Dalle tristi cronache dei giorni di emergenza da contagio del Covid-19, nasce questo toccante racconto di Francesco Divenuto dedicato a tutte le nonne e i nonni che hanno perso la vita in quelle case di riposo dove trascorrevano il loro tramonto di persone. Ma anche a tutte le nonne e i nonni che hanno riempito la vita dei loro cari con la bontà dell’intelligenza e la dignità della loro giorni.

pioggia ok


  1. Piove. Dai vetri, nel buio della sera, guardo la lunga fila di camion militari fermi al semaforo; quando si muovono lasciano una scia di luci sull’asfalto bagnato. Vanno al crematorio della vicina città. Sono giorni che questo triste corteo riempie il vuoto della strada in cui abito. Fila, ma sarebbe più giusto dire elenco, lungo elenco di persone che, senza un fiore e senza una lacrima, vanno al loro ultimo appuntamento.
    In una di quelle bare c’è mia nonna. Qualche giorno fa mi hanno telefonato dalla casa di riposo dove era per avvertirmi della sua morte. La stessa voce, forse stanca per le tante telefonate, mi avvertiva che, fra qualche giorno, sarei stato chiamato per andare a prendere le sue ceneri.
    L’avevo accompagnata in una grigia giornata dell’inverno scorso aiutandola a portare con sé le poche cose che aveva lei stessa voluto. Era stata una decisione triste ma ineluttabile.
    Con la prematura morta di mia madre, l’amata figlia con la quale viveva, la nonna era entrata in una assenza di vita; ecco, questo è il termine giusto: assenza. Aveva con me un rapporto speciale; lei mi aveva insegnato a leggere e scrivere prima del mio inizio del percorso scolastico.
    Era stata una docente universitaria con una capacità non comune di rapportarsi agli allievi; viveva il suo ruolo come un ponte gettato fra le generazioni. La disciplina che insegnava, era solo un punto di partenza per affrontare temi sociali di grande impatto sugli allievi; la cosa le aveva procurato non poche difficoltà nell’ambiente universitario ma non l’aveva avvilita più di tanto ed i riconoscimenti, anche su scala internazionale, non erano mancati.
    Aveva con mia madre un rapporto di grande empatia, più che di affetto. Era convinta, così diceva, che i figli, una volta cresciuti, diventano individui con i quali non sempre è possibile dialogare; hanno un loro mondo, che va rispettato, e una visione della vita che può anche non riflettere nessun insegnamento.
    In questo, evidentemente, non voleva sentirsi responsabile del possibile fallimento di qualcuno dei figli anche se, in verità, tutti avevano trovato una loro convinta affermazione. Mia madre era stata ribelle, aveva voluto decidere anche quando il padre, mio nonno, le aveva intimato di non lasciare il marito con il quale era finita ogni intesa.
    Solo la nonna l’aveva difesa, l’aveva capita, rispettata e amata più degli altri figli. Il loro lungo sodalizio era diventato un’alleanza, una coalizione che aveva anche creato screzi con gli altri figli. Fra le due donne si era creato uno stato d’animo che, in qualche modo, sembrava avesse annullato anche la differenza d’età oltre che quella dei rispettivi ruoli. Con mia madre la nonna aveva ripreso a viaggiare riprendendo tutti i suoi desideri a lungo nascosti sotto un peso di doveri famigliari.
    Avevano, insieme, scoperto il piacere di altri luoghi, di altre civiltà. Posti lontani, improvvisamente, erano diventati le loro propaggini culturali; avevano intessuto amicizie con nuovi amici che, spesso, erano diventati ospiti. Anche la loro città allora aveva offerto occasioni di continue scoperte, semmai di zone che non avevano mai pensato di voler conoscere.
    Con la morte di mia madre, nonostante l’invito, in verità non convinto, degli altri figli, la nonna aveva deciso di vivere da sola accettando soltanto l’arrivo di una badante con la quale aveva finito col familiarizzare. La necessità di restringere il campo dei suoi interessi non l’aveva trovata impreparata; aveva creato possibilità di contatti, on line, in anticipo su una prassi diventata poi necessaria in molti campi culturali. E quando la badante era andata via avevo deciso di prenderla con me.
    Era stata una decisione presa sull’onda del reciproco affetto e sulla condivisione degli stessi interessi. Le era sembrato, allora, di riprendere l’interrotto dialogo con mia madre. Nella mia famiglia era stata accolta con rispetto e con la stima che si prova verso un parente importante ma niente di più.
    La “nonna grande”, come la chiamavano i miei figli, era un oggetto di cui andare fieri anche per la sua cultura; nessuno mai le aveva mancato di rispetto ma nessuno le aveva mai manifestato un gesto spontaneo di simpatia. Lei, che era così disponibile, aveva tentato di coinvolgerli in letture, visioni di film o in trasmissioni televisioni; ma i ragazzi preferivano utilizzare la cultura di mia nonna per farsi aiutare nei compiti e poi il silenzio.
    Sì, se a casa venivano i loro compagni, la esibivano, la vecchia signora, ex docente universitaria, i cui libri riempiono scaffali della nostra libreria. Era un cimelio esibito come si fa con un antico, quanto discutibile, titolo nobiliare della famiglia. Qualcuno mostrava curiosità: com’era possibile che l’anziana potesse aver scritto tutto quello che colorati dorsi di libri nascondevano. Il più delle volte l’incontro non lasciava tracce e tutto si riduceva, semmai, ad un insperato aiuto per un compito particolarmente difficile.
    Ma la nonna era assetata di affetto. Tutto troppo formale per lei che aveva voglia di deroghe, di abbandonarsi a gesti impulsivi poco pensati ma molto desiderati.
    Quando, un giorno, ci ha detto della sua decisione di andar via abbiamo protestato ma nessuno ha avuto parole convincenti e i miei figli hanno iniziato a litigare per chi si sarebbe trasferito nella sua stanza che affaccia sul giardino. Lei mi ha guardato ed ho capito che non avevo nulla da aggiungere. La Casa di Riposo, in cui si è trasferita, sorge ina una bella zona, panoramica della città e, almeno dalle informazioni prese, sembra una struttura di grande affidabilità.
    Quando l’ho accompagnata ho voluto vedere la camera e gli altri ambienti della palazzina che è circondata da un bel giardino.
    – Vedi, mi ha detto la nonna accompagnandomi all’uscita, non è così brutto. Solo, ti prego, ti farò un elenco di libri che mi occorrono e, quando puoi, ma senza fretta, se li puoi portare, mi farebbe piacere.
    Ci sentivamo ogni giorno e ogni giorno le chiedevo se aveva stilato l’elenco dei libri. Non ancora mi diceva ma io capivo che, in fondo, anche quel filo che la legava alla sua vita, si stava spezzando.la scogliera
    Una domenica ho convinto i ragazzi ad accompagnarmi. La loro espressione di rammarico mi ha impressionato; è così che perdiamo il contatto con le generazioni passate? A questo siamo arrivati? Ognuno vive il suo tempo senza interesse per il passato? È possibile che un giorno Enea, semmai adducendo stanchezza, farà scendere dalle sue spalle il vecchio padre Anchise? E del futuro allora, come si potrà più parlare alle nuove generazioni?
    Questo pensiero ha riempito di tristezza il mio pomeriggio. La nonna, con grande tatto, ha detto che voleva riposare perché aveva mal di testa e ci ha mandati via.
    Da quel giorno, spesso, uscendo dal mio lavoro, passavo a salutarla senza più coinvolgere la mia famiglia. E, come con mia madre, fra noi si è creato un rapporto che ha escluso tutti gli altri della famiglia, compresi gli altri suoi figli.
    La nonna mi parlava di quello che stava leggendo, mi chiedeva di comprarle un libro e commentava le cose interessanti che aveva ascoltato. In realtà era diventata molto selettiva e della televisione apprezzava poco.
    Non aveva un buon rapporto con la religione ma forse sarebbe più giusto dire che aveva un convinto e realistico distacco. L’affascinava lo svolgimento del rito, il significato e la cultura che le religioni avevano prodotto ma le sfuggiva la finalità mistica.
    Si dichiarava laica ma con un profondo rispetto per tutto quello che attiene alle pratiche religiose che si rifiutava di frequentare. Questa sua scelta, almeno nei primi tempi, le aveva creato qualche problema nella Casa dove il personale vedeva nelle funzioni, che si svolgevano nella cappella, un risparmio di tempo per il proprio lavoro.
    Con ironia, mia nonna mi raccontava che quasi ogni giorno c’era una cerimonia, un rito sacro la cui durata, così mi diceva ridendo, era  condizionato dalla maggiore o minore  voglia di lavorare che il personale aveva quel giorno.peonie
    Dopo qualche screzio iniziale e un colloquio franco con il direttore che la stimava, aveva ottenuto di essere lasciata nella propria camera o in biblioteca, durante queste funzioni.
    Anche la politica era diventato un argomento lontano dai suoi pensieri e questo, in verità, mi aveva meravigliato conoscendo la sua passata partecipazione alla vita universitaria. Era stata una delle più attive nel sindacato al quale aveva dedicato molte energie. Bisogna sempre prendere posizione, mi diceva, decidere con chi stare, non possiamo guardare tutto come se non ci fossimo. Povera nonna, quante amarezze aveva dovuto subire. Ma lei le raccontava con orgoglio quasi esibendole come medaglie conquistate.
    Ora, invece, ogni giorno di più, mi accorgevo che gli argomenti di interesse comune, diminuivano; così come era anche venuta meno la curiosità sulla mia attività. Una volta che avevo notato che non portava più l’orologio mi ha detto che ormai lo riteneva superfluo.
    – Alla mia età è un oggetto inutile, aveva detto; certi gironi mi sembra che corra troppo ed altre volte che sia troppo lento.
    Aveva smesso anche di chiedermi che cosa stessi studiando, lei che aveva sempre voluto leggere i miei saggi. La disciplina le era estranea ma, proprio per questo, aveva preso l’abitudine di ricercare su Internet l’argomento che potesse permetterle di seguire la mia attività di studioso.
    Con orgoglio mi diceva le cose che aveva appreso e che, se aveva trovato di particolare interesse, le appuntava per poter poi discuterne con me.
    Ora che ci penso, non saprei dire quando tutto questo è cambiato almeno non riesco a ricordare un episodio particolare che le avesse provocato questo distacco. I dottori, ai quali mi ero rivolto, erano convinti che si trattasse di un normale evolvere del cervello. Strano verbo, in verità, e inutile giro di parole per dire che stava invecchiando. Mia nonna mi guardava sorridendo ed io ammiccavo accettando la sua complicità.
    – Poverini, poi mi diceva, fanno il loro lavoro ed è giusto così. Sai, spesso non ho voglia di vedere nessuno e resto nella mia camera. Ascolto musica e faccio pace con me stessa.
    – Sai, mi ha detto un giorno ho conosciuto un giovane frate. Ha sostituito il vecchio prete; con discrezione, ha bussato chiedendomi se avevo voglia della sua compagnia. È un giovane intelligente, mi piace, oh! no che cosa pensi, ha aggiunto ridendo perché l’avevo guardata sornione e lei è stata al gioco.
    – Benché, sì, hai ragione, è anche un bel ragazzo e questo non mi dispiace affatto. Sono vecchia ed allora? Non posso mica perdere il senso dell’estetica. Ma, adesso siamo seri, quello che mi è piaciuto subito sono state le sue parole. Mi ha chiesto se volevo parlare con lui, se volevo leggere con lui un giornale; se mi andava di parlare avrei potuto scegliere io l’argomento ma se volevo, ha aggiunto, aspetta, aspetta, ha detto che potevamo anche restare in silenzio semmai guardando dal balcone aperto il bel giardino. Mi ha fatto simpatia, capisci, non mi ha chiesto, come faceva l’altro, se volevo pregare ma solo se volevo la sua compagnia anche silenziosa. Allora gli ho sorriso e l’ho invitato ad accompagnarmi fuori; avrei, con piacere, gli ho detto, passeggiato con lui in giardino. Lungo i viali mi ha chiesto se volevo appoggiarmi; ne ho approfittato; a te lo posso dire, non ne avevo bisogno, lo sai, sono ancora salda sulle mie gambe, ma quel contatto umano mi faceva piacere. Dai vetri della veranda alcuni ospiti guardavano. Non li potevamo sentire ma io sapevo che cosa stessero dicendo ed allora mi sono stretta a lui fingendo un mancamento della caviglia. Lo confesso, mi sono divertita e sono sicura che anche lui abbia capito il mio sottile gioco e mi ha assecondata. Povera vecchia pazza, avranno detto e, poco dopo, alcune infermiere sono venute in giardino. Ma lui le ha mandate via. Penso io alla signora, ha detto e mi ha fatto l’occhiolino.
    Dopo un’allegra risata, alla quale mi sono unito, ha ripreso.
    Veniva molto spesso. Io l’aspettavo; era un tacito appuntamento. Poi un giorno è venuto e mi ha detto che aveva chiesto di andare in una Missione africana. Avevamo, da poco, terminato di leggere un libro sulla figura di Giuda. Di un autore israeliano, ora non ricordo il nome.
    – Amos Oz?
    – Sì, ecco;
    bravo il mio nipote così colto.
    – Dai, nonna, non prendermi in giro.
    – Lo sai che ti voglio bene. è un libro interessante, non trovi? Ne avevamo discusso; la figura di Giuda e il suo terribile destino; in fondo si è sacrificato per il bene comune. Non potevo sopportare, gli ho detto che, per tradire, avesse scelto il bacio, un gesto di affetto. Lui mi ha detto che, oggi, anche la Chiesa ufficiale, ha rivisto la sua posizione su questo apostolo. L’ultimo giorno mi ha portato un fascio di peonie; sapeva che è un fiore che adoro. E, poi è partito.
    Dopo queste ultime parole, la nonna ha taciuto per un lungo periodo ma io avevo capito che aveva ancora da dirmi qualcosa. L’ho guardata e lei ha ripreso mentre le lacrime le velavano i bei occhi azzurri ancora così nitidi.
    – Qualche giorno fa, ho letto sul giornale che è morto, ucciso da alcuni che, forse, volevano rapirlo per chiedere un riscatto.
    – Mi dispiace. Non conosci nessuno della famiglia?
    – Sì. Ho parlato con la sorella; vive in un paese della Puglia. Mi ha ringraziato piangendo; è così.
    Quel giorno ero andato via con un peso nel cuore. Capivo che la morte del giovane frate l’aveva colpita molto; le rendeva impossibile accettare questa terribile realtà che la circondava; voleva andar via da tutto questo. Ho capito, allora, che era pronta per morire. Quando sono andato, qualche giorno dopo, mi hanno impedito di salire; stavano sanificando gli ambienti, mi hanno detto. Sono ritornato dopo qualche ora chiedendo se potevo stare in giardino. Allora, da giù, le ho mostrato un fascio di fiori che avevo preso.
    – Mi dispiace, le ho detto, non ho trovato le peonie. Mi sorriso dalla finestra e le ho detto di richiudere. Quella sera faceva freddo e non volevo che si raffreddasse. Per qualche giorno, preso da molti impegni, l’ho soltanto sentita al telefono, Mi ha detto che era stanca ma che, in fondo, stava bene.
    E poi, tutto è successo.
    Ora sono qui; dalla finestra guardo, anche oggi, la fila di mezzi militari;
    scure sagome che si perdono nella notte. Questa mattina mi hanno dato l’appuntamento per quando potrò andare a ritirare l’urna con le sue ceneri. Lei mi aveva sempre chiesto di disperderle nel mare.
    – Lo so, diceva, che è proibito, ma sarà l’ultima mia pazzia, te lo prometto, concludeva ridendo.
    Appena potrò andrò sulla scogliera, dove lei amava passeggiare anche da sola; è un luogo dove, da bambino ho imparato a nuotare. Era il nostro paradiso, il mio e di mia nonna; e lì lascerò che ogni sua traccia umana si disperda nel mare.
    ©Riproduzione riservata

 

a bordo metro

L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “Assuntina”.

 

Nelle foto, i simboli del racconto: un libro tra mani vissute, la pioggia, il mare e le peonie. Qui sopra, la copertina del libro dedicato alle metro d’arte a Napoli di cui Divenuto è uno degli autori

 

 

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