La pandemia,
che aveva afflitto per quasi due anni, era ormai passata lasciando il Paese stremato; tutte le attività ne avevano risentito e non c’era settore economico che non accusasse perdite disastrose.
L’unica certezza erano gli aiuti, giunti dall’Europa, condizionati da progetti che avessero proposto un serio piano di investimenti. Le speranze erano tante; la necessità di non sbagliare, di non deludere le aspettative, con il pericolo di vedere il Paese sprofondare ancora di più nella miseria e nella disperazione, era diventato un mantra che tutti ripetevano.
I Ministeri furono impegnati in un lavoro frenetico per rivedere i propri piani economici.
Il filo diretto che per anni aveva legato le segreterie dei partiti agli uffici preposti per una corretta programmazione ed attuazione di iniziative veramente utili al Paese, fu interrotto. Qualcuno ne approfittò per liberarsi dai molti faccendieri, espressione di una vecchia politica.
Tutto sembrava riportare l’attività pubblica, politica ed economica, nei binari della efficienza. Non pochi videro ridimensionato il proprio ruolo ricoperto solo perché amico del politico di turno.
La stima andava guadagnata in rapporto alle competenze e non già alle amicizie giuste. Galleggiare sulla mediocrità era stato facile ma ora le cose erano cambiate e chi sapeva, chi aveva le competenze necessarie, per il ruolo che ricopriva, poteva aspirare a vedere riconosciuto il proprio valore; alcuni funzionari furono trasferiti su incarichi meno prestigiosi; certe competenze vennero accorpate, altre, eredità di una zavorra della trascorsa amministrazione, eliminate nel modo più indolore possibile, per non fornire materiale ad una certa stampa; ma per qualcuno il ritorno ad un precedente lavoro divenne una necessità di sopravvivenza.
I corridoi dei Ministeri videro, per giorni, una migrazione in massa. I sorrisi di scherno e gli sberleffi furono esibiti mentre qualche vendetta fu consumata in silenzio.
Anche lui allora, il funzionario uscito indenne da tutte le battaglie, quello rimasto a galla nonostante i cambiamenti delle alleanze politiche, capì che doveva aggiornare il proprio bagaglio culturale cosa, in verità, non facile
Per prima cosa riorganizzò la segreteria occasione, questa, per trasferire la collaboratrice più fidata quella che aveva sempre sperato in un coinvolgimento anche sentimentale senza che lui avesse fatto niente per dissuaderla.
I nuovi collaboratori, scelti dopo un’accurata selezione, formarono una squadra efficiente, ognuno con un suo compito preciso. Ben presto tutto migliorò. Dai comunicati stampa parole come “attimino” o “attenzionare” scomparvero. Una prosa elegante, senza ampollosi giri divenne la pratica con la quale, prese, in breve, dimestichezza.
La lettura di ogni velina che gli passavano contribuiva ad aumentare le sue competenze; sempre più spesso gli venivano affidati incarichi prestigiosi. Ormai era presente in tutte le riunioni nelle quali si discutevano problemi di politica estera e di economia i due settori nei quali si era impegnato di più. Ed arrivò l’occasione giusta, importante, quella che attendeva da tempo.
A lui, infatti, fu affidato, nel parlamento europeo, l’intervento della sessione conclusiva dei lavori post pandemia. Doveva riferire sulle condizioni sanitarie, sulle misure intraprese per uscire dall’emergenza e sui progetti di riforma con i quali i piani economici erano stati preparati.
L’impegno era notevole e tutti i collaboratori furono, per giorni, impegnati a suggerire temi, a stilare scalette e a correggere evitando ripetizioni.
C’erano tempi da rispettare; per esperienza aveva imparato che l’attenzione di chi ascolta ha un limite fisiologico; è nei primi momenti del discorso, quindi, che occorre esprimere i concetti più importanti con frasi ad effetto, quasi con slogan, che potessero colpire trasmettendo, contemporaneamente, gli aspetti fondamentali della risoluzione.
E venne il suo turno quando nell’Assemblea sentì una voce che lo invitava a prendere la parola.
Si accomodò la cravatta, si guardò in giro. Come avrebbe voluto che i suoi familiari fossero lì seduti nell’ampio emiciclo; come avrebbe voluto che, ora, lo vedessero i suoi amici del paese dal quale era partito non molti anni prima. Qualcuno, con un eufemismo, “sei troppo sensibile, gli aveva detto, e quello è un mondo senza pietà, pensaci”. Forse lui stesso non era convinto di avere quella grinta indispensabile per avere successo.
Ed ora ecco giunto il momento del riconoscimento delle sue fatiche. Vide accendersi le luci delle televisioni, posizionate nell’ampia aula, e cominciò a parlare. Si schiarì la voce e con una sicurezza della quale lui stesso si meravigliò si rivolse ai presenti.
Sul leggio, davanti a lui, c’erano i fogli della relazione; ma lui l’aveva letta tante di quelle volte che avrebbe potuta recitarla a memoria. Un suo collaboratore, con il quale aveva trascorso molti giorni nel tentativo di correggere il suo accento ancora troppo impastato di vocali dialettali, gli aveva suggerito di non correre nel parlare; ogni tanto, gli aveva detto, fermati, guardati intorno, cerca di capire la reazione di chi ascolta, se una frase ha colpito, ripetila, mettendoci maggior enfasi e poi fermati. E lui aveva imparato bene la lezione. Dopo i saluti di prassi aveva esposte le sue tesi con convinzione fino a quando arrivò la frase fatidica. Nell’enfasi di un lungo discorso, con il quale cercava di convincere i colleghi presenti della bontà delle misure predisposte dal Governo per affrontare il lungo periodo costato molte vite umane “…il Paese, disse, ha affrontato con slancio e determinazione un periodo EROTICO…”.
Se si fosse fermato, accortosi dell’errore, se avesse chiesto scusa semmai accompagnando le sue parole con un sorriso, se non con una vera risata, tutto si sarebbe risolto in un allegro e rumoroso commento dell’Assemblea; e, quasi certamente, quella interruzione sarebbe stata salutata con sollievo in un momento di grande tensione, quando il ricordo dei mesi passati pesava ancora sulle coscienze di molti politici i quali non sempre si erano dimostrati all’altezza della situazione. E invece, il giovane funzionario non colse subito il suo lapsus, perché in fondo di questo si era trattato, e continuò nella sua arringa.
L’eco della parola: erotic, érotique, erótisch, erótico, eróticos ancora risuonava nelle cuffie dei traduttori quando si sentì la sua voce riprendere “…un lungo periodo che ha richiesto tanta fatica poi ripagata dalla soddisfazione di un buon risultato…”
Dopo un momento di incredulo silenzio l’aula risuonò di applausi e fragorose risate. Un’allegria incontenibile. Forse per molti quell’incidente fu colto come una reazione liberatoria ma che vide il povero oratore, che non capiva il comportamento dei presenti, esposto ad una situazione non facile da dominare.
Il presidente dell’Assemblea interruppe la seduta che sarebbe ripresa, disse, nel pomeriggio.
Inutilmente i collaboratori tentarono di convincerlo che l’incidente era stato solo un lapsus, una cosa che a molti accade quando sono sotto pressione. Tutte le sue certezze franarono riportandolo in una situazione di disagio dal quale sperava di essere fuori. I conti con il proprio modo di essere, di pensare ora erano lì davanti a lui. L’incidente fu solo la spia di un malessere più generale del quale solo lui era a conoscenza. Non era quella la vita che avrebbe voluto.
Nel pomeriggio un collaboratore lesse la relazione scusando la sua assenza dovuta, così fu detto, ad un imprevisto rientro per motivi familiari.
Il ritorno a Roma segnò solo un breve passaggio; il tempo per presentare lettera di dimissioni e ritornare nella sua città.
Certo all’inizio non sarebbe stato facile, avrebbe dovuto subire l’ironia di qualche amico, ma alla fine un lavoro l’avrebbe trovato.
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Foto di Willi Heidelbach da Pixabay 
L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019). Ha curato recentemente, con Clorinda Irace e Mario Rivinello, il libro “La casa nel Parco” dedicato a Capodimonte.
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”, “Una caduta rovinosa”, “Cronaca nera”.

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