Gli italiani e il risparmio. Quanto pesa il portafoglio tra le diverse aree del paese? Nel 2016 la ricchezza finanziaria delle famiglie (valore mediano) era così distribuita: Nord 7.272, Centro 9.000 e Sud 3.048. A confermarlo è il Secondo Rapporto AIPB-Censis dal titolo “Gli italiani e la ricchezza” (Ottobre 2019).
Emerge un’Italia divisa almeno in tre parti differenti, la ricchezza finanziaria delle famiglie del Centro risulta essere tre volte maggiore a quella del Sud (e Isole) ed è più del doppio la distanza tra le famiglie del Nord rispetto a quelle del Sud. Sorprendentemente si allarga la forbice tra Nord e Centro, da un lato, e Sud e Isole, dall’altro.
Gli italiani risparmiano a prescindere dalla contrazione degli investimenti pubblici e privati nell’economia reale (settore immobiliare, imprese, innovazione, infrastrutture).
L’accumulazione del risparmio che ha visto, anche nell’ultimo decennio, un paese ai margini dell’Europa produttiva, con livelli di crescita vicini allo zero e il rallentamento dello sviluppo del ben-essere individuale e collettivo, stacca ancor più la propensione all’investimento. In altri termini le famiglie hanno paura della crisi economica e tendono ad accumulare risparmio piuttosto che investire nell’economia. E’ la percezione del presente che determina la mancanza di futuro.
Il risparmio, quindi, passa da elemento di modernizzazione del paese e mezzo per la crescita economica, a strumento funzionale ai propri bisogni futuri. Non è solo una condizione psicologica, di per sé già grave, ma di mancata fiducia del sistema di relazioni socio-economiche e di una determinata modalità sociale.
Gli investimenti privati, innanzitutto il risparmio, diventano fondamentali per lo sviluppo dell’Italia, assieme all’economia pubblica, visto che gli stessi valgono oltre 4.200 miliardi di euro.
Secondo lo studio analizzato, le famiglie italiane, se da un lato nutrono diffidenza nell’esercizio d’impresa e non mettono in gioco i propri risparmi, dall’altro ritengono non più sostenibile un modello di welfare statale d’iniziativa pubblica finanziato attraverso la fiscalità generale. Sono strette tra la mancanza di futuro, la soddisfazione dei propri bisogni e dalla necessità di adoperarsi per la crescita del sistema Italia.
La soluzione, secondo il Rapporto, risiederebbe nel ruolo del Private Banking. Ovvero l’offerta di una serie di servizi bancari e finanziari forniti a clienti privati di alto profilo dotati di patrimoni importanti.
Lo Stato dovrebbe far leva, secondo questo ragionamento, verso quei gruppi sociali che disporrebbero di risorse decisive per l’economia italiana. Io penso altro.
L’ipotesi portata avanti risulta quantomeno bizzarra. Lo schema proposto non si interroga per niente su una ripresa degli investimenti pubblici, sul ruolo dello Stato nell’economia, sulla valorizzazione di infrastrutture strategiche per il paese. In questo modo le sorti di aeroporti, autostrade, reti digitali, messa in sicurezza del territorio, cura del patrimonio esistente, diverrebbero prerogativa del privato che non ha nessun interesse a riequilibrare i rapporti tra le varie aree del paese, quindi a recuperare il gap tra Nord e Sud, proprio a partire dalle infrastrutture.
In buona sostanza, perché un privato dovrebbe convincersi a investire il proprio denaro in opere pubbliche, vista la diffidenza verso la politica, il rischio di dover sopportare ritardi, burocrazia, sprechi, inefficienza e corruzione? Se supera tutte queste “barriere” è per vedersi riconoscere un  guadagno alto, una profittabilità che non deve necessariamente caratterizzarsi per la difesa dell’interesse pubblico come elemento prevalente. Allora, a chi conviene affidare ai grandi risparmiatori privati, attraverso la mediazione delle banche per il prestito del denaro, quelle opere pubbliche fondamentali? E perché lo Stato dovrebbe rinunciare ad un ruolo che gli è proprio?
Consegnare il tema della ripresa degli investimenti a un soggetto che non è “pubblico” serve a far crescere quel risparmio già presente nei portafogli dei privati del Nord e del Centro, a tutto discapito del Sud, aumentando quella condizione di squilibrio territoriale e l’allontanamento da quel corpo indivisibile dello Stato unitario di tutto ciò che esiste al di sotto della linea del Garigliano.
A rimetterci è anche e soprattutto la filiera istituzionale, a partire dagli enti periferici territoriali nella qualità di espressioni primarie del territorio, agenti con titolarità pubblica in grado di tracciare la mutevolezza legata alle modifiche sociali, economiche e logistiche dei singoli luoghi amministrati.
Insomma, la governance del territorio e lo sviluppo infrastrutturale non possono prevedere “deroghe” a quella ratio pubblica che nasce per dettare le regole e non subirle. Non si può, in ultima istanza, permettere la “spersonalizzazione” dell’investimento pubblico a vantaggio di quello privato. Se di sano rapporto tra i due elementi si deve parlare lo si faccia in un rapporto di reciproca convenienza, dove la parte pubblica ne traccia la inderogabile cornice regolamentare.
Se la linea immaginata dal Rapporto del Censis dovesse concretizzarsi verrebbero meno quelle forme di democrazia, diretta e partecipativa, capaci di assicurare eguali condizioni tra parti diverse dell’Italia.
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In foto, i trulli di Alberobello, in Puglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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