Qui sopra, la copertina. In alto, un'immagine di Napoli
Qui sopra, la copertina. In alto, un’immagine di Napoli

Innamorato delle parole di Partenope. Ne trasformava la storia in una favola, incantando ascoltatori e lettori. Renato De Falco era il signore dell’Alfabeto napoletano, proposto nella rubrica omonima trasmessa dai Telelibera dal 1983  al 1997  in 500 apparizioni. Lui, in giacca e cravatta, spontaneamente elegante. Quelle voci le raccolse nel libro pubblicato da Colonnese, da poco riproposto con lo stesso marchio editoriale nella versione curata dal figlio Vincenzo.
Negli anna ottanta, glo amati vocaboli l’avvocato li centellinava anche sulle colonne del settimanale Napoli oggi guidato dall’ex direttore del quotidiano Il Mattino, Orazio Mazzoni, suo grande amico, in uno spazio fisso, sotto il titolo Il napoletano che parla con  la passione dello studioso che accumulava nella biblioteca della propria casa, al corso Vittorio Emanuele, pile di  volumi dove immergere la curiosità della ricerca.
E il napoletano ne ha fatta di strada  grazie a lui, invitato, negli anni novanta, dallo scrittore francosiciliano,  civis neapolitanus dal 1994, Jean-Noël Schifano, direttore dell’Istituto francese di Napoli, a tenere conferenze sulla lingua partenopea a Palazzo Grenoble, in via Crispi. Mentre la maggioranza degli intellettuali di Napoli aggrottava le sopracciglia per quella presenza, con ottuso scetticismo, diradatasi nel tempo. Smemorati, proprio questi, in seguito, hanno sollecitato e promosso persino l’insegnamento scolastico e universitario del napoletano.
Indimenticabile avvocato gentiluomo. Mai prolisso, gioioso come un ragazzino alla festa dei suoi 80 anni in un bell’albergo napoletano, dove intrattenne gli invitati anche con  la sua saggezza linguistica in schegge di chiarezza narrativa.
Basta sfogliare la nuova edizione di Alfabeto napoletano per rendersi conto di quanto il suo stile sia discorsivo, affascinante e contemporaneo: conduce per mano il lettore come una persona di famiglia e lo accompagna nelle strada letteraria dei termini, svelandone etimologia e uso.
Partendo da abbabbià’ e dalle variazioni sul tema che generano babbeo e altro. Babbeo, specifica l’autore, indica un tipo sempliciotto, credulone dai torpidi riflessi. Sempre al maschile e mai al femminile… perché non è facile abbabbiare (ingannare) una donna.
Camminando ancora tra i sentieri della A, incontriamo accio che fa rimbalzare nell’occhio della mente di chi legge l’immagine del verdummaio con il suo carretto  che grida a squarciagola per  convincere le signore di passaggio a comprare  l’indispensabile ingrediente per la zuppa di fagioli.
C’è poi la guantiera ritenuta erroneamente da molti una parola italiana: è il contenitore takeaway per i dolci e dalla J spunta la jacovella nel suo significato attuale di  comportamento superficiale ma pure in quello remoto di tenerezze affettuose documentato con citazione, tra le altre, dalla Gerusalemme Liberata, tradotta in napoletano nel ‘600 da Gabriele Fasano.
Fa luce su un altro equivoco, De Falco, quando giunge al verbo rizelarsi utilizzato spesso dai giornalisti campani e da persone di collaudata cultura. Inutile affannarsi a trovarlo nei dizionari italiani, non esiste. Equivale a risentirsi e  deriva dalla parola greca zelos che evoca invidia, ma ugualmente animosità.
Chiude le sorridenti passeggiate filologiche zumpà, verbo allegro e arioso che aggiunge qualcosa in più al nazionale saltare, balzare, guizzare. Vi travolgerà anche dalle canzoni della Vecchia Napoli dell’indimenticabile Roberto Murolo. E se, una volta terminata la lettura dell’Alfabeto, avrete voglia di ascoltare l’avvocato dal vivo, basta  cliccare su youtube per sintonizzarsi sulle sue impareggiabili conversazioni. Ironiche e colte.
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