Parlare di Gennaro Morgese e parlarne nei termini nei quali si può parlare di lui, è come raccontare una incredibile e inaccettabile storia e sancirne la verità mentre ogni cosa che ci viene incontro al suo pensiero è vita, forza e volontà, e l’immenso patrimonio di conoscenza che negli anni, quasi cinquanta, ha fatto da collante tra di noi.
Tutti i miei interessi e i miei impegni di questa pagina di storia che è diventata una nota identitaria dei suoi studi e del suo lavoro trovava in Gennaro la fonte cui attingere ma il dialogo con lui era sempre una specie di festa del sapere perché ogni aspetto della vicenda, dell’argomento, di quanto costituiva oggetto del nostro discorso o anche e solamente di uno scambio di idee trovava in lui modo di diventare non solo apprendimento, ma storia nella storia e quindi conoscenza profonda, di quanto ne era la matrice, la base logica, o, semplicemente, l’ovvio, e talvolta elementare perché la sua immensa curiosità di sapere, la sua incapacità di fermarsi alla superficie lo spingevano sempre oltre  l’argomento in oggetto, ma ben organizzato nei tanti nessi , nel concetto stesso  che ne era alla base.
La sua preparazione storica, giuridica, architettonica,  su tutto quanto riguarda la Napoli degli ultimi secoli, gli consentiva acute sintesi, e la possibilità di ampliare non solo il concetto, ma il suo punto di arrivo. Parlare con Gennaro era come partecipare a un allettante e variegato banchetto, ma alla fine il problema veniva risolto; il problema, perché lasciarsi introdurre da lui nelle vie della storia, in ogni suo aspetto, era una vera e propria gara con se stessi, gara di memoria, di capacità di tracciare i  trionfanti archi di trionfo del pensiero sulla vasta e complessa  superficie storica e artistica che ne era l’oggetto.

Qui sopra, Gennaro Morgese. nelle altre foto il ponte della Sanità e la targa in ricordo di Maddalena Cerasuolo


  Non occorre ricordare che Gennaro Morgese era il figlio di quella Maddalena Cerasuolo che era stata la giovanissima partigiana, messaggera  contro i tedeschi in fuga, pronti a far saltare il ponte della Sanità, e quindi tutta la città, durante le Quattro giornate di Napoli.
Si deve a Gennaro il costante ricordo e la costante  partecipazione al glorioso evento,   anniversario de Le  Quattro Giornate di Napoli, che ha unito la volontà di tutti gli esponenti di quella pagina di storia che ha portato alla intitolazione del Ponte della Sanità a Maddalena, sua madre, giovanissima e appassionata partigiana alla quale la città intera deve la sua sopravvivenza, il suo resistere, il suo esistere.
La mostra intitolata a Ercole Farnese, la cui sede rispecchia da parte della città il desiderio di non spezzare fili tra il passato e il futuro, dovrebbe far parlare gli esperti per pagine e pagine. Sono stata fortunata ad ascoltarne gli allettanti collegamenti e a scoprire, tramite lui, quanto ci sarebbe ogni giorno da dire e da fare, affinché  il passato, e la sua memoria, non si dileguino nell’avanzare di un’ epoca immemore, e resti come vessillo e guida, ancora di salvataggio perché nulla sparisca, né le cose né quello spirito che le tiene in piedi  e legate  tra loro a far da tessuto permanente della nostra mente, del nostro credo, della nostra vita.
L’ampio operato di Gennaro Morgese, la sua resistenza contro le dissolvenze della memoria, la sua continua ricerca sulle radici profonde della sua ampia materia di ricerca e di studio, la consapevolezza dei ruolo della madre, dei piccoli ragazzi morti per la libertà e di tutta la vasta storia delle Quattro Giornate per le quali ha coltivato un culto quasi sacro possono venire sintetizzate in una frase scritta sotto l’arco della Certosa di San Martino, a proposito dei popolani di Napoli, che  nel 1547, laceri, male armati e soli in Europa, tennero lontano l’obbrobrio della Inquisizione spagnola dimostrando ancora una volta al mondo che il servaggio è male dei servi, più  che dei padroni.


Nel bel film le Quattro Giornate di Napoli, di Nanni Loy, del 1962, sono messe il rilievo le audacie e il senso di dedizione  e di tutto quanto costituisce quel bisogno di libertà dello spirito che ci è stato affidato e dimostrato allora.
Ce ne ha dimostrato gli esiti Gennaro Morgese con la sua stoica opera di ricostruzione di una parte fondamentale della nostra storia, e le medaglie che hanno decorato la giovanissima Maddalena Cerasuolo, sua madre,  suo nipote Ciro Capuozzo e gli altri ragazzi morti nel nome di una libertà ai quali è stata assegnata la medaglia d’oro e quella al valor militare.
Sono tutti presenti, sono ancora pronti a offrirsi in nome della libertà, sono ancora lì, a far da statue votive, o  da medaglie, al più grande dei valori nei quali l’uomo può credere, nel nome del quale offrirsi e  al  quale dedicare tutto, e in primo luogo se stessi: quei ragazzi, quei bambini, quello sciame di angeli arditi  ancora privi di volo che hanno dato l’addio alla vita senza e esitazioni e senza pentimenti, ma non si sono resi conto che  veniva tolto  alla loro anima appassionata, la possibilità di comprendere e di conoscere l’amore.
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