Arriva Felice che, in compagnia di Susy, che non si capisce se sia o non sia la sua ragazza, e che per giunta è coperta di lividi alle braccia e segni arrossati di dita sulla faccia, mi bacia entrambe le guance e mi dice che mi vuole bene.
Capisco dove vuole arrivare e quindi gli cedo un quartino di coca che gli infilo nella tasca posteriore.
Mi bacia: -Voglio aprire una bottiglia con te!
-Vai, va, apri.
Gli do le spalle mentre ordina al bar e scendo verso la fossa gonfia di gente. Alla console sta passando un pezzo di David Morales. Non trovo nessuna delle mie ragazze, così vado ai privè che sono dall’altra parte della sala.
Salgo le scale ed entro dopo aver superato il cordone di velluto rosso e i due scimmioni alla porta. La situazione è sempre la stessa, il solito stanzone basso coi faretti accecanti e il fumo azzurro delle sigarette bagnate di coca. Tina è in stato catatonico seduta su uno dei divanetti. Sono disgustato, è il mio ultimo giorno e un buon incasso non è una premura fondamentale per dare un buon addio.
Di fianco, due ragazzi si accapigliano per fumarsi gli ultimi due tiri di una canna gonfia all’inverosimile. Due ragazze cantano una canzone di Gianni Celeste e un ragazzo le sovrasta con la voce, sgolandosi in un ritornello di Giggione.
C’è tanta gente che ride con le carotidi gonfie. Il sintomo di eguaglianza del divertimento si consuma con la presenza di sessantenni con pantaloni capri e nostalgia di polvere d’angelo ovviata dalla cocaina, che ballano insieme a ragazzine e ragazzetti appena diciottenni.
Tutti uniti da Negroni e selfie. Condividono gli stessi terrori di un sovraccarico elettrico, un profilattico bucato e la batteria del cellulare scarica. Tutti connaturati da stipendi cazzimmosi, lavoro nero indeterminato e nessuna inclinazione verso il futuro, il giorno dopo. Il divertimento, sotto i miei occhi, è divenuto uno sfogo rabbioso.
Saluto un po’ di gente e raggiungo i bagni. Vedo Dani che sfoga la sua misantropia scopando Cabiria in piedi davanti a uno dei box, urlandole insulti omofobi. Dal box in questione, una ragazza cerca di uscire menando colpi alla porta bloccata, che sbatte in faccia a Cabiria; urla disperata e da sotto, sul pavimento, le si vedono i piedi infilati in dei tacchi da dodici che scivolavano in una pastura di vomito e merda e dalla tazza guasta continua a sgorgare acqua, brani di carta zuppa e stronzetti.
Decido di pisciare dopo e striscio fuori scuotendo la testa.
Rimango fermo nella platea. L’atmosfera è più tranquilla, sostenuta e noiosa. Nulla che contraccambi la voglia di qualcosa di diverso. Ho sempre sostenuto che per vivere la vita non bisogna mai essere pronti, ma quei pochi che ho visto seguire questo pensiero non sono più vivi. Ma l’alternativa è questa tristezza sommersa dalla musica.
Vivo per quello che vedo e quello che vedo mi dice una cosa: l’uomo non ha ancora imparato a vivere: sperimenta, e finora tutta la vita che ha generato, è una pallida imitazione del suo cuore. Come può essere felice un uomo, se oggi tutto ciò che concerne la sua possibilità di essere felice è stilata in un menu fisso?
Ora che mi sto scollando da questo posto riesco a vederlo per quello che è, o vedo solo quello che il mio disprezzo mi ha sempre sussurrato? Vedo solo gente che non rinuncia allo spazio che non le appartiene più e giovani che come me fanno fatica. Il tempo si è allungato e le età hanno perso importanza. Ora anche i vecchi hanno la forza per dire che la giovinezza è una vendetta preannunciata da una vecchiaia ipotetica.
Due delle mie orchette sono ancora attive. Nei palchetti dei privé Toni Geisha entra con un uomo  possente nello stanzino coperto da una tenda di velluto nero brillantinato.
La gente da sempre si infila di tutto. Un tipo qui, tempo fa, si era fittato un po’ del tempo di Toni Geisha, l’aveva convinta a infilargli un tubo al neon nel culo. Diceva che voleva provare la tensione di una roulette russa, solo che le pistole lo innervosivano e così aveva trovato questo espediente.
Toni glielo aveva infilato molto lentamente, e dato che era molto pericoloso, per scrupolo di coscienza, l’uomo gli aveva pagato in anticipo il triplo del compenso pari al triplo del tempo che avrebbero impiegato per quella soluzione erotica. Beh, manco a dirlo, il tubo gli è scoppiato per via della pressione dello sfintere volontario e i pezzi aguzzi gli hanno lacerato le viscere fino a dissanguarlo. Queste storie non invecchiano mai perché non si dimenticano.
Alle mie spalle esplodono urla di terrore. Già prima di voltarmi so che a terra c’è un corpo in preda agli spasmi e che schiuma dalla bocca. Dopo solo un cenno d’occhiata a quella bambolina bionda vestita con uno short di paillette, salgo sui palchetti mentre nessuno mi nota, poiché tutti stanno a fissare quella vittima e a filmarla con i telefoni. Sento una ragazzina che urla al telefono con l’operatrice del pronto soccorso.
Prendo per i polsi le mie due ragazze che sono nel bel mezzo di un lavoro. Non aspetto le proteste dei clienti, sfilo delle banconote a caso dalla mia tasca e gliele getto a terra.
(3.continua)

 

 

© Riproduzione riservata

L’AUTORE
Giuseppe D’Avino, nato a Nola nel 1992, ha conseguito la laurea in cultura e amministrazione dei beni culturali alla Federico II di Napoli con una tesi sul cinema indipendente dei fratelli Coen e la bibliografia completa di Cormac McCarthy. Appassionato di cinema, letteratura e manga. Sul nostro portale ha già pubblicato i suoi primi due racconti, Morte ai piedi dei santi e Insegnaci a morire