Ecco la terza puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto “Il tramonto”. Un uomo  assiste impotente al declino della moglie curata da un giovane medico e assistita da una badante…
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione, Si vendono poesie, Lei e lui (dialogo semiserio fra due ex coniugi).
TERZA PUNTATA
– Ma professore, cosa fa?
Perché non ha acceso la luce? La signora ha paura del buio, non se lo ricorda?
Resta immobile, senza parlare. La voce della badante che è rientrata lo riporta alla realtà salvandolo dalla disperazione. Dopo aver fatto luce nella stanza, la donna, con energia, lo scosta ed accarezza la moglie sussurrandole parole che lui non capisce. Certo un loro segreto linguaggio fatto di suoni più che di parole. Anche questo episodio lo convince, se ancora fosse necessario, della sua estraneità ed inutilità nella vita della moglie. Se non ricorda le più elementari necessità come può pensare di aiutarla?
Come può lui, stupido e inutile Orfeo, tentare di trarla fuori dal suo buio?
Sorride a quest’ultima immagine: Orfeo! Alla sua età non ha più volontà per tentare nessuna nuova avventura. E poi Orfeo, almeno inizialmente, poteva beneficiare dell’appoggio degli dei.
Pensa, chissà per quale connessione, ai suoi funerali. Come ha già detto ai parenti, vuole che siano laici: una breve cerimonia durante la quale vorrebbe che suonassero la “Melodia” dall’Orfeo di Gluck nella versione per flauto, oppure l’adagietto della quinta di Malher. Che stupida idea, che inutile retorica; lascerà scritto che tutto avvenga nel silenzio di un’anonima cella dove le fiamme avrebbero distrutto quello che resta.
Ma lui sa che, quasi certamente, qualcuno si sarebbe alzato per recitare un’abusata litania ricordando quelli che, soltanto a lui, l’amico o il parente, saranno sembrati i suoi pregi. Ed allora poiché non potrà proibire tutto questo, dovrà lasciare detto qualcosa. “Se proprio qualcuno vorrà parlare, per favore, dica le stesse cose che ha detto, o ha soltanto pensato di me quando ero in vita. Niente di più e niente di meno”.
Ma, per favore, evitasse “marito fedele e padre affettuoso”, una formula che non lo convince, che non gli appartiene non perché non sia stato tutto questo ma perché, come dire, gli sembra scontato.
“Ecco, se volete un suggerimento, -lascerà scritto- potreste ricordare quanto amassi la cucina pur non essendo un buon cuoco, quanto fossi curioso per tutto quello che ci circonda, desideroso di scoprire, sempre, che cosa c’è dietro l’angolo”.
Inoltre vorrebbe che qualcuno ricordasse non le cose che pure ha fatto ma semmai quelle che avrebbe voluto fare: suonare uno strumento, o saper fischiare per poter cantare “Luna rossa” oppure -per favore non ridete- sapere andare in bicicletta, imparare il syrtaki e semmai danzarlo in un flash mob a Siracusa nella bella piazza della cattedrale o in qualche altro luogo da lui amato come, ad esempio, Lisbona città nella quale avrebbe sempre desiderato trascorrere lunghi periodi. Ed allora, ricordando i suoi desideri, potrebbero anche nominare i luoghi che avrebbe voluto visitare o rivedere, come New York, ad esempio, ma d’inverno, per sapere, finalmente, dove vanno a svernare le anatre quando gelano i laghi del Central Park”.
– Ha visto professore come si è calmata la signora? La voce della donna lo riporta alla realtà dalla quale, si rende conto, la sua mente è scappata.
– Se lo ricordi, continua la donna; la signora non vuole restare al buio. Anch’io le prime volte non capivo perché, la sera, diventava particolarmente inquieta. Il medico dice che è un segno positivo in quanto riaffiorano emozioni, forse le paure dell’infanzia e questo, lui dice, è un primo passo verso un possibile miglioramento. Dice anche che bisogna stimolare i suoi pensieri; e io lo faccio. Ogni mattina, mentre la pettino, le faccio ascoltare una canzone che a lei piace molto e, poi, le mostro le fotografie del figlio e quelle dei nipoti; e poi parlo, parlo tanto, anche se non mi sembra che mi ascolta. Professore, dico la verità, io a tutto quello che dice il dottore non ci credo troppo però almeno con la luce ho visto che si calma e questo è un bene no?
Lui sorride ma non dice nulla. È stanco; una stanchezza psicologica ancora più devastante. In realtà non sa che cosa dire, non sa spiegare come mai ha dimenticato questa esigenza della moglie. In fondo non sarebbe nemmeno difficile. Ora che ci pensa da tempo, la sera, lui stesso lascia una lampada accesa sul comodino.
Uscito sul balcone, guarda giù, nella strada: un pozzo nero attraversato da strisce luminose che fuggono lontano. In alto un cielo scuro, senza luce; non una stella, non un qualsiasi bagliore. È solo una notte d’autunno che minaccia pioggia e, nel suo stato d’animo, è facile illudersi che tutto partecipi alla sua tristezza.
Come sarebbe facile porre fine a tutto questo. Un solo gesto, determinato, e giù a capo fitto nella notte senza ritorno. Non è la prima volta che pensa di compiere quel gesto definitivo; ma poi si rende conto che in questa maniera non avrebbe risolto il problema della moglie; e non ha il coraggio di ammettere che nel suo piano avrebbe dovuto comprendere anche l’eliminazione della donna. Tutto, allora, gli appariva meno semplice. E l’angoscia di una incapacità di riflettere con serenità lo lasciava, ogni volta, sfiduciato ed amareggiato.
– Ma professore, che cosa fa ancora li fuori. Entri, non vede che piove. Oh! guardi si è tutto bagnato; ora bagna anche dentro; aspetti, vengo subito.
Ogni volta la donna lo riporta alla realtà. Ma perché, pensa, non mi ha lasciato nei miei pensieri nei quali riesco ad illudermi di essere ancora libero e non incatenato a questa vita, così vigliacca che, certo, si sta vendicando per la troppa felicità che mi ha regalato in questi anni.
– Professore, venga, fra poco la cena è pronta. Questa sera per televisione c’è un programma che piace molto alla signora. Almeno io così credo perché vedo che lo segue muovendo gli occhi. L’ho detto al dottore e lui ha detto di farglielo vedere perché forse, chissà, le ricorda qualcosa. Io poco ci credo, dico la verità, ma in fondo non ci costa niente e poi, lo ammetto, piace anche a me, conclude ridendo.
Ecco: tutto è ritornato alla normalità, come sempre. La concretezza della donna e quel popolare ottimismo lo lascia ogni volta interdetto.
“Il vigliacco sono io” dice a sé stesso. “Sì perché che cosa mi impedirebbe davvero di chiudere qui, ora. Accettare che, ormai, la partita è finita ed andar via insieme alla mia donna senza pensare e, soprattutto, senza rimpianti. Quando il viaggio è concluso, decidere in quale porto approdare è solo un dettaglio.”
Ma è veramente così? Chi può dire dove sta veramente il coraggio; è forse più coraggioso chi decide di smettere o chi, invece, decide di continuare? Perché, non c’è dubbio, a continuare questa vita ci vuole davvero coraggio.
– Siamo quasi pronti; oggi ho preparato una cosa che alla signora piace molto. Vedrà, quando mangia, mi guarda continuamente e mi sorride.
In attesa riprende il libro di Philip Roth che sta leggendo.
“Perdere, vincere, è tutto un capriccio.
L’onnipotenza del      capriccio. La probabilità dell’inversione. Sì, l’imprevedibile inversione e il suo potere.”
-Professore metta via quel libro, siamo pronti.
Pur rispettandolo la donna lo tratta con una familiarità che non gli dispiace. Lo ha sempre chiamato così: professore. Se solo potesse intuire il suo tormento, quel venir meno delle sue capacità anche quelle sulle quali ha costruito la sua lunga carriera. Appena qualche giorno prima non riusciva a ricordare il nome dell’architetto, autore della chiesa di San Biagio a Montepulciano. La cosa, più che preoccuparlo, lo aveva intristito e si era rifiutato di andare a consultare; poi, improvvisamente, come spesso accade, senza nessun motivo, mentre era intento a fare altro, il nome del famoso autore era riaffiorato. Ma allora è vero, come si dice, che nulla si perde, cambiano soltanto i tempi. Certo sarà così ma lui non accetta il regredire delle sue facoltà; saprebbe ancora tenere una lezione, ma si rende conto che sarebbe solo tecnica, solo nozioni; le sue parole non sarebbero più capaci di trasmettere quella passione per una disciplina che aveva e che ancora ama molto.
Anche questo è vecchiaia? La perdita o, peggio, il disinteresse per tutto quello che abbiamo amato, si chiede? Sono domande alle quali non sa dare una risposta mentre, ogni volta, si lascia sorprendere dalla serenità della donna; la capacità che ha di adattarsi alla vita appartiene ad una saggezza antica mentre tutti i suoi ragionamenti sono soltanto il risultato di una laica fiducia in giorni migliori. La donna, lui pensa, ha accettato di vivere alla giornata; ha messo in conto che ogni giorno può essere uguale all’altro o, anche, servarle una sorpresa mentre lui si pone continui quanto inutili interrogativi. Si rende conto di non essere capace di guardare al futuro con serenità; sempre più spesso si è chiesto se una maggiore cultura, a volte, non sia un impedimento per accettare la vita con il suo scorrere inesorabile dei giorni.
Richiude il libro sorridendo. Mentre la donna va e viene dalla cucina, seduto, lui decide di bandire ogni tristezza, come un pensiero fastidioso; questa sera s’impone di essere almeno in pace; nel suo animo non c’è spazio per la malinconia.
Guarda la moglie. Com’è bella, pensa, anche ora, com’è bella ripete a sé stesso mentre la stanza è invasa dalla canzone che, come ha detto la donna, piace tanto a sua moglie:
“E tutto dorme, tutto dorme o more, e i’ sulo veglio, pecché veglie Ammore”.

 

 

 

 

SECONDA PUNTATA
La disperazione per la vita malata che scorre inesorabile/2

Lui, il medico, è convinto della necessità di continuare nella sperimentazione di nuove terapie.
E certo ha ragione. Il corpo umano, purtroppo, è l’unica cavia veramente sicura per testare nuovi medicinali. Non ci possono essere remore. Occorre che tutti noi partecipiamo. La riuscita o meno di una cura, oggi, può determinare la salvezza di altri malati in un prossimo futuro. Il medico, ogni volta che lo incontra, l’aggiorna sulle nuove scoperte; lui annuisce per non deluderlo ma ammette di non capire molto quando gli parla di placche di beta-amiloide spiegando il comportamento delle microvescicole microgliali che sarebbero le responsabili dello sfacelo al quale la malattia conduce il nostro cervello.
– Ora stanno sperimentando nuovi medicinali, ha detto il dottore, proprio per inibire l’attività di queste microvescicole.-
Gli racconta, che hanno individuato una proteina, o meglio un enzima, che inibirebbe il funzionamento di una proteina. Tau, così l’ha chiamata il dottore il quale, certo in maniera consapevole, però, tace sui tempi perché una nuova medicina possa essere sperimentata e poi messa in vendita. Ed allora? Continua a non capire. Certo il suo ragionamento è egoistico ma lui rivuole sua moglie ora, rivuole il suo sguardo vivo, l’ironia delle sue parole, la consapevolezza di un gesto.
Riprende ad accarezzarle la mano parlando sottovoce. È un monologo del quale, è sicuro, non le giunge nulla: non il suono della voce né, tanto meno, il significato delle parole. Ciò nonostante cerca di attirare l’attenzione variando il tono di voce e la posizione delle mani; ma lo sguardo della donna rimane fisso, rivolto in basso. Poi all’improvviso, con movimenti leggeri, alza il capo girando la testa verso il balcone.
Segue il movimento dei suoi occhi: si alza e spalanca i vetri sperando, così, di incoraggiare quello che gli sembra un possibile interesse che si sforza di interpretare. Si chiede che cosa avrà attirato l’attenzione della moglie. Sarà stata la luce del tramonto? Che cosa ha udito? Forse il canto degli uccelli che, numerosi, si sono posati sugli alberi vicini? Interrogativi che restano senza risposta.
L’illusione di una reazione che, in realtà non esiste, è soltanto un suo desiderio. Pensa alla sua vita, oggi, e non sa prevedere il domani quando, anch’egli, non avrà più pensieri ed una mano pietosa, forse, asciugherà le sue oscene bave.
Ma lui si ribella a tutto questo. Non vuole questa vita, o meglio parvenza di vita. “Ridatemi la mia gioventù, pensa, il mio desiderio per questa donna che ho amato; lo sfacelo di questo corpo che accarezzo, mi ripugna. Non lo riconosco. Non è giusto tutto questo nostro affannarci intorno ad una massa di cellule che non danno più alcun significato al loro involucro. Un albero, con il suo continuo mutare, è certamente più vivo di questa immobile presenza che ci ostiniamo a chiamare ancora persona”.
Ora, nella stanza, il buio della sera è quasi completo; ed egli preferisce così. In questa oscurità può ancora illudersi che la mano che accarezza sia la propaggine di un corpo che al suo contatto vibra di desiderio e che ora risponderà ai suoi nascosti pensieri; lo sa per certo. Come tante altre volte inizieranno un gioco sottile, audace solo per loro, mentre gli sguardi si diranno cose che soltanto il corpo comprende.
Questi ricordi lo lasciano senza forze ed anche senza risorse. Che cosa farà domani? E il giorno dopo ancora? Per quanto tempo riuscirà a far tacere questa angoscia che ormai non l’abbandona? Non riesce a vedere nulla davanti sé; solo gesti ripetitivi che, giorno per giorno, perderanno anche quel minimo di affetto e di pietà che ancora lo lega alla sua donna. Mia dice e non capisce che senso abbia. Lei non appartiene a nessuno. Ormai è sola, completamente sola e non appartiene nemmeno a sé stessa.
Passa ancora del tempo ma lui non si alza; non accende le luci.  Nel silenzio della sera, ormai sopraggiunta, e nell’assenza di ogni reazione continua a restare immobile rivivendo le intense emozioni della giornata. Ripensa al funerale di una cara amica, che si è svolto, qualche giorno prima, fra amici che si guardavano intorno cercando i sopravvissuti. Ad una certa età, ridicola espressione per non dire quando si è vecchi, ogni funerale viene vissuto come la prova generale del proprio; ognuno si sente come su una piccolissima zolla di terra circondata dal mare che avanza senza tregua. Aspettiamo, tutti, di essere sommersi. Tristi pensieri di un vecchio che riflette sul tempo, troppo, già trascorso della propria vita e su quello che ancora gli resta del quale non è possibile sapere nulla se non giorni sempre più vuoti.
Si è assopito; non saprebbe dire se per molto o soltanto per pochi minuti. Si riscuote di soprassalto; una sorte di mormorio lo riporta alla situazione reale. Un gorgoglio che, lento, diventa un lamento. Spaventato guarda la moglie sperando che con qualche carezza smetta. Lei continua insensibile ad ogni tentativo; un unico suono lungo ed inarticolato.
Che cosa può fare? E quanto durerà? L’accarezza e poi, senza quasi rendersene conto, le tampona la bocca con la mano cercando di farla smettere. Cerca di impedirle di continuare. È un suono lugubre al quale non resiste. Vorrebbe urlare tutta la sua disperazione. Nel buio della stanza solo il contatto con lei gli restituisce la situazione nella quale sta annaspando. Pensa di lasciarle la mano; prima o poi si stancherà. Ma è tutto inutile perché ora la moglie gliela stringe forte ed egli non sa cosa pensare nel senso che non capisce se è una richiesta di aiuto o, piuttosto, un gesto senza significato.
                                                                                                   (2.continua)

 

 

PRIMA PUNTATA
Quello sguardo opaco, spia della vita assente/1

Una folata più forte fa volare, leggere, le foglie le quali, sospinte dal vento che ormai sa di autunno, si spostano lungo il viale alberato sul quale sta passeggiando. Un mulinello di foglie si attacca alle gambe trasformandolo in un fauno; un fauno vecchio e acciaccato che pure cammina ancora spedito.
In realtà non ha fretta e lo spettacolo presenta un ingenuo, infantile divertimento al quale non vuole sottrarsi. Affonda i piedi strusciando; ascolta il crepitare delle foglie secche sotto i suoi passi; foglie di ogni colore svelano tutto il fascino dell’autunno: dal giallo oro al bruno di terra bruciata, fino ad ogni possibile sfumatura di rosso.
Sorride: è proprio vero, pensa, che con la vecchiaia si ritorna un po’ bambini. Ma ora è tempo di rientrare. La breve pausa è finita; la realtà che l’attende è nel vuoto e nel silenzio delle stanze.
Oggi è un altro giorno in tutto simile a quelli appena trascorsi. E’ solo in casa; la badante, che da anni lo aiuta a gestire una situazione che diventa ogni giorno più difficile è dovuta uscire per una faccenda di famiglia. Nel pomeriggio, ormai inoltrato, la luce del tramonto, attutita dalle persiane accostate, invade l’ambiente dove Lucia, sua moglie, la compagna per quasi cinquant’anni della sua vita, resta, per ore, immobile senza dare alcun segno di vita.
Seduto accanto a lei, lascia cadere il giornale e la guarda; guarda quella fissità segno inequivocabile dell’avanzare della malattia che, da tempo ormai, ha colpito la donna. Nell’assenza di ogni rumore, la situazione appare in tutta la sua drammaticità. Il processo di devastazione è tutto compiuto. Quello che resta è soltanto una parvenza di vita; una presenza senza partecipazione. Un’assoluta mancanza di volontà e, soprattutto, di desideri.
È un’angoscia senza fine; ogni giorno sente venir meno le sue forze; quelle psicologiche innanzitutto. Non sa dare pace all’angoscia di un domani sempre più difficile. Accarezza la mano di sua moglie, abbandonata sul bracciolo della poltrona, nell’inutile tentativo di richiamare la sua attenzione.
Lei gira la testa, forse involontariamente, e lui le sorride cercando un barlume di vita in quegli occhi che pure lo guardano; almeno lui così crede. Non aveva mai compreso l’espressione sguardo assente. Che cosa può significare, si chiedeva. A meno che l’occhio non abbia subito un trauma, un danno fisico, in realtà le parti del nostro organo, sia pure senza connessione con il nostro cervello, dovrebbero continuare a funzionare; ed allora? Come può la pupilla apparire priva di luce, senza un’espressione? Ora però è tutto più chiaro; pur essendo integro nelle sue singole parti fisiche l’occhio appare opaco come se un velo impedisse di soffermare lo sguardo su un punto preciso.
Un qualsiasi oggetto o persona non lasciano alcuna traccia emotiva in quelle cellule che continuano a vivere senza uno scopo. Quell’occhio opaco, spento appunto, è solo la spia di una completa assenza di vita. Lui continua nel suo gesto affettuoso nella vana speranza che, improvvisa, una luce possa accendersi in fondo a quel pozzo nero. Restano entrambi immobili mentre il bagliore che filtra dalla persiana accostata piano piano diminuisce. Un leggero spiraglio lascia vedere l’ultimo accendersi del tramonto; è uno spettacolo che mette malinconia ma non tristezza perché è certo che domani, ancora una volta, il sole sorgerà regalando una nuova giornata di vita.
Guarda sua moglie il cui tramonto, purtroppo, è senza fine: un perdersi nel buio ogni giorno più profondo; ogni giorno la sua luce diminuirà senza possibilità di una inversione. A questo punto tutto è segnato inesorabilmente.
Suonano al telefono; lascia le mani di sua moglie che cadono come un peso morto, senza volontà, senza memoria alcuna della precedente posizione. È la badante che gli ricorda di dare la medicina delle cinque.
– Professore è facile- dice. – La pillola è nella sua confezione sul tavolo-. Poi spiega le manovre, in apparenza semplici, perché la moglie possa ingoiarla. “Un solletico sulla guancia, dice, le farà aprire la bocca e, dopo averle messo la pillola sulla lingua, un solletico sotto il mento, le farà richiudere la bocca”.
Esegue le indicazioni; gesti che la moglie ormai ripete in maniera inconsapevole. In realtà la parte più difficile consiste nell’assicurarsi che, poi, abbia veramente ingoiata la compressa. Il modo più sicuro, ha detto la donna, è di farla bere con la cannuccia.
Si vergogna per non aver mai saputo nulla di tutto questo. Si è sempre sottratto allo strazio di questo rito mortificante soprattutto per chi non può rifiutarlo per non parlare poi delle abluzioni che, ogni giorno, quel corpo subisce senza alcuna partecipazione. Questo, pensa, almeno le evita la mortificazione di gesti che non hanno più alcun rispetto delle sue volontà; gesti che, sia pure fatti con dolcezza, non nascondono l’assenza di ogni pudore. Guarda la moglie mentre tampona un rivolo che le scende da un lato della bocca: una oscena resa di autonomia; ma non ha il coraggio di controllare se la compressa è stata ingoiata.
In fondo è convinto che si tratti di una medicina somministrata come palliativo; ma di che cosa? Di quale qualità di vita? Di quali tempi supplementari? Ha spesso esternato i suoi dubbi al giovane dottore che, da tempo, monitora le condizioni di salute della moglie.
                                                                                      (1.continua)