QUARTA E ULTIMA PARTE
La luce, diventata più fioca
, ci dice che il giorno giunge al termine e il dibattito al momento delle domande. Alla richiesta se ha mai sentito la presenza del divino, Bertinotti riferisce di essere figlio di una famiglia proletaria con la madre casalinga, profondamente credente e il padre macchinista ferroviario, socialista di tradizione anarchica ferocemente anticlericale.
Il padre, secondo lui uomo di grande fede, la domenica mattina, quando non lavorava, lo accompagnava sul sagrato della chiesa e veniva a riprenderlo quando la messa era finita, perché si doveva attraversare un viale pericoloso. Gli chiedeva cosa avesse detto il parroco e si innervosiva naturalmente quando il figlio raccontava qualche sua opinione sulla politica corrente.

Questo suo mondo, sospeso tra credente e non credente, si è protratto per tutta la vita. Nella vicenda sindacale il rapporto tra cattolici e sindacati, diversamente qualificante ideologicamente, è stato un fatto di fraternità. Molto autorevolmente è stato riportato che anche il non credente più ostinato non può essere disinteressato alla ricerca di fede e religione, perché questa ricade su tutti e su tutta l’umanità: è una ricerca obbligata dalla convivenza nella stessa umanità e nello stesso destino. Personalmente pensa che ci sono fedi diverse e che senza fede non esiste la possibilità di vivere una vita densa. Di più, senza fede la politica diventa miserabile: pura conquista e gestione del potere. La sua fede si chiama socialismo e si rapporta con quell’utopia, come padre Raffaele, che commuove quando parla del suo rapporto con Gesù, secondo cui si creerà una società di liberi e uguali: il sol dell’avvenire.

Qui sopra, particolare dell'opera di Laura Niola "Rinascita". Inalto, In alto, "l'incredulità di San Tommaso, dipinta da Caravaggio e custodita Nella Bilder Galerie di Potsdam in Germania
Qui sopra, particolare
dell’opera di Laura Niola “Rinascita”. In alto, “l’incredulità di San Tommaso, dipinta da Caravaggio e custodita nella Bilder Galerie di Potsdam in Germania

Questa fede lo ha ispirato; dirsi comunista è una condizione difficile quasi quanto quella di dirsi cristiano perché è un tendere a, un perseguire un obiettivo senza la certezza di poterlo realizzare. Questo orizzonte è quello che ha segnato non solo la mia vita pubblica, ma anche quella privata: una fede che, peraltro, mi ha consentito anche di considerare la fede prevalente nel paese in cui sono vissuto, cioè quella cristiana, come un elemento indispensabile, dialogicamente, della mia stessa esistenza.
A Nogaro viene chiesto se la sua fede qualche volta ha vacillato. La mia fede non è un credo: è un atto d’amore, è un’esperienza di vita, di incontro e credo che questo incontro con il Signore è stato sempre vivo, totalmente pregnante per me. Continua dicendo che ha sentito affermare che la bestemmia talvolta è necessaria. Lui, che non ha mai bestemmiato, dice di capire coloro che bestemmiano con sincerità cioè coloro che dicono tu ci sei,  perché avvengono questi fatti?
Oggi, quando sente parlare del silenzio di Dio, avverte che questo è un discorso evasivo, convinto, per esperienza personale, che Dio non è mai in silenzio e si presenta come Padre e soltanto come Padre anche quando nella vita succedono cose che non dovrebbero succedere.
Racconta, poi, il caso di un giovane papà, morto suicida. Lui gli è stato vicino prima e ha assistito successivamente la famiglia. Questo papà, che voleva un bene matto alla sua donna e al bambino, avendo perso il lavoro ripeteva io non posso tornare a casa perché vedo quegli occhi interrogativi di mia moglie più che del bambino e non so cosa dire.
Si è cercato di fare di tutto, anche delle raccolte di fondi eppure, benché promettesse di non fare un gesto tragico, ad un certo punto l’ha fatto. Con candore vi dico di avere perso le staffe anche con il mio Gesù e di avergli detto: ma che stai facendo? … è vero che la vita qui è provvisoria e siamo tutti pellegrini ma certe realtà non possono avvenire,  … sconvolgono.  Dopo di questo non saprei cos’altro dire. Dubbi di fede non ne ho mai avuti, l’amore non si smentisce mai.
La seconda domanda  che viene posta è la seguente: Non si è più capaci di sdegno e quindi di coraggio, di cambiare le cose perché si è  persa capacità critica, non si è più capaci di vedere e vivere la vita non da merce?
Per Bertinotti si è in una realtà molto contraddittoria e anche molto controversa. Ci sono i ragazzi e le ragazze che richiedono il rispetto della natura. In Francia si è al XXIX weekend in cui i gilet gialli spiegano alla società francese che non si può andare avanti così: ciò che emerge è un grido contro l’ingiustizia e contro la diseguaglianza. Intanto in una nazione come l’Algeria si poteva candidare un signore  che non si sapeva neppure se fosse vivo, perché in molti comizi appariva solo il suo cartone. Un esercito potente teneva sotto scacco il paese.
Una rivolta di milioni e milioni di persone dell’Algeria senza un atto di violenza, senza l’uccisione di un gendarme hanno manifestato per settimane e mesi. Ci sono numerose foto di queste piazze gigantesche riempite da moltitudini che fino ad un anno prima erano inesistenti. Lo stupore è ciò che fa accedere al cambiamento. Improvvisamente gli invisibili sono diventati visibili e da quel momento comincia la storia: è sempre così ripete Bertinotti,  e aggiunge che esiste il più grande centro di distribuzione di libri in Italia e si trova a Stradella, una cittadina nel nord Italia. Lì le potenze economiche hanno concentrato un centro di diffusione ad altissima tecnologia e quindi a bassa intensità di lavoro con una presenza, comunque, significativa di lavoratrici e lavoratori a cui hanno negato tutto.
I sociologi spiegano da anni che in questi luoghi si soffre, però, siccome non c’è più la costruzione della comunità e della solidarietà, non si è in grado di far valere le proprie ragioni. Questi lavoratori improvvisamente si fermano e il centro di distribuzione non è in grado di far arrivare i prodotti della Feltrinelli, della Mondadori e delle altre grandi case editrici italiane in libreria finché, dopo una settimana di scioperi a oltranza, si fermano con qualche concessione.
Uno stato di inesistenza di conflitto e anche di debolezza della partecipazione non dice che quella è una condizione durevole: è così in quel momento. La capacità di reazione può riemergere un domani in un luogo del tutto imprevisto. Se invece di guardare dall’alto si prova a guardare da dove nasce l’erba si trova che, anche nel paese in cui viviamo, le forme di autorganizzazione e di solidarietà, di accoglienza, di comunità e di lotta sono maggiori di quelle che noi possiamo immaginare. Riconosco che ciò che rende difficile l’emergere di questo fenomeno è una cosa di cui parlo malvolentieri perché è la crisi della politica e delle forme organizzate della politica che oggi non sono più in grado di dare a questi fermenti una sponda, un’occasione per poter crescere e quindi si dovranno trovare altri elementi.
Nogaro sente di dire a tuttiAmiamo la vita a ogni costo. Ci sono prove di ogni genere ma amiamo la vita e se amiamo la vita la difendiamo in noi stessi e anche negli altri. Io credo che la nostra presenza di uomini e di donne sulla terra sia soltanto per amare … amare a ogni costo e allora l’amore farà fiorire i giardini più belli del mondo … continuamente amiamo.

*** *** *** ***

Il chiarore del giorno, neutralizzando il fascio di luce, non consente la proiezione dell’immagine del Caravaggio sullo schermo bianco. Ora il buio della sera rende più nitide le dita di Tommaso che drammaticamente cercano di spingersi nella ferita del costato e intanto aiuta a riflettere. Con le tenebre cala l’umidità e il freddo, la rinascita primaverile sembra ancora lontana.
Nella mente ho un solo pensiero: chiedere come siamo arrivati a tutto e subito, a vivere  nello spasmodico soddisfacimento dei piaceri quotidiani, a non voler più costruire un futuro, alla disarticolazione del desiderio.
Le due domande hanno già occupato tutto il tempo disponibile; non ce n’è per questo quesito che occupa la mia mente e assilla i miei pensieri. Ho necessità di andare via, tornare a casa mi rasserena. Lo spazio che  ci ospita, oltre a costituire riparo e protezione, rappresenta il nostro primo universo, il luogo dove depositiamo le nostre esperienze, dove manifestiamo bisogni e desideri, intelligenza e ragione, dove ci prendiamo cura della nostra vita.

Uno scorcio della sla espositiva del palazzo delle arti di Capodrise
Uno scorcio della sala espositiva a Palazzo delle arti di Capodrise

Per giungere a casa devo salire i gradini di una scala ripida che metterà a dura prova il mio fisico ma anche i miei pensieri. Non potevo e non dovevo fare quella domanda. In fondo io volevo una risposta. Nulla che rassomigliasse a uno studio e una ricerca. La mia richiesta rassomiglia molto a quella dei ragazzi che voglio conoscere: tutto e subito. E c’è la scala con i gradini sempre più ripidi, sempre più alti. Devo percorrerli uno dopo l’altro, devo percorrerli tutti.
Raggiungo il terrazzo per riflettere. Osservo una colonia di formiche che, incuranti dell’orario, sono impegnate in una frenetica attività. L’esperienza di chi è passato prima ha lasciato una scia chimica e consente a chi viene dopo di segnare un tracciato per muoversi velocemente. Ogni componente porta il proprio bagaglio per il bene della colonia e quando quelle strade non portano altro frutto devono sperimentare nuovi percorsi.
Ogni generazione si è trovata davanti a situazioni problematiche e ha cercato delle proprie soluzioni. Non si possono demandare a altri quelli che sono i nostri compiti. Quelli prima di noi possono raccontare la loro esperienza, lasciare la scia di un possibile tracciato ma sta a noi percorrerlo, a noi verificare se quel tratto riesce ancora a essere fruttuoso o deve essere solo di stimolo per nuovi passaggi. Le tecnologie hanno modificato la relazione di ciascuno con lo spazio e il tempo e trasformato i rapporti e le relazioni. Per i più giovani queste trasformazioni sono particolarmente devastanti per la discrasia tra reale e virtuale, le disfunzioni nella formazione, la mancanza di un progetto con valori condivisi. Probabilmente c’è la necessità di una riflessione che abbracci tutti i settori dell’organizzazione socio-economica e culturale se si vuole trasformare il tatuaggio di quello studente e restituirgli con i sogni un futuro.
Un proverbio indiano dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze, una fisica, una mentale, una dei sentimenti e una spirituale. La tendenza generale è quella di vivere quasi sempre nella stessa stanza, ma a meno che non entriamo tutti i giorni in tutte le stanze, magari soltanto per arieggiarle, non siamo persone complete.
Mi fermo, con stupore sorrido mentre penso: La saggezza non ha latitudini.
(4.fine)
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Opera di Pietro Maietta, Senza titolo

TERZA PARTE
QUANDO L’INCREDULITA’ PUO’ ESSERE IL PRIMO PASSO VERSO LA FEDE
«Vengo da una generazione
che ha passato tanto tempo a distruggere il valore dell’utopia in nome di una interpretazione scientifica delle relazioni di classe, della storia secondo cui ciò che valeva era il socialismo scientifico e invece l’utopia andava buttata e gli utopisti erano come dei profeti disarmati».
Bertinotti accompagna queste parole coordinando il dondolio della testa con il movimento delle braccia e continua asserendo che quell’affermazione non era vera. Tanta parte del moto dei popoli era stata mossa dall’utopia, non come realtà inesistente ma come mondo che ancora non c’era. Il movimento della storia ha recepito, prima degli intellettuali, che l’utopia andava intesa come un tendere a, un poter guadagnare un orizzonte altrimenti impossibile.

Qui sopra, scultura in legno di Andrea Sparaco(Collezione permanente del Palazzo delle Arti di Capodrise)
Qui sopra, scultura in legno di Andrea Sparaco(Collezione permanente del Palazzo delle Arti di Capodrise)

L’incredulità può essere da una parte il cinico abbandono del destino liberatorio dell’uomo e della donna, dall’altro può essere il primo passo verso la fede. Si potrebbe indicare anche come l’individuazione della meta e la meta, non sempre, è fisicamente identificabile. In questo caso la meta può essere un orizzonte, quello che guida la ricerca.
Un proverbio ebraico, che può dare un suggerimento al superamento dell’incredulità verso la fede dice: «Quando ci si approssima ad  un territorio che non si conosce ma che si deve provare ad attraversare, bisogna individuare un sentiero: se qualcuno lo ha percorso  vuol dire che va ad una meta, a un luogo dove si possa vivere. Se però, guardando con attenzione, non si scorge alcun percorso, quello è il momento di mettersi in cammino».
Questa è l’utopia: la sollecitazione all’incredulo a mettersi in cammino.
Il secondo quesito che Michelangelo Giovinale, direttore artistico del Palazzo delle Arti di Capodrise, pone è: come superare l’incredulità rappresentata nel nostro caso dal dito di Tommaso.
«Fausto, argomenta Nogaro, dice che quando non si trova un sentiero da percorrere bisogna in prima persona iniziare il cammino. è quello il modo di affrontare la vita. La vita è il nostro ardimento e la nostra parresia [1], dice il Vangelo, che è più del coraggio: è tentare l’intentabile. Questo è il valore genuino dell’uomo».
E continua: «Non so dare una risposta, vorrei dare la mia esperienza di fede, credo di essere un credente ma non so dare una spiegazione della fede, io sono un amante».
 Ricorda di aver recentemente scritto un libretto in cui dice che Cristo è un amante dell’umanità, non come un dio d’umanità, che vuole essere riconosciuto e venerato, ma uno che va totalmente verso l’uomo e verso la donna.
«La mia fede, prosegue, è l’esperienza di un incontro. Sono un uomo come tutti, qualche volta con la testa matta. Io credo a Cristo perché lo amo; io sento un amore sconfinato per lui e l’amore sconfinato che sento per il Cristo per me è fede, risposta di vita e valore della mia esistenza. Sento che questo amore che porto a Cristo ha una corrispondenza, ha una risposta nell’amore che poi io rivolgo a tutte le persone. Credo di essere impulsivo, intempestivo, ma non credo di aver mai fatto preferenza di persona. A me non interessa l’etichetta politica e nemmeno l’etichetta morale. Credo di incontrare tutti, ogni uomo e ogni donna, con quella stessa simpatia e lo stesso amore che ho per Cristo. Per me la fede non è una ricerca o spiegare l’incredulità o la credulità; è aderire a quel Cristo che mi ha sedotto e io … mi sono lasciato sedurre».
Per Nogaro non ci si può meravigliare se gli altri abbiano la sua esperienza o abbiano una esperienza diversa. Ognuno ha la sua esperienza di fede proprio perché ognuno ha la sua esperienza d’amore. Ognuno rimane sedotto, se non è proprio sbalestrato, da un valore di vita. Per lui questo valore fondamentale di vita è la fede, ed è Cristo che gli garantisce la resurrezione.
Oggi non si pensa più, oggi si evade, tutto è diventato consumismo e l’uomo e la donna sono diventati merce proprio perché si ha paura della morte: si vuole approfittare di questo momento di vita con tutta la bramosia possibile. Non si pensa perché si ha paura della vita. Se si ama la vita si sa che la vita deve diventare resurrezione, deve continuare. Quando Cristo dice che tutti gli uomini e le donne risorgono e fornisce le prove di fronte alle quali Tommaso non crede, di fronte alle quali si fa fatica e sembra impossibile credere, bisogna usare anche la ragione e l’intelligenza per arrivare ad una convinzione. Sembra impossibile che l’uomo venga realmente trasfigurato e abbia una vita che continua per tutta l’eternità. «Io personalmente ho bisogno di questa vita, e lui me lo dice ogni giorno, anche se nella Chiesa preti e superiori mi hanno dato dell’eretico. Quando mi alzo sono sempre un po’ turbolento, arrabbiato con la vita, proprio come lo sono tutti. Ed io dico: Signore sai che ti amo, provvedi. Perdonate se con candore vi dico questo. Sento che lui mi risponde. Ho 86 anni ed ho avuto tanti acciacchi e sento che la vita è bella, a me piace. Anche adesso dico: Signore guarda io devo essere pronto ma se tu mi lasci qui, io sono contentissimo, lasciami più che puoi. Non saprei cosa vuol dire fede o non fede  per me la fede è soltanto la passione della vita».
Nel prendere la parola Bertinotti invita a riconoscere che adesso è difficile intervenire. Per farlo, dice, di volersi tenere a lato del ragionamento intenso dell’intervento precedente, espressione di una passione e di una fede che padre Raffaele ha regalato. Mentre ascolta si domanda come sia possibile che in un paese  in cui vivono tali testimonianze si possa assistere che a un vascello venga impedito l’attracco in un porto, condannando delle donne e degli uomini come noi, al rischio di morte, solo perché migranti.
Come sia possibile che, mentre si ascoltano delle parole così coinvolgenti e così intense, si produca una tale spersonalizzazione dell’uomo, della donna e della vita umana da non poter più essere considerati nella società civile come nella vita economica e sociale. Si assiste in modo crescente a delle forme di violenza sulla persona che forse per la prima volta non hanno più capacità di moderazione. Le varie forme di violenza, fino all’omicidio, sono cose terribili ma noi siamo stati abituati a considerarle e a irriderle pur in presenza di una motivazione.
Oggi si può uccidere gratuitamente. Ci sono frasi terribili.- Perché l’hai ucciso?- Perché volevo vederlo morire. – Non lo conoscevi, era solo un uomo come te. Non avevi ragioni particolari neanche di odiarlo perché non lo conoscevi. Mentre leggeva questa frase gli venivano in mente le dichiarazioni di alcuni contadini cuneesi. Interrogati da Nuto Revelli[2] i contadini che avevano fatto la I guerra mondiale (1917/18) alla domanda: – Ti ricordi quanti ne hai uccisi? rispondevano – Io non ne ho ucciso nessuno. E ancora – Hai combattuto nel Carso, hai sparato, come non hai ucciso nessuno? – La replica – Perché non li conoscevo.
Era esattamente la risposta opposta: l’antica civiltà contadina può uccidere, ma solo per odio perché considera nemica quella persona. Oggi si può uccidere gratuitamente ed è impossibile non vedere il salto di civiltà che si produce in questi due mondi. Bertinotti afferma poi di appartenere a una generazione che ha visto donne e uomini che, come ha spiegato don Milani, non avevano potuto godere del dono della formazione scolastica ma non dell’educazione, perché quella è stata trovata per altra via. Partecipando alla vita pubblica, attraverso i sindacati, i partiti, le lotte, sono diventate persone non solo in grado di discernere il bene dal male, il passato dal futuro ma capaci di conquistare dei diritti per sé e per gli altri.
Oggi al loro posto ci sono i rider, fattorini che portano delle merci a cui è rifiutato persino il contratto di lavoro, cioè la condizione di essere lavoratori, per poter negare anche i diritti delle persone. L’organizzazione economica e sociale generata, che andrebbe discussa anche politicamente, ha determinato una società nella quale i popoli sono stati depredati della possibilità di decidere sulle sorti della loro società. Dopo la vittoria contro il nazifascismo è la prima volta che accade questo. Fino a ieri, continua, attraverso lotte, sacrifici, partecipazione, costruzione di comunità, la democrazia temperava e riduceva le ingiustizie, mitigava e limitava le disuguaglianze: consentiva al figlio del lavoratore di andare all’Università, cosa che non era mai successa. Permetteva a chiunque di poter essere curato nella sanità pubblica indipendentemente dal suo reddito. Oggi non si decide perché si è deprivati di ogni forma di democrazia influente e si determinano delle condizioni in cui le diarchie[3] decidono.

Un'altra opera nella sala espositiva del Palazzo di Capodrise
Un’altra opera nella sala espositiva del Palazzo di Capodrise

Per questa ragione, quella che padre Raffaele ci propone, vale come testimonianza capace di moltiplicarsi fino a milioni di testimonianze. Chi poteva immaginare un anno fa che milioni di ragazzi manifestassero in tutto il mondo per salvare la natura? C’è un’assonanza tra l’enciclica del papa e le proposte di questi ragazzi.
Quell’enciclica parla precisamente della distruzione della natura e dell’umanità che produce questo tipo di sviluppo. Contemporaneamente sostiene che la riscoperta dell’umanità è quello che ci consente di fermarci sull’orlo dell’abisso e di ricostruire un tessuto e una società caratterizzata dall’umanità. In un tempo in cui si dice che c’è solo il deserto e vincono i talk show, come si spiega che milioni di ragazzi, non  interessati a nulla ma solo cooptati negli smartphone, cosa anche vera, scoprano il bisogno di costruirsi un futuro e manifestino per questo?
Monsignor Chiavacci, teologo che contribuì alla stesura della Gaudium et Spes, alla domanda se la tecnologia, la scienza e l’innovazione servono Dio o mammona ha dato una risposta che mi ha segnato per tutto il resto della vita. Servono a mammona, a meno che … a meno che dobbiamo mettercelo noi. Questo sviluppo del capitalismo finanziario, della tecnologia addomesticata, delle guerre, della distruzione della natura,… questa innovazione che pure ha prodotto un mondo inimmaginabile solo qualche tempo fa, che consente di vedere un amico dall’altra parte del mondo attraverso un tasto … questo mondo incredibile serve oggi mammona. Quei ragazzi ci dicono a meno che non prendiamo in mano il nostro destino…. ed io credo che le testimonianze di fede ci aiutino.
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[1] Parresia, dal greco παρρησία è composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto. Nel significato letterale è non solo la “libertà di dire tutto” ma indica anche la franchezza nell’esprimersi.
[2] Nuto Revelli Il mondo dei vinti  Edizione Einaudi 1977.
[3] Per diarchia (dal greco dìs doppio, arché comando) si intende un sistema di governo in cui due persone, o due soggetti giuridici, esercitano lo stesso potere (in genere il potere esecutivo) con pari dignità e autorità.
(3.continua)

SECONDA PARTE
QUELL’UTOPIA CHE MANCA AGLI ESSERI UMANI MODERNI

È Michelangelo Giovinale, direttore artistico e grande protagonista delle manifestazioni del Palazzo delle Arti di Capodrise che, partendo dall’opera di Caravaggio, ricorda la relazione tra fede e verità e pone come domanda il tema della mancanza di utopia [1]nell’uomo moderno.

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Qui sopra, il direttore artistico Michelangelo Giovinale

Per Nogaro non si cerca il miglioramento di se stessi se non si crede in qualche valore. Tutti quelli che sono in cerca della verità, tutti coloro che hanno la cultura per la vita e per il benessere personale e dei fratelli sono persone di Vangelo, anche se pensano di non credere. Cristo, continua, non è venuto a fondare una Chiesa né una religione; è venuto a fondare la coscienza dell’uomo, a fare l’uomo nuovo, a fare l’uomo della vita[2].
In cambio della vita non si può dare nulla: né ricchezze, né eredità, né fama; neanche la virtù e la santità valgono se non c’è la vita. Chi si occupa della vita sceglie anche la vera cultura che è ricerca dei valori dell’autenticità, si interessa del Vangelo che porta gli uomini e le donne di buona volontà a dialogare. Il vescovo confida che ha scelto questo dibattito con un po’ di dolore perché avrebbe voluto essere ad una manifestazione davanti alla Prefettura in favore dei migranti, uomini e donne dalla vita sofferente che non si possono trascurare in nome di una priorità: “soltanto l’uomo in quanto tale è il primo e soltanto la donna in quanto tale è prima”.
Relativamente al quesito posto, all’utopia (non luogo) contrappone il termine eutopia (buon luogo); con il primo non si comprende il percorso, con eutopia invece individua nel capitolo XIV[3] del Vangelo di Giovanni l’indicazione della via.
Il racconto diventa più intimo quando ricorda di provenire da una famiglia piuttosto ribelle nei confronti della Chiesa ma di aver sentito sin da bambino l’amore per Gesù. Pur avendo fatto tanti errori nella vita, ha sentito e sente di essere un chiamato. Anche se ha odiato i preti come il padre e lo zio, per amore di Dio sceglie di diventare tale. Per la Chiesa è sempre stato scomodo: a lui piaceva essere prete di strada, prete della gente.

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Capodrise: Nogaro saluta Bertinotti che, in basso, visita l’esposizione all’interno

Il suo trasferimento in Campania fu inizialmente sofferto. Dal carattere riservato, che deriva dall’essere friulano quando è arrivato a Sessa Aurunca non si aspettava un’accoglienza calorosa ed invece gli vengono incontro a presentarsi, a salutarlo e a dirgli addirittura che gli vogliono bene: aveva trovato il Paradiso. Da quel momento non ha più abbandonato il Meridione e anche quando i cosiddetti superiori hanno deciso di trasferirlo al nord, con il cuore rotto dal dolore, chiede di rinunciare a fare il vescovo e di rimanere nei dintorni di Sessa a fare il prete.
Fu allora che arrivò la sede di Caserta, era il Meridione, non poteva rifiutare. Il buon luogo non basta se nei momenti di apatia non si pensa ad una risurrezione della propria vita, se non si mette il cuore nelle cose, se non si smette di ripetere, come dice la televisione, che c’è il male dappertutto. Anche nelle persone più ostili c’è una sorgiva di bontà meravigliosa. In ogni uomo ed ogni donna che vogliono migliorare ed avere una vita nuova, si trova il desiderio di eutopia.
Per Bertinotti bisogna pensare che non sempre gli opposti si elidono; come in Fisica quando scocca la scintilla si può produrre con l’energia la visione del futuro. Caravaggio illustra gli opposti e lo fa con il linguaggio della pittura che va oltre la parola e si muove nel profondo dei sentimenti e delle emozioni. Avendo la capacità di parlare al colto e all’infimo allo stesso modo, di fronte alla tela del Caravaggio la persona più umile e quella con qualche presunzione di saccenza vengono messe sullo stesso piano: è l’emozione che produce la capacità di determinare la relazione e … intanto … c’è quel dito.
Più pessimista del “fratello” Nogaro, sulla capacità dell’uomo, in questo tempo e in questa parte del mondo, di affrontare il problema [4] del destino dell’umanità, si dispiace di aver sottratto monsignor Nogaro ai migranti che ne avrebbero fruito nella maniera di cui hanno bisogno.Bertinotti-visita-la-mostra-(2)
Quel dito, continua, che oggi spesso viene usato come ammonimento, come metafora di violenza nei confronti dell’altro, nella tela di Caravaggio è l’indicatore e il protagonista di una vicenda. Sembrerebbe che incredulità e fede siano opposti e riducibili; la tela ci dice che possono non esserlo. Perché non lo siano bisogna essere in due: se si è soli si vivono gli opposti come inseparabili e come inconciliabili. L’individualismo rende impossibile praticare l’amore, relazionarsi con l’altro, ricercare la verità.
Sull’incontro con l’altro, concorda con le parole di Nogaro: attraverso l’amore, quello che sembra irriducibilmente opposto viene trasformato e mutato dal dialogo. Tommaso è l’incredulo ma intanto che cos’è l’incredulità? Può essere più cose, a seconda delle condizioni dell’uomo e il suo modo di intendere la vita: una formula cinica con cui ci si distacca dagli altri, non si crede nell’utopia, non si crede nell’umanità, non si crede nel bene comune.
In questo caso l’incredulità diventa un’armatura che impedisce l’accesso agli altri, un muro che impedisce di vedere; spesso dietro il cinismo e la presunzione dell’incredulo si cela un’assoluta fragilità e debolezza. L’incredulità può essere anche altro: la via della ricerca, un modo per avvicinarsi alla vita. Lo diceva bene il cardinale Martini quando affermava che Senza il dubbio non c’è la fede. Gesù fa l’unica operazione possibile per superare l’incredulità, quella di accoglierla. Mostra il costato contraddicendo il precedente non mi toccare[5] perché interviene l’elemento dell’amore e legge l’incredulità di Tommaso come una soglia di accesso alla verità; in questo modo l’accoglienza determina la caduta dell’incredulità.
La verifica della verità si potrebbe assumere come una metafora, non solo del rapporto tra incredulità e fede ma anche del rapporto tra scienza e fede e tra ricerca empirica e fede. Può essere che la scienza, come la tecnica, abbia un delirio di grandezza; può averlo specie in una società capitalistica nella quale le stesse possono essere sussunti al profitto e al capitale, diventare persino leve dell’accumulazione capitalistica. In questo caso si può produrre un delirio di potenza in un mondo alle soglie dell’intelligenza artificiale.
Può succedere, invece, che la scienza nel muovere la ricerca, come nel nostro caso, fa si che l’incredulo si affidi all’esperienza e la fede, invece di chiudersi e di rifiutare l’esperienza empirica in nome di un elemento dogmatico, l’accoglie dentro di sé. Questo elemento può produrre l’evoluzione di entrambi i termini della relazione, tra quello che accoglie e quello che si fa accogliere, nella costruzione di una relazione d’amore, un richiamo a quell’utopia che padre Nogaro ha introdotto come elemento evolutivo. Allora non bisogna farsi bloccare dagli opposti come se realtà e utopia fossero termini inconciliabili. Lo sono quando la realtà viene ipostatizzata in una ideologia, non quando la verità è verificata dall’esperienza concreta.
Oggi non sono morte le ideologie, ne è rimasta solo una in piedi: è l’ideologia del mercato della competizione, della concorrenza, del predominio delle merci sulle relazioni umane. Un signore da cui in qualche modo mi sforzo di derivare ci ha spiegato che il feticismo delle merci ad un certo punto dello sviluppo capitalistico trasforma la relazione tra gli uomini in relazioni tra merci.
Non si è più padroni del proprio destino, si è assunti dentro una corazza che trascina proprio perché si è ridotti a merce. Quando questa realtà viene ideologicizzata, fino ad apparire naturale, non c’è il portato della storia c’è, invece, la disoccupazione, la diseguaglianza, la povertà; c’è come dice papa Francesco lo scarto. Ridotta la pluralità non c’è più l’altro, l’utopia è consegnata al regno dell’inesistente perché la realtà attuale viene considerata unica e immodificabile, priva di valore e anche di disvalore, e ciascun individuo, semplicemente una rotella di questo ingranaggio.
Al contrario, quando una capacità critica nei confronti della realtà esistente vede e si ribella alla diseguaglianza si affaccia anche l’utopia che può essere esattamente come la speranza. Una speranza che può essere banalmente consolatoria se si sta e si vive in un mondo che non piace ma si fa finta di non saperlo e si pensa di non poter fare niente per cambiarlo. In alternativa c’è una speranza di chi agisce perché l’amore trionfi, di chi agisce perché si conquisti la verità.
Questa speranza che ritrae un modo dell’agire simboleggia nella persona quello che l’utopia rappresenta per le grandi masse. La frase di Martin Luther King non era una banalità: “Se sogni da solo, il tuo sogno resta un semplice sogno: se sogniamo insieme il nostro sogno diventa realtà”. L’utopia è esattamente questo.
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                                          (2.continua)

[1] “Un’utopia è un assetto politico, sociale e religioso che non trova riscontro nella realtà, ma che viene proposto come ideale e come modello” http://www.treccani.it/vocabolario/utopia/

[2] “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde (la vita) (Luca 9,22-25)[3] “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.  Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;  quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” Giovanni 14,1-4
[4]Il problema del destino dell’uomo e dell’umanità.
[5] Giovanni 20, 17. In effetti Gesù dice alla Maddalena: “Non toccarmi, (tradotto di recente con non mi trattenere), perché non sono ancora asceso al Padre, ma ora va’ dai miei discepoli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.

La corte del Palazzo delle arti
La corte del Palazzo delle arti di Capodrise

PRIMA PARTE
QUANDO NEL MONDO VINCONO L’INDIFFERENZA E LA CULTURA DEL DUBBIO


Il caldo è torrido e dai basoli si leva un’aria calda che in lontananza distorce le immagini e sfuma i bordi.
Sono le ore 15.00 del 26 luglio 2019, piazza S. Eligio è deserta come le strade dintorno, come la grande piazza Mercato stremata dal blocco dei lavori. L’inettitudine e il disinteresse ci consegnano uno stato dei luoghi che ben fotografa la condizione delle attività economiche di quello che, una volta, era un operoso centro commerciale.
Mentre salgo in auto, si avvicina un giovane studente che conoscevo bene. Mi dice, con faccia contrita, di essere stato di nuovo bocciato. Anch’io mi interrogo: sono riuscito a fare  quanto in mio potere per lui durante l’anno? Mi accorgo subito che io non lo sto ascoltando, i  miei pensieri sono diretti alla mia persona, ancora una volta non lo vedo. Cerco di recuperare. Mi accorgo che ha un tatuaggio che copre quasi tutto l’avambraccio. Chiedo informazioni, si anima: me lo mostra, lo descrive; racconta particolari sulla sua realizzazione. Ciò che vi è scritto è significativo: “Senza futuro ma pieno di sogni”.
Sintetizza in modo esemplare le riflessioni del periodo, mi consente uno sguardo su un mondo che lambisco ma che non conosco, mi fa scontrare con un nuovo concetto di spazio e tempo che le tecnologie hanno notevolmente modificato. Una espressione che spegne, con il futuro, quelli che “una volta” erano i “nostri” sogni giovanili, le nostre proiezioni nel tempo, tutto quello che noi chiamavamo “desiderio”.
Il termine desiderio, deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella. Alcuni danno al prefisso de il significato di allontanamento … togliere lo sguardo dalle stellemancare di cose o persona bramata. Per altri la particella de e il verbo siderare indicano … fissare attentamente le stelle o fissare cupidamente lo sguardo ad una cosa che attrae. Nell’uno e nell’altro caso desiderare significa avvertire la mancanza di quei buoni presagi e dei buoni auspici. Nell’accezione corrente viene anche intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata verso cui convergere con tutte le proprie forze. Una ricerca appassionata che fa parte delle esperienze degli uomini e che, come le radici di un albero, sanno nutrire, con la chioma, il futuro.
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Il giorno del rientro nel luogo natio
dopo una settimana di lavoro è sempre piacevole e sovraccarico di programmi; si ha sempre l’illusione che ci sia tanto tempo da dedicare ad altro. Venerdì 24 maggio 2019 è particolare: al Palazzo delle Arti di Capodrise c’è il confronto tra Fausto Bertinotti e Raffaele Nogaro che ha per tema “Col dito di Tommaso. L’incredulità dell’altro”.

Qui sopra, palazzo delle arti di Capodirsi. In alto, L'Incredulità di San Tommaso, realizzato tra il 1600 e il 1601 da Caravaggio(Bildergalerie di Potsdam, Germania)
Qui sopra, ancora lo spazio espositivo permanente in provincia di Caserta

Nel programma è scritto che il dibattito verterà sulle ragioni dell’incredulità in un tempo in cui il dubbio è divenuto cultura, la fede, un cammino tortuoso, e la diffidenza il sistema che governa le relazioni fra gli uomini e i popoli.
All’arrivo un mio vecchio compagno di scuola mi trattiene ma io ho necessità di non fare tardi. Mentre raggiunge gli altri, che siedono sullo spazio antistante il Circolo Sociale, mi tranquillizza sui tempi: altre persone sono appena passate per andare alla manifestazione. L’incontro si tiene nel cortile del palazzo delle Arti di Capodrise ed è condotto dalla giornalista Annamaria La Penna che, dopo aver ricordato la tematica dell’anno “Attraverso”, introduce il dibattito ricordando che l’occasione, per riflettere e confrontarsi, è data da un’opera del 1601 di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio “L’incredulità di San Tommaso”.
È il sindaco Angelo Crescente, anima profonda e colta di questo risveglio culturale che ha avuto il coraggio di puntare sulla ricerca attraverso le arti per far crescere la propria comunità, a fissare i limiti e centrare l’argomento. Nel suo breve ma incisivo intervento utilizza tre parole chiave: Didimo, esperienza e meraviglia.

Un momento del dibattito Nogaro/Bertinotti. In basso, il sindaco Angelo Crescente
Un momento del dibattito con Nogaro e Bertinotti. In basso, il sindaco Angelo Crescente

Il termine aramaico Tommaso era tradotto in greco con Didimo (Gemello in italiano); poiché l’evangelista Giovanni riporta più volte la traduzione greca, significa che per capire il personaggio, bisogna partire dal significato del suo nome, occorre capire in che cosa consiste questa sua qualità di gemello. Quando Gesù annuncia la morte di Lazzaro e rende noto la decisione di voler tornare in Giudea, agli apostoli spaventati Tommaso parla con piglio coraggioso: da discepolo è pronto a seguire il maestro fino alla morte [1].
Durante l’ultima cena, quando Gesù si rivolge ai discepoli e annuncia di andare a preparare un posto per loro, perché essi siano insieme con lui, Tommaso interviene dicendo di non sapere dove andare[2]. Era disposto ad andare con lui senza sapere dove, se non sa dove va Gesù, vuol dire che non ha capito molto di quel che stava dicendo, che sta andando senza sapere dove. In Tommaso c’è da una parte l’entusiasmo di andare, dall’altro l’incertezza di non sapere la strada da percorrere; molto probabilmente un’ignoranza non di conoscenza ma legata alla volontà di andare, un rifiuto, forse inconscio. Mentre è pronto a seguirlo, di fatto non vuole seguirlo perché in fondo quello proposto è un percorso fatto di umiliazione e morte; necessita di una scelta personale forte. Forse in questa scelta possiamo trovare  il significato di “gemello”.
Il gemello è un doppio, è una figura duplice e difatti Tommaso, che significa gemello, è caratterizzato dal doppio, si presenta come un personaggio doppio. Sembra ricordarci che c’è una differenza tra la teoria e la pratica, fra il dire e il fare. La parola “doppio” in italiano dà origine ad un’altra parola, sostituendo la “o” con la “u”, e la “p” con  la “b”, si da origine al “dubbio”. Il dubbio non è altro che un doppio; il dubbio è la condizione in cui si hanno davanti almeno due possibilità e non si sa quale scegliere. Il dubbio è un bivio, è l’occasione della scelta tra due prospettive. Naturalmente è già importante accorgersi che bisogna scegliere, porsi un dubbio vuol dire verificare che quando ci sono più strade bisogna scegliere qual è quella giusta. In questa dualità, che impone una scelta, si rivela la caratteristica di Tommaso, personaggio che attraversa le epoche e interroga le generazioni di tutti i tempi.
Il secondo termine esperienza è legato a quanto avvenuto la domenica di Pasqua, quando il Risorto si presenta nel cenacolo ai discepoli, e Tommaso non era con loro. Di fronte alla testimonianza degli apostoli, Tommaso pone la necessità di vedere [3], chiede una verifica, un intelligente riscontro e la figura di Cristo, che non si sottrae alla prova empirica, lo accontenta. Alla Maddalena aveva detto: “Non mi toccare”, a Tommaso offre la possibilità di mettere il dito nelle piaghe delle mani e del costato.Foto-4-Angelo-Crescente-Sindaco
Quello che caratterizza l’aspetto della conoscenza e dell’esperienza  è la meraviglia. La meraviglia può essere messa in rapporto all’essere ma anche in rapporto al nulla. Che cosa ci sia di attuale in tutto ciò. Qui c’è da parte di Angelo una nota di pessimismo: “Oggi l’uomo contemporaneo è un uomo che non sa più meravigliarsi, è un uomo che non sa più interrogarsi, un uomo che si lascia indifferente davanti a tutto, sia di fronte alle realtà della Terra, sia di fronte a quelle dell’oltre”.  (1.continua)
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  [1]«Andiamo a morire con lui» (Giovanni 11,16)
 [2]«Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». (Giovanni 14,5) Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita». (Giovanni 14, 6
  [3] «Se non vedo, se non metto il dito, se non metto la mano, non crederò» (Giovanni 20,25)

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