Ciao amico mio, che tu possa essere felice sempre, ti voglio bene. Lo scrive Carmine Rezzuti sulla propria bacheca Fb : una frase d’addio a Quintino Scolavino con cui ha condiviso mostre e una infinita amicizia.
Se n’è andato Quintino, lasciando un vuoto incolmabile. Lui, artista che ha respirato arte sin da ragazzino, da quando andava a trovare Lorenzo, suo fratello maggiore, al liceo artistico ed era affascinato dalla pittura. Ma l’arte scorreva nel dna familiare grazie al padre Tobia, raffinato artista ebanista.
Resistenza, la parola chiave del suo abitare nel mondo con garbo e gentilezza, con il sorriso di chi avanza oltre la realtà. Con sguardo strabico, inseguendo pensieri che costruivano materie colorate.
«L’arte- diceva- nasce sempre da tensione mentale». E la sottrazione degli elementi, secondo la lezione del grande Michelangelo, era una traccia da seguire senza tregua.



 Quintino Scolavino, nato a Bagnoli Irpino nel 1945 ma trasferitosi con la famiglia a Napoli dagli anni ’50, fu tra i fondatori del Gruppi Studio P ’66, alla ricerca di un’iconografia New Dada e Pop. Tra le ultime mostre, Concerto per archi e fili d’erba al Museo Archeologico di Napoli e alla Certosa di Capri nel 2017.
Fare orecchie da mercante è la sua opera del 1982 che fa parte della collezione permanente custodita nel Museo Madre di Napoli, donata da Tullia Passerini nel 2018.
Opera che il critico d’arte Bruno Corà definisce «congegno dinamico irrisorio ma feroce che faceva prender ‘aria’ alla sua originalissima finezza gergale e consegnava ad una micromeccanica la visionarietà a lui propria, quella cioè che dalla lingua e dalle sue costruzioni aforistiche, o conianti ‘modi di dire’, emigra all’occhio e all’immaginario». Uno dei suoi messaggi in codice.
Nella foto in alto, l’opera che fa parte della collezione Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. Al centro, l’artista alla mostra del Museo archeologico (fonte facebook)

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