Dimenticare il brutto del quotidiano. Andare, per una full immersion nel bello, al Museo di Capodimonte. Che non ha la pesantezza tipica di un museo perché è una Reggia. Accogliente e ariosa, è stata appunto costruita, nel Settecento, dal Re Borbone, per contenere opere d’arte. E per abitarvi, contemplandole.
Oggi, ogni visitatore può girarvi nelle sale come un Re. La sensazione, per anni appannata, di trovarsi in una Reggia, è stata, da qualche tempo, ritrovata per l’attenta manutenzione di cui ora è oggetto l’edificio e per l’atteggiamento diverso del personale nelle sale, che ha abbandonato la sciatteria disinformata di un tempo. In più, da qualche settimana, l’illuminazione con centinaia di lampade a led ha creato, nel Salone delle Feste, la scintillante atmosfera di una fiaba principesca.
Mentre la “Flagellazione”, la famosa opera di Caravaggio (1571/1610) custodita qui, in una sala tutta per sé, è ora circondata da una cornice coeva che, in  complesse fitomorfiche curve, esprime il naturalismo barocco napoletano e storicizza l’artista, non più nume avulso dal tempo, riportandolo all’epoca sua. Il parco (grande due volte quello di Caserta.) che circonda la Reggia suggerisce chiaramente come l’arte si ispiri alla natura. Intorno all’edificio, i prati ora sono ben curati e c’è  la vista del mare dal Belvedere liberato dalla siepe che ne impediva la vista.


Questa sorta di révolution heureuse nella Reggia e nel Real Bosco riguarda anche la strategia culturale che vi viene attuata. Attenta a non  abbassare il livello della comunicazione culturale, diversamente da quella che ha l’unico fine di ottenere un maggior numero di visitatori, questa strategia mira a educare il pubblico all’arte e al bello sollecitandone le capacità e l’attenzione.
Un esempio ne è la mostra (dal 21/12/18 al 15/5/19)  “Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere”, intelligente nella impostazione, ricca di stimoli e di idee. Una sua originale caratteristica è l’attuale mancanza del catalogo, che sarà pubblicato al suo termine, per contenere i pareri degli esperti che converranno in un convegno internazionale e le osservazioni, i suggerimenti e i desideri dei visitatori.
Le 120 opere tirate fuori dai depositi (il 20 /100 circa di quelle lì conservate) sono dipinti, ceroplastiche, gessi, marmi, tessuti e armi, porcellane e terracotte. Tutte di pregio. Non sono presentate secondo una successione cronologica, secondo il prima e il dopo. Ma sono collocate in modo che si trovino vicine tra loro quelle che hanno tra loro delle analogie.
Qui si sfida anche il visitatore a trovare degli elementi in comune tra opere diverse e, in base a questi, raggrupparle e magari scoprirne lo sconosciuto autore. Se la prosa letteraria ha un linguaggio razionale, quindi pressappoco univoco, l’opera figurativa, invece, è, a suo modo, polivalente. Le somiglianze, quindi, possono trovarsi in base  a diversi elementi. In base alla materia usata, al colore, alla tecnica, al tema rappresentato, all’aspetto che vi viene evidenziato….Ogni opera racconta una sua storia, tutta ancora da scrivere.
Da un’ attenta osservazione delle opere si comprende anche la fallace superficialità del detto “Non è bello quel che è bello. E’ bello quel che piace.” Perché il Bello oggettivamente esiste. Ma piace all’osservatore quell’aspetto dell’opera d’arte che gli è più consentaneo, e quindi più per lui comprensibile. A questo si deve anche il criterio secondo il quale le opere sono state mandate nei depositi, da cui ora sono state tratte per questa mostra.
Vi sono state mandate perché non erano consentanee al gusto o al clima politico all’epoca o alle preferenze del critico al tempo più in auge. In proposito c’è l’eclatante esempio di Caravaggio (1593/1610), molto apprezzato ai tempi suoi ma poi a lungo tenuto in non cale. Finché, nel Novecento, un critico che allora andava per la maggiore, Roberto Longhi, lo riabilitò. Perché -come ancora si dice- a suo avviso Caravaggio aveva avuto il pregio di porre in primo piano la povera gente con i suoi piedi sporchi. Sebbene un valore maggiore potrebbe attribuirsi alla sua cancellazione, con la resa del buio, dello spazio canonico e la creazione, a volte, di uno spazio diverso, formato dai movimenti delle persone. Come nelle “Sette opere di Misericordia”, la prima opera che l’artista geniale produsse al suo arrivo a Napoli.
Tra i liberi accostamenti che in questa mostra si realizzano, c’è il confronto ravvicinato tra i personaggi ritratti nelle opere dell’Ottocento e in quelle del Seicento napoletano. Da cui appare chiara la diversissima sensibilità tra le due epoche. Il sentimentalismo ottocentesco rivela lo studio dei sentimenti, risentendo dello storicismo letterario, del positivismo e dell’eredità del neoclassicismo. Il Seicento napoletano rivela un’abundantia cordis irrefrenabile e la sensualità di una carnalità dirompente.
Tra le tante opere citiamo la veduta seicentesca di una irriconoscibile Messina, che dai terremoti, epocale quello del 1908, fu travisata del tutto. Ma, a prescindere dai luoghi, questa veduta rivela, nello stile della composizione avvolgente,  i suoi rapporti con l’arte napoletana. E ci viene in mente Antonello (Messina 1430/1479).
Molto interesse suscitano, tra gli oggetti in mostra, anche quelli portati in Europa dal Capitano James Cook e poi donati a Ferdinando di Borbone da Lord Hamilton, ambasciatore inglese presso la Corte Borbonica. Sono armi, un copricapo, una maschera di pelle e e altri oggetti provenienti dall’Oceania. Che testimoniano il senso della bellezza e dell’arte di un popolo ritenuto selvaggio. E suggeriscono un modo di vivere altro ma non per questo meno felice.
Nella stessa sala, statuette in terracotta riprendono precisamente le figure e gli abbigliamenti di popoli esotici vestiti nei loro abiti tradizionali. Sono riproduzioni perfette. Ma poco suggestive. La conoscenza storica è fatta anche di immaginazione. Prendendo spunto da tutti questi oggetti, Carmine Romano, curatore della mostra insieme a Maria Tamayo e ad altri collaboratori, tra cui Linda Martino, ha raccontato una storia su Ferdinando di Borbone. Questi, personaggio vitalissimo, amante delle donne e del suo popolo, con cui, quando poteva, si mischiava festaiolo, durante una festa carnevalesca del 1748 si era abbigliato alla turca secondo una moda esotica di fantasia. Un pittore francese, Joseph-Marie Vien (1716/1809), lo ritrasse insieme ai suoi e portò questi dipinti a Londra. Dove i membri dell’ambasciata turca li videro, e, rimanendone suggestionati, si abbigliarono a quel modo di fantasia. Se l’arte copia la vita, a volte anche la vita copia l’arte.
Le opere in mostra ritorneranno nei depositi? Sulla loro sorte non si hanno ancora notizie precise. Mentre c’è in progetto la creazione di un altro spazio espositivo in un grande edificio nel Real Bosco, quello che si trova di fronte la Reggia. Ma, nel frattempo, meglio andare a visitare queste “imperdibili” opere, prima che vadano in qualche deposito. E scompaiano alla vista.
LA MOSTRA
Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere 
Fino al 15 maggio
Per saperne di più
http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/depositi-di-capodimonte-storie-ancora-da-scrivere/


Nelle foto, in alto, il dipinto di Francesco Jacovacci su Michelangelo che rende onore al cadavere di Vittoria Colonna: al centro tra  l’Adorazione di postiglione e i piatti in pietra serpentino, i cimeli del capitano Cook