Ripensare la struttura fisica delle città è uno dei primi suggerimenti che ci offre il Covid19 – 19, il territorio come nuova opportunità di incontro in condizioni di sicurezza. Sembrerebbe questo il tempo per ri-progettare una diversa centralità urbana che sappia affiancare all’elemento identitario lo sviluppo comunitario ed i rapporti tra persone, senza rischiare di ammalarsi.
Le due crisi, quella sanitaria e quella climatica, si intrecciano in maniera perversa. Lo stare chiusi in casa per la paura del coronavirus sollecita molto meno l’ambiente, la riduzione del traffico mette sotto controllo i livelli di azoto e le polveri sottili. I più grandi inquinatori della terra, a partire dalla Cina, hanno fatto registrare nei loro paesi un miglioramento della qualità della vita in questi mesi. Da questo punto di vista ne traggono giovamento tanto le città europee quanto quelle americane; da Los Angeles alla Pianura Padana, da Seattle alle città del sud Italia.
Ma la pandemia sta comportando anche una crisi economica mondiale, devastando interi settori produttivi primari. Sta lasciando sul campo sedi di produzione e livelli occupazionali, sta precarizzando ancor più il lavoro, sta espellendo i diritti conquistati e relegando ad ulteriore invisibilità quella economia informale spinta verso condizioni di povertà estrema.
Un virus prepotentemente a-democratico che sottrae campi larghi, riduce i livelli di rappresentanza e schiaccia la rivendicazione di ulteriori diritti di cittadinanza, polverizza e frantuma battaglie di avanzamento sociale, rende invisibile e neutralizza quella fisicità necessaria ad affermare lotte per avvicinare l’orizzonte.
L’umanità non può pensare di vivere meglio e più a lungo alleandosi con un veleno che offre morte. E’ un grande paradosso, non possiamo assecondare questa follia.
Ecco perché le città assumono forza dirompente se sanno difendere accettabili livelli di qualità urbana. Ma non se ne esce così come siamo stati abituati a questi spazi, saturi di scempi edilizi e di pericolosi “vuoti”.
Questa crisi sanitaria ha messo in discussione i luoghi di comunità e i beni comuni, ha limitato l’uso degli spazi culturali e l’approccio turistico al territorio. Ha spezzato le gambe ad una miriade di professioni che vanno dalle arti allo spettacolo, dall’intrattenimento e svago al trasporto pubblico locale. Ed infine esclude proprio gli enti locali, ovvero le città.
E’ venuto il momento di modificare struttura, ruolo e modo di funzionare della città, finanche la sua immagine. Facciamone dei luoghi innovativi senza più costruire, densificare e cercare processi di ampliamento; partiamo dal costruito e dall’identità residua, riqualifichiamo ciò che esiste già e buttiamo via quello che non ci serve.
Mettiamo al centro della discussione il consumo di suolo zero, il riuso e la rigenerazione urbana. Lo spazio pubblico, quello costruito e quello abitato, vanno riorganizzati secondo il criterio della città collettiva. La forza delle decisioni deve essere esercitata dalla comunità, che deve riconoscersi e strutturarsi in quei cambiamenti. Così innanzitutto si evitano gli errori dell’espansione incontrollata delle periferie e la gentrificazione dei centri storici.
E’ un problema culturale, di modo di ragionare “altro”, vanno organizzate discussioni collettive riempite di sessioni tematiche, coinvolgendo ogni categoria sociale che “abita” la città: dall’operaio al professionista, dall’escluso al dipendente pubblico, dall’anziano alle casalinghe.
La città collettiva è quel modo di pensare che permette di riprendersi ciò che è stato negato in questi mesi, la rigida restrizione fisica ha fatto prevalere la paura dello spazio, dell’incontro, del vivere comune, ha prodotto mancanza di libertà personale.
E allora bisogna “contrattare” la città per uscire da questo shock, bisogna per forza cambiare comportamento per preservare la salute del pianeta, non facendoci “aiutare” da un virus malefico.
Se abbiamo imparato la lezione, lo smart working e le video conferenze potranno rappresentare i migliori amici della terra. Ma in un’altra condizione, ovvero stabilendo un livello di democrazia di qualità e responsabilità che garantisca adempimenti ed efficacia dei lavori e funzioni rivestite, e soprattutto le condizioni per un equilibrio comportamentale che non lasci sul campo vuoti operativi, esclusi e disagiati.
Bisogna riprendere in mano la propria storia affrancandosi da una quotidianità imposta dal potere di turno, che ci costringe a vivere questo banale ed eterno presente.
Non bisogna conquistare il potere governativo per esercitarlo, ma impadronirsi della vita quotidiana, indirizzandola verso decisioni condivise e fini solidali.
Il basso diventi alto e viceversa. Così forse le città avranno occhi, volti e mani che, generando semplicemente vita, costruiscono domani.
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In alto, un’immagine di Napoli durante la quarantena

 

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