Le disobbedienti/ Oceani allo specchio: in un libro (edito da Radici) voci di migranti. Un affresco corale che narra l’umanità in movimento

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A chi capita di leggere questa rubrica, di certo, non sfugge l’attenzione verso la scrittura autobiografica come strumento di costruzione identitaria e la lettura di Oceani allo specchio. Voci in dialogo dalle diaspore, nuova uscita per la collana Strade dorate curata da Valentina Di Cesare e Michela Valmori per Radici edizioni, ne è testimonianza.
Dopo E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America le curatrici presentano una nuova antologia in cui l’Italia è luogo di partenza e di arrivo per persone che si trovano sospese tra due culture, nella nota introduttiva presentano la raccolta e l’elaborazione dei testi: «Ciò che, forse, mancava, era proprio la connessione tra queste voci: il dialogo aperto tra mondi diasporici differenti, la conversazione viva e talvolta rumorosa tra chi ha lasciato un luogo per cercare fortuna altrove e chi, invece, quel luogo lo ha raggiunto perché in esso vedeva il proprio altrove».
Sono ventiquattro le voci che, potenti e alte, si levano tra le pagine, storie di vita vissuta a cercare un equilibrio tra mondi diversi, come scrive Marinette Pendola: «Eravamo una scheggia conficcata in un deserto di uniformità. […] Con gli anni e la pazienza, venne il tempo del mimetismo che ci rese simili a tutti gli altri, indistinguibili. Solo ci rimase piantata nel cuore la freccia, acuminata della nostalgia, come una pena segreta che nessuno avrebbe mai capito, nemmeno i nostri figli. Sapevamo che sempre nella nostra vita avremmo camminato su un doppio binario, con un piede ben saldo su questa riva e l’altro conficcato in quell’altra».
Crescere immersi in due diverse culture arricchisce ma richiede un prezzo: quando si ha la sensazione di aver raggiunto il giusto punto di sintonia, ci si accorge che il limite- o forse il margine- sfugge per allontanarsi nuovamente poiché un punto di equilibrio fisso cui tendere, una vetta da conquistare, non esiste.
Si trascorre una intera esistenza a domandarsi cosa voglia dire appartenere a un luogo e una comunità che si riconosce in una lingua, in tradizioni, credenze e abitudini culinarie cercando il modo di mantenere in vita radici che si teme possano prosciugarsi e morire: «E quello che mangiavamo era il termometro quotidiano di quanto diversa fosse la nostra cultura».
 Per alcuni lasciare il proprio Paese in cerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli si traduce in impegno nel tramandare un intenso e variegato bagaglio mentre, per altri, significa voler risparmiare alle nuove generazioni ferite e senso di estraneità nella terra dove si è nati. Si decide di seppellire i ricordi in fondo all’anima con la consapevolezza che per quanto a fondo li si possa nascondere troveranno, sempre, il modo di palesarsi.
Rispondere alla domanda: di dove sei, da dove vieni? Impone un’operazione di riordino nel tumulto delle emozioni: «Quei minuti frammenti di memorie rappresentano la mia essenza più profonda, più vera, legata indissolubilmente alla mia città, quella che mi fa dire d’istinto ˂sono fiorentina˃ quando mi chiedono da quale Paese provengo. Ma sono anche nata a Vancouver […] Mentre Firenze e il suo ricordo vivono nella dimensione del passato, questa città di verde e azzurro, Vancouver, con la sua natura splendida e i suoi grattacieli gelidi e ambiziosi, è il mio passato e il mio presente, è il luogo dove riposerò per sempre» scrive Anna Foschi Ciampolini.
È possibile sopire la nostalgia, quella sensazione di malinconia che – improvvisa- si affaccia alla coscienza evocata da un odore che stimola la memoria olfattiva o da una immagine o anche, soltanto, da un semplice ricordo? Ognuno di noi elabora strategie di sopravvivenza ricercando la serenità, quanto male può fare sentirsi dire: Tornatene al tuo Paese! quando il proprio Paese è quello in cui si è nati e si vive ma le persone ti avvertono come straniero per l’accento, per quel che mangi, per la capigliatura o per il colore della pelle?
Il senso di appartenenza rassicura, regala il conforto di conferme identitarie che ci sostengono nel trovare il nostro posto nel mondo, sentirsi alieni da qualsiasi gruppo e luogo – non più parte del paese di origine e non ancora accettato in quello di adozione – genera malessere, disagio e timore.
Ogni racconto di questa tessitura partecipa a un affresco corale di migrazioni che danno luogo a lacerazioni ma, al contempo, aprono nuovi percorsi di vita, l’Umanità in movimento è più numerosa di quanto si immagini, gli italiani e gli italo discendenti all’estero sono così tanti da poter disegnare una seconda penisola diffusa tra i continenti, comunità che ascoltano le notizie di quello che avviene in patria (?), che guardano all’estro e la creatività del Made in Italy che piace e conquista e gioiscono e soffrono per le vicende legate a pezzi d’Italia in giro per il mondo: «Così, anche se l’Andrea Doria non c’era più, gli emigrati italiani non vennero mai meno al loro impegno verso il patrimonio culturale. Lo cercarono nella loro nuova patria. Dove non esisteva, lo crearono. E poiché è nel Dna di ogni italiano trovare bellezza e significato nelle esperienze quotidiane, gli italiani continuarono a reinventarsi. Lo fecero, ovunque vissero nel mondo, costruendo comunità» scrive Gabriella Contestabile.
Concordo pienamente con questa opinione, più d’una volta mi è capitato di riflettere sulla differenza ontologica che osservo rispetto a persone di altre culture che si stupiscono nel notare la costante ricerca del bello cui siamo naturalmente portati, la millenaria eredità di cui siamo figli ci ha insegnato che la ricerca della bellezza non è effimera superficialità ma desiderio di valorizzare il talento godendone appieno in ogni sua manifestazione perché nutrirsi di bellezza fa bene allo spirito e al corpo.
La scienza dichiara quel che già sapevamo: l’arte è terapeutica, la bellezza è un balsamo per l’anima e stimola l’attività neuronale. Credo nel potere delle storie e nella forza della scrittura come strumento per lenire i lividi della vita e cercare risposte, sono convinta che ascoltare e conoscere la difficoltà e il tormento di chi vive una mancanza, una mutilazione emotiva, aiuti a farci comprendere chi vogliamo essere.
Gli autori e le autrici dei racconti, ognuno con un proprio stile, mettono a nudo sentimenti e pensieri mostrando il valore e il peso di scelte intraprese o subite, chi parte opera una cesura tra un prima e un dopo un qui e un altrove che per non degenerare in scissione identitaria ha bisogno di transizioni, cuciture e rivisitazioni continue.
Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo rimangono i grandi interrogativi esistenziali da cui non possiamo prescindere, possiamo vivere in luoghi diversi, viaggiare, spostarci ma – sempre – con la consapevolezza della nostra identità perché se questa sbiadisce e si slabbra una sottile lama di disagio comincia a farsi strada fino a scavare dolorosi abissi.
©Riproduzione riservata


IL LIBRO
A cura di Valentina Di Cesare e Michela Valmori
Oceani allo specchio. Voci in dialogo dalle diaspore
Radici edizioni
Pagine 294
euro 18
LE CURATRICI
Valentina Di Cesare è laureata in filologia moderna e specializzata in Didattica della lingua italiana a stranieri. Insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado e Lingua italiana a studenti stranieri. È autrice di “Marta la sarta” (Tabula Fati, 2014), “L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, 2019) e “Tutti i soldi di Almudena Gomez (Polidoro, 2022). Ha scritto diversi racconti e nel 2020 ha fondato Strade Dorate Osservatorio di Letteratura e cultura della diaspora italiana e italofona.

Michela Valmori è visiting lecturer di Italiano presso la University of British Columbia in Canada, per molti anni ha insegnato Lingua inglese presso un istituto di istruzione secondaria di Forlì e presso il Centro linguistico dell’Università di Bologna. Dal 2020 fa ricerca presso Birbeck, University of London, dove ha insegnato i corsi di Italiano avanzato. La sua ricerca interessa la letteratura di genere italoamericana e le raffigurazioni letterarie del patriarcato e della violenza sui corpi femminili. Partecipa e collabora al progetto Strade Dorate.

Delle stesse curatrici tra #ledisobbedienti:

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