Le disobbedienti/Beatrice Hastings, giornalista e scrittrice contro il potere patriarcale. Un biografia di Diotaiuti e Tortora le rende (finalmente) giustizia

0
716

Da quando, più di un anno fa, ho iniziato a cercare libri che raccontano storie di donne che hanno compiuto scelte contro corrente, scelte che impongono un prezzo – invero assai elevato – per esercitare la propria libertà di pensiero e azione, ho ritrovato, approfondito e scoperto le vite di una nutrita pattuglia di pioniere.
Coraggiose, intelligenti, talentuose, determinate e vissute in epoche diverse le ho conosciute singolarmente o in gruppo. Tutte loro sono accomunate da un destino, qualcuna/o – nella maggior parte dei casi qualcuna – ha dedicato loro tempo, studio e impegno per trarle dalle pieghe polverose del passato.
Con profondo rispetto, appassionata empatia e un percepibile legame affettivo le vite di donne che hanno aperto nuove strade alle generazioni future vengono ripercorse, ricostruite e – con pudore – presentate affinché la loro memoria e le loro gesta audaci non svaniscano inghiottite nell’oblio ma diventino patrimonio comune. Una galleria di donne straordinarie che si arricchisce, oggi, di una nuova protagonista.
«Questo libro è per Beatrice Hastings. Vuole essere un atto di giustizia per una vita e una intellettuale ingiustamente dimenticata, relegata nell’ombra. Su di lei, come per moltissime donne che scrivono, si è operata una cancellazione deliberata e continua».
Maristella Diotaiuti e Federico Tortora con “Beatrice Hastings in full revolt” riconsegnano alla storia Emily Alice Beatrice Haigh (1879-1943) la giornalista, poeta e scrittrice che scelse di ribattezzarsi Beatrice Hastings facendo proprio il nome di una cittadina inglese dove visse un periodo dell’infanzia.
Ci sono luoghi che rimangono nel cuore e nell’anima di ognuna/o di noi, immagino che questi sentimenti animarono la decisione di portarsi addosso il ricordo di un luogo rendendolo parte di sé, frammento costitutivo dell’identità.
Con dedizione e perizia, Diotaiuti e Tortora, hanno raccolto i suoi scritti al fine di farceli conoscere e apprezzare e – soprattutto- di scongiurarne l’oblio.
Leggendo le pagine del loro lavoro apprendiamo che Beatrice avvertì, presto, i limiti di una società che imponeva alle donne il destino del matrimonio e della maternità come ineluttabili rivendicando per sé – e per tutte – la possibilità di scegliere, la libertà di decidere della propria vita e di conseguire, attraverso il lavoro, l’autonomia economica che garantisce le condizioni per esercitare e coltivare il proprio pensiero.
La sua cifra esistenziale fu l’intensità: «C’è nella vita di Beatrice, nella sua poesia, nella sua scrittura, nella sua personalità, che ne ha determinato la leggenda, la cifra di un impossibile, di uno straripamento, di un eccesso».
La scrittrice usò diversi pseudonimi, lo fece per arricchire di voci diverse il giornale per cui scrisse con passione e impegno – The New Age – e lo fece, anche, per costruire e decostruire la propria identità in momenti diversi. La scrittura fu la sua ragione di vita, il suo essere si sostanziava attraverso di essa cimentandosi con generi differenti: Il giornalismo, la poesia, le favole e il racconto di sé.
La lettura degli affreschi dickensiani le fece volgere lo sguardo verso gli emarginati e – tra questi – le donne, i mondi fantastici dei fratelli Grimm la portarono a una lettura dell’Africa, dove visse da bambina e ritornò da adulta, attraverso un caleidoscopio ricco di sfumature lontane dal reale.
La sua scrittura, anche quando non giornalistica, testimonia l’impegno politico, la lucida analisi sociale. Si sposò molto giovane, a diciassette anni, per scoprire l’inganno che le madri perpetravano ai danni delle figlie: il silenzio sulla sottomissione dovuta dalla moglie al marito, sulla vita sessuale fatta, assai spesso, di soprusi e sulla paura e il dolore legati al parto. Su questi temi si soffermò in “Sepolcri imbiancati” dove espresse la rabbia e lo sdegno nei confronti della scelta sociale di mantenere le donne in una condizione di ignoranza e immaturità sentimentale.
Il matrimonio non durò a lungo ma la portò in Inghilterra dove iniziò la sua vita professionale, esso finì ancor prima che diventasse vedova, quando ciò accadde rifiutò il suggerimento della famiglia – risposarsi con un parente del defunto marito – scegliendo di sposare un pugile che lasciò per andare a New York.
Nel 1905 tornò dagli Stati Uniti, viaggiò in l’Europa per stabilirsi, l’anno successivo, a Londra da cui ripartirà nel 1914 come corrispondente del giornale The New Age con lo pseudonimo di Alice Morning alla volta di Parigi.
Qui conobbe scrittori, scrittrici e artisti, tra questi Amedeo Modigliani di cui si innamorò. La loro relazione durò due anni e furono quelli in cui Beatrice: «accompagna Modigliani nell’importante momento di passaggio dalla scultura alla pittura».
Lei aveva trentacinque anni, lui trenta ed entrambi erano dotati di un carattere forte, dalla vivace intelligenza e il poliedrico talento, il loro stare insieme si tradusse in creatività: lui dipingeva e lei scriveva gli articoli attraverso i quali, con cadenza settimanale, raccontava agli inglesi i turbamenti parigini che scaturivano dall’orrore della grande guerra e delle sue nefaste conseguenze.
In Francia rimase fino al 1931 anno in cui tornò in Inghilterra per rimanervi fino alla morte per suicidio avvenuta, dopo essersi ammalata di cancro, nel 1943. In uno degli articoli dedicati al femminismo riportati tra i suoi scritti ci si può soffermare su temi di grande attualità e motivo di dibattito in questi giorni: la scelta di non sposarsi e quella di non avere figli. «La donna nubile era uno scarto» questa affermazione rende evidente e dà forma compiuta e secca a quanto risaputo circa il destino delle donne non sposate fino alla metà del Novecento, esse potevano contare – esclusivamente – sulla generosità di fratelli e parenti che se le accollavano facendone collaboratrici domestiche e baby sitter gratuite per le loro famiglie, in cambio le povere sventurate potevano godere di una perpetua commiserazione per il proprio status di zitelle.
Sulle donne che scelgono di non aver figli scrive raccontando di “madri inadatte” poiché forzate a una maternità imposta nei tempi e nei modi e avvolta nell’omertoso silenzio delle donne già divenute madri.
«Negli scritti contenuti ne “Il peggior nemico della donna: la donna” Beatrice Hastings punta a smantellare tutta l’architettura ideologica costruita dal potere patriarcale che ha fatto del corpo della donna una proprietà dello Stato funzionale alla sua politica di potenza, di dominio e di egemonia economica. Comprende che sul corpo delle donne si è realizzata una delle più sconvolgenti mistificazioni della storia, e che quindi è il corpo delle donne, e il suo diretto corollario della maternità, il terreno su cui discutere per far emergere le strutture profonde, sommerse, che reggono la complessa costruzione della società maschilista […] Il considerare le donne in quanto donne, non madri, era un’idea rivoluzionaria nell’età di Beatrice».
Purtroppo lo appare anche oggi. Beatrice Hastings compì scelte contro corrente per seguire i propri interessi, coltivare il talento per la scrittura e frequentare persone brillanti e dotate di talento. Scelse come e dove vivere la propria vita.
La sua scrittura è graffiante, intrisa di sentimenti forti: rabbia, sdegno, combattività e spirito di sovversione. L’accettazione dello status quo non era tra le opzioni possibili per lei che racconta di donne che sfioriscono precocemente perché costrette a cedere alle aspettative sociali che le privano di spazi di realizzazione.
Un tema, questo, ripreso da molte scrittrici dello scorso secolo e di questo e denunciato dalle numerose donne- scienziate, artiste, atlete, musiciste, ricercatrici, architette, ingegnere, avvocate, attrici– che hanno compiuto scelte pionieristiche aprendo nuove strade.
«Ciò che fa crollare la civiltà degli uomini è il loro stupido sistematico diniego del diritto delle donne a vivere la propria vita» sono le parole di Beatrice, queste altre: «Beatrice Hastings propone un modello di libertà femminile anticonformista e trasgressivo, passando attraverso la fatica del vivere, le passioni, le amicizie, gli amori, la malattia e l’isolamento senza mai però riuscire ad addomesticare la sua vitalità» sono quelle con cui veniamo introdotte/i ai suoi scritti. Beatrice Hastings decise di vivere la propria vita in full revolt.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
M. Diotaiuti, F. Tortora,
Beatrice Hastings in full revolt,
Caffè letterario Le Cicale operose
Pagine 297
euro 20

GLI AUTORI
Maristella Diotaiuti è ideatrice, promotrice e curatrice degli eventi culturali del caffè letterario “Le Cicale Operose”. Si occupa di letteratura femminile, di poesia e di ricerca di autrici dimenticate. Ha pubblicato la raccolta di poesie “come cosa viva” Terra d’ulivi ed.

Federico Tortora è titolare del caffè letterario “Le Cicale Operose”, editore e promotore degli eventi culturali del caffè letterario ha pubblicato “Il testamento di Jenny” Erasmo edizioni (2014)

RISPONDI

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.