Nelle foto, la copertina del libro e l’autore

Claude Monet è, senza ombra di dubbio, uno dei miei pittori preferiti. Certo, l’impressionismo francese è, già di per sé, un filone estremamente interessante, ma Monet, rispetto ai suoi colleghi, ha una marcia in più; l’intensità con cui guarda le cose, con cui studia il rapporto tra la luce e le ninfee, è commovente.
In Antonio Trucillo percepisco la medesima intensità. A chi riesce a leggere la poesia con gli occhi del pensiero emotivo, Commentario a una specie di gioia, edito da Oèdipus (pagine 88, euro 12), è uno studio sui colori dell’io, passando (e soffermandosi non poco) per una riflessione sulla parola. Solo una sensibilità come quella di Antonio Trucillo, che incarna l’epicureo láthe biósas, riesce a cogliere certe sfumature, una sensibilità che sembra più vicina al mondo orientale che a quello occidentale.
Nelle sue poesie, Antonio riesce a combinare delle immagini vibranti (“Ora al meriggio/a casa si fa toccare il lembo,/rigenera l’operetta/semplicissima nube.“) e una lucida compostezza (“Eccola rosea grata mattinale:/il costume urtando il corpo/veramente poi ammorbidisce/la veste“), proprie di alcuni arazzi sacri.
Ma è a due versi, a mio parere, che il poeta affida il significato della sua intera opera. “Ogni cosa trionfa/dentro la pronuncia“, oltre a essere un manifesto poetico, sembra quasi dire che nel momento in cui diciamo quello specifico stato di cose, riusciamo ad amplificarlo e a renderlo universalmente comprensibile.
Ecco perché, per Antonio Trucillo, il Commentario è necessario, ecco come si supera l’estetica dell’io, nella condivisione, nell’incontro tra singoli che si stringono in un abbraccio sul ponte della parola.
Oltre ciò (e di per sé, già sarebbe molto), il poeta non manca di caricare l’opera di una dimensione sperimentale; diverse sono le poesie interamente scritte tra parentesi (e addirittura doppia parentesi), o con una peculiare frammentazione del verso.
Eppure Antonio già dal titolo manifesta la centralità della parola, autentico strumento di conoscenza e di indagine, una parola che è argilla di mondi e terrosa coscienza.
Nei versi di Antonio riverberano gli echi dell’antica Petra, la città scolpita e cesellata nella roccia, ed è proprio a quella risonanza terrosa che il poeta vuole riportarci.
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